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M-Review: Run All Night: Una Notte per Sopravvivere

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Terza collaborazione tra il regista spagnolo Jaume Collet-Serra e Liam Neeson, Run All Night è l’action più tradizionale tra quelli che li hanno visti lavorare insieme, dopo Unknown: Senza Identità e il frenetico Non-Stop, ma allo stesso tempo il più riuscito del lotto. Neeson è di nuovo un padre, ma questa volta dalla parte sbagliata della legge, perché il suo personaggio è quello di un sicario al soldo della malavita irlandese a New York. Per proteggere il figlio, onesto, con famiglia e lavoro, testimone di un omicidio compiuto dal figlio del suo “datore” di lavoro, non si fermerà davanti a nulla, nemmeno a chi gli ha permesso di vivere per la sua intera esistenza.

Per quanto non offra particolari colpi di scena e scorra in modo molto lineare, Run All Night riesce a intrattenere per tutti i suoi 110 e più minuti di durata. Merito di un Liam Neeson molto più umano del solito, di un Ed Harris contraltare di primissimo livello, del detective che ha il volto del redivivo Vincent D’Onofrio e dello spietatissimo sicario interpretato da Common, mentre Joel Kinnaman e l’unico personaggio femminile di una certa importanza, quello della moglie interpretata da Genesis Rodriguez, ne escono abbastanza con le ossa rotte. Sorretto da una sceneggiatura che va veloce come una fuoriserie, visto che tutto si svolge nell’arco di una notte, Collet-Serra prova come suo solito a inserire qualche elemento registico innovativo, azzeccando ogni scelta e rendendo il film ancora più fluido di quello che avrebbe potuto essere, chiudendo i conti con un doppio finale in stile western davvero soddisfacente. Se amate l’azione, cercate di recuperarlo in sala finché sarà disponibile (e domani, mercoledì 13 maggio, sarà proiettato in lingua originale in tutti gli UCI Cinemas), non resterete delusi.

M-Review: Jupiter Ascending

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Io non riesco a voler male ai Wachowski. A parte i due sequel di Matrix, che trovo imbarazzanti se paragonati al primo episodio, trovo che i due registi americani abbiano sempre realizzato film buoni o molto buoni, che però non hanno mai ottenuto al botteghino i risultati che avrebbero meritato. Penso a Speed Racer, divertente e spensierato (oltre che tecnicamente fighissimo), ma anche a Cloud Atlas, il cui unico difetto era quello di essere troppo complesso per il pubblico medio. Se proprio si deve trovare una colpa da imputare a questi due ex-sceneggiatori di fumetti, è quella di scrivere storie molto ricche, forse troppo per i gusti degli spettatori, che preferiscono cose decisamente più light (se Transformers 4 passa il miliardo di dollari di incassi worldwide, un motivo c’è). Jupiter Ascending è il loro tentativo di avvicinarsi a un genere molto gradito dal pubblico, quello della fantascienza “young adult”, a quale appartengono prodotti come i vari Hunger Games, The Maze Runner e via dicendo. Una sceneggiatura completamente originale, che in questi tempi di sequel e adattamenti è come un miraggio nel deserto, ma che purtroppo presenta i classici problemi di tutti i loro lavori: è troppo complicata, ci sono troppi personaggi, accadono troppe cose. E questo al pubblico, l’abbiamo capito, non va assolutamente a genio.

In soldoni, la storia è quella di Jupiter Jones (Mila Kunis), bella e giovane terrestre che lavora come donna delle pulizie e che scopre, dopo l’arrivo dallo spazio di Caine (Channing Tatum), guerriero intergalattico geneticamente modificato e incrociato con geni canini, di essere l’erede della Terra. Una situazione che la porterà a essere inseguita da cacciatori di taglie provenienti da un altro pianeta, mutaforma dall’aspetto mostruoso e chi più ne ha più ne metta. Il primo aggettivo con cui mi viene da giudicare Jupiter Ascending è “squinternato“: succede tutto e il contrario di tutto, il ritmo è incredibilmente frenetico perché in due ore capita davvero l’impossibile, si passa da un pianeta e da un’astronave all’altra con una velocità che manco nel miglior Star Trek. Poi, certo, va anche detto che la sceneggiatura è un susseguirsi di cliché, ma questo elemento di familiarità rende meno faticoso seguire la trama. Parrebbe un disastro, invece l’ho trovato molto divertente. Merito della mano salda con cui i Wachowski dirigono, di un cast che se la cava discretamente (l’unico fuori parte è un Eddie Redmayne che gigioneggia un po’ troppo) e di una realizzazione tecnica di altissimo livello (e ci credo, con 175 milioni di budget). Non è il film che vi cambierà la vita, ma se vi piace la fantascienza passerete due ore con l’acceleratore a tavoletta, senza annoiarvi mai e forse restandone anche piacevolmente sorpresi.

M-Review: American Sniper

AmericanSniper

Arrivato alla veneranda età di quasi 85 anni, il signor Clint Eastwood ha una prolificità dietro la macchina da presa che molti registi decisamente più giovani di lui gli invidiano. La scorsa estate era uscito il discutibile Jersey Boys e adesso, pochi mesi dopo, è arrivato in sala American Sniper. Il film è tratto dalla vera storia di Chris Kyle, ragazzone texano arruolatosi nell’esercito in tarda età e capace, nei pochi anni di attività durante la guerra in Iraq post-11 settembre, di uccidere più di 160 persone, tanto da essere soprannominato “Leggenda“. Bradley Cooper ha fortemente voluto interpretare questo ruolo e si è letteramente trasformato in Chris Kyle, mettendo su una ventina di Kg e parlando con un pesantissimo e strasicatissimo accento texano che lo rende quasi incomprensibile anche ai tanti che ormai sono avvezzi a guardarsi un film in lingua originale. Una combinazione di cose che, unita agli incassi record del primo weekend di programmazione negli USA, pari a 90 milioni di $ (mentre in Italia, con 15 milioni di Euro, ha già incassato più di qualsiasi altro film uscito nel 2014), fa nettamente salire le quotazioni di American Sniper e del suo protagonista nella corsa verso l’Oscar. E per quanto non sia il mio favorito (io farei una scelta di rottura, premiando The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson), è innegabile che sia il film che Cooper si meriterebbero la statuetta.

Come è facile immaginare, American Sniper è un film intriso di patriottismo e dal sapore fortemente propagandistico, elementi che non tenta di nascondere nemmeno un po’. Perché dovrebbe, viene da chiedersi, visto che si tratta di una storia vera, cominciata nel 2001 come quelle di tanti altri americani e in cui, a mio avviso, non c’è eccessiva drammatizzazione. Tutti coloro che si sono arruolati in quel periodo ci credevano davvero in quello che stavano facendo, nella necessità di andare in guerra per difendere i propri cari e impedire ai cattivi di compiere altri attentati negli USA. Il ritratto che Eastwood fa di Chris Kyle è quello di una persona che ha estremamente a cuore la sua famiglia (l’altro volto noto del cast è quello di Sienna Miller, che interpreta Taya, moglie di Kyle e madre dei suoi due figli), ma che allo stesso tempo sente una vocazione molto forte, quella di rischiare la sua vita per difendere la madre patria. C’è poi anche un lato western, quello del duello tra il cecchino americano e il suo omologo iracheno, in cui il buon vecchio Clint offre il meglio di sé. Certo, a un certo punto accade qualcosa che modifica sostanzialmente il messaggio del film, ma non voglio assolutamente spoilerare. E quel che avviene negli ultimi 20 minuti, ma soprattutto il finale, vi faranno riflettere parecchio. Dal punto di vista prettamente artistico, American Sniper è una pellicola solida, con scene di guerra di notevole valore (l’assalto finale in mezzo alla tempesta di sabbia è da applausi), interpretazioni competenti, un montaggio serrato e una regia efficace e priva di fronzoli. Mi è piaciuto, moltissimo, tanto che mi sono trovato a rivederlo per due volte nel giro di una settimana, una volta a casa (benedetti screener) e 7 giorni dopo al cinema in lingua originale. Se non siete ancora andati a vederlo, unitevi a tutti quelli che l’hanno già fatto e non esitate perché si tratta senza dubbio del miglior film presente in sala nel momento in cui scrivo (18 gennaio). Non perdetelo.

M-Review: Interstellar

Interstellar

Se c’è una cosa di cui bisogna dare atto a Christopher Nolan è che, nonostante sia ormai completamente invischiato nei meccanismi hollywoodiani (lapalissiano, con i budget che maneggia), il suo cinema resta una spanna sopra quel che la mecca del cinema produce abitualmente. Interstellar è un film molto più ambizioso di quello che era stato Inception, in grado di far digerire a un pubblico che generalmente si ciba di blockbuster ad alto contenuto di testosterone e poco di materia grigia un meccanismo a incastri tutt’altro che banale. Qui ci sono vera fantascienza, un presente/futuro alternativo in cui la terra è sull’orlo del collasso, missioni spaziali dall’esito tutt’altro che scontato, ma soprattutto il rapporto tra un padre e una figlia che trascende i confini dello spazio e del tempo.

Nolan è rimasto uno dei pochi a fare cinema come una volta, in pellicola, cercando di realizzare gli effetti speciali direttamente in camera (ove possibile) e non soltanto al computer. Sono tutte cose che in Interstellar si vedono eccome ed evidenziano l’ambizione da parte del regista britannico di realizzare un film che unisca autorialità e spettacolarità. Il cast è un ensemble di nomi di un certo spessore, ma tutto si regge sulle spalle di quel Matthew McConaughey che ha scoperto solo da pochi anni di essere un vero attore. Non siamo ai livelli raggiunti con Dallas Buyers Club, ma si prova empatia per quanto sta accadendo grazie alla sua performance. Bravissime anche la piccola Mackenzie Foy (la Renesmee di Twilight) e la splendida Jessica Chastain, due età diverse dello stesso personaggio. Gli altri, invece, da Michael Caine ad Anne Hathaway, da John Lithgow a Matt Damon (ah sì, c’è pure lui), se la cavano bene, ma non in modo da finire negli annali. I due talloni d’Achille sono i dialoghi, spesso un po’ troppo ovvi e forzati e il terzo atto, in cui il film tende a incartarsi su sé stesso, con una conclusione non proprio soddisfacente. Con questo non si vuole dire che Interstellar sia un brutto film (ce ne fossero così), ma che questa volta Nolan è volato troppo in alto ed è lui stesso finito nel wormhole in cui i suoi personaggi si imbattono nel corso della storia. La messa in scena è sontuosa, la regia è eccellente come il cast, ma la sceneggiatura non proprio esaltante lo rende soltanto un buon film e non un capolavoro. Se vi definite appassionati di cinema, non perdete tempo e andate a vederlo.

M-Review: Into the Storm

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Sentivo proprio il bisogno di un bel film catastrofico. Ma non di quelli della Asylum, perché in questi casi anche l’occhio vuole la sua parte. Il maggior difetto di Into the Storm è che, se non fosse per le decine di milioni di dollari spese (il budget è di circa 50 milioni di dollari), lo spessore della trama e dei personaggi sarebbe tranquillamente paragonabile a quello di una media produzione Asylum. Ma non è questo che ci interessa in un film del genere, giusto? Ci interessa vedere disastri quanto più possibile realistici, con effetti speciali di un certo livello e che ci facciano proprio sentire dentro all’apocalisse che si sta scatenando sullo schermo. Quel poco di trama che c’è è soltanto di servizio agli effetti visivi usati per creare la serie di tornado più grande, violenta e devastante della storia, che si scatena sulla piccola cittadina di Silverton, nel Michigan. Da una parte ci sono le beghe di una famiglia, con padre vedovo e vicepreside del locale liceo e i due figli adolescenti, uno dei quali si metterà nei guai per stare vicino alla ragazza di cui è segretamente innamorato (e aggiungo, ha ottimi gusti), dall’altra le avventure di un gruppo di cacciatori di tornado, ma di quelli che girano documentari per Discovery et similia, con mezzi corazzati, tecnologie avanzatissime e videocamere in ogni dove.

Steven Quale, una vita passata a fianco di James Cameron, è al suo secondo vero film dopo il dimenticabile Final Destination 5. Aver aiutato il regista di Avatar e Titanic nella regia del suo Ghosts of the Abyss, documentario che ha ormai una decina d’anni sul groppone, gli è probabilmente servito a molto, visto che è l’approccio simil-documentaristico, assieme agli effetti speciali, a salvare Into the Storm trasformandolo in qualcosa di più che uno squallido B-movie destinato ad affollare i cestoni dei BluRay delle catene di elettronica. L’alternanza tra found footage e riprese esterne garantisce allo stesso tempo coinvolgimento e la possibilità di capire cosa accade al di fuori di quel che stanno vedendo i protagonisti. Inutile dire che le scene più efficaci, come Cloverfield insegna, sono quelle riprese da una “finta” videocamera digitale o da uno smartphone, mentre le altre non sono altro che uno showcase per gli effetti speciali che mostrano la distruttiva forza del tornado (vedi la sequenza dell’aeroporto presente anche nel trailer). Anche il cast finisce per passare in secondo piano rispetto alla calamità naturale senza nome, con volti noti soprattutto al pubblico televisivo, come Sarah Wayne Callies (Prison Break, The Walking Dead), Matt Walsh (Veep) e Richard Armitage (Strike Back, ma anche Thorin della trilogia dello Hobbit) e una pletora di sconosciuti. Non avrei scommesso molto su Into the Storm, ma nei suoi 80 minuti effettivi mi ha tenuto incollato alla poltrona e mi ha fatto uscire dal cinema tutto sommato soddisfatto. E di questi tempi, credetemi, è una cosa davvero difficile.

M-Review: Jersey Boys

JerseyBoys

Lo zio Clint che dirige un musical? Effettivamente è una cosa che non ci saremmo mai aspettati, anche se il fu ispettore Callaghan è pure uno stimato musicista che ha spesso collaborato alle colonne sonore dei propri film. Jersey Boys, tratto da un’opera teatrale che imperversa sui palcoscenici di Broadway e di molti paesi di lingua anglosassone dalla metà dello scorso decennio. Si tratta della storia vera, anche se un po’ romanzata, di un gruppo molto popolare negli USA, soprattutto negli anni ’60 e ’70, quello di Frankie Valli & The Four Seasons, ragazzi di umili origini di una cittadina del New Jersey, che grazie al talento del giovane Frankie (nato Francesco Castelluccio, di chiare origini italiane) e dell’autore e pianista Bob Gaudio, riuscirono ad affermarsi nelle radio e sui palcoscenici di tutti gli States, diventando delle vere e proprie superstar dell’epoca. Canzoni come Sherry, Big Girls Don’t Cry e Walk Like a Man (l’unica che conoscevo, perché usata in un film anni ’90 che adoro, 4 Fantasmi per un Sogno, con un giovanissimo Robert Downey, Jr.) portavano le giovani del tempo a livelli di isterismo raggiunti ai tempi soltanto dai Beatles e pochi altri.

Nonostante le origini italiane di tutti i componenti della band, i Four Seasons, fortemente radicati nella cultura americana (a inizio anni ’90 sono anche entrati nella Rock & Roll Hall of Fame) sono un gruppo praticamente sconosciuto dalle nostre parti. Va da sé che il coinvolgimento nella storia raccontata dal film sia decisamente minore di quello che possono provare al di là dell’oceano. Jersey Boys è un musical realizzato con competenza, in cui la musica è parte integrante della storia, ma allo stesso tempo lascia la possibilità al cast di recitare e dimostrare il proprio valore anche al di fuori delle parti cantate. Composto quasi esclusivamente da attori sconosciuti dal forte background teatrale (l’unico volto noto e realmente cinematografico è quello di Christopher Walken), molti dei quali riprendono il ruolo interpretato nella piece teatrale, il cast sembra andare avanti praticamente col pilota automatico, compensando le mancanze della regia di Clint Eastwood, stranamente anonima, senza particolari virtuosismi o idee (se non nel finale), ma totalmente al servizio della storia. Ed è proprio questo il maggior problema di Jersey Boys, quello di non avere nulla per riuscire a coinvolgere quella parte di pubblico che non conosce i Four Seasons e che quindi avrà il minimo interesse ad andarlo a vedere. Non è un brutto film, la sufficienza piena la raggiunge, ma gli manca quel “quid” che i film di Eastwood spesso hanno e qui proprio non c’è.

TV-Review: The Flash (Pilot)

TheFlash

Se c’è una cosa che mi manda in brodo di giuggiole più della visione di un film in anteprima è poter vedere il pilot di una serie TV mesi prima che vada in onda. Ricordo ancora la meravigliosa estate 2004, quando una valanga di pilot (tra cui Lost, Desperate Housewives e tanta bella roba, sia di serie poi trasmesse che non) furono diffusi in rete almeno un paio di mesi in anticipo rispetto alla messa in onda ufficiale. Anche nel 2005 ci furono parecchi leak, poi negli anni a venire, forse per evitare un eccessivo “bad buzz” per certe serie, a parte rarissimi casi, la diffusione avveniva al massimo con 7/10 giorni di anticipo. Inutile dire che l’improvvisa comparsa in rete del pilot di The Flash, in onda da settembre su The CW è stata un fulmine a ciel sereno e una visione pressoché istantanea per il sottoscritto. Nonostante il personaggio sia stato lanciato con la sua apparizione nell’ultima stagione di Arrow, il pilot narra la origin story della tutina rossa più veloce dell’universo, dal misterioso omicidio della madre per cui viene ingiustamente incolpato il padre (John Wesley Shipp, il Flash della serie di inizio anni ’90) all’esplosione in laboratorio che trasforma il giovane Barry Allen nel supereroe che tutti conosciamo.

I 43 minuti del pilot, che andrà ufficialmente in onda negli USA il prossimo 7 ottobre, sono pieni zeppi di eventi e di accadimenti. Il ritmo è elevatissimo, succedono un sacco di cose, ma l’unico personaggio che viene approfondito è proprio quello del protagonista. Abbiamo modo di conoscere anche tutti i personaggi di contorno, dal detective Joe West e la figlia Iris, padre putativo e sorella acquisita di Barry (nonostante lui ne sia innamorato), lo strano scienziato Harrison Wells, paralizzato dopo l’incidente in laboratorio e la giovane Caitlin Snow, assistente di Wells, che ha perso il fidanzato proprio a causa dell’incidente. Il format è quello del villain della settimana, tipico di tutte le serie supereroistiche, anche se la risoluzione dell’omicidio della madre dovrebbe essere la backstory che accompagnerà la prima stagione e forse anche qualcosa in più. Grant Gustin ha il physique du role per essere un ottimo Barry Allen, mentre il più interessante tra gli altri attori del cast è senza dubbio Tom Cavanagh (ve la ricordate la serie “Ed“?), scienziato pazzo che a naso diventerà il villain principale della serie. Il pilot è di ottima fattura, diretto dall’esperto David Nutter, già dietro la macchina da presa delle puntate iniziali sia di Smallville che di Arrow. Il tono generale della serie sembra infatti più dalle parti del primo che del secondo, tendente allo scanzonato andante che non al dark a cui Oliver Queen ci aveva abituati. Scelta comprensibile, visto che avere due show identici in palinsesto non gioverebbe sicuramente a The CW, ma che unita al suo essere pseudo-procedurale me lo rende parecchio indigesto. Il pilot è oggettivamente molto bello e se vi piace il genere, sono sicuro che la serie vi soddisferà moltissimo, ma personalmente ho altri gusti (ammetto che seguo Agents of S.H.I.E.L.D. solo perché è collegato al Marvel Cinematographic Universe, altrimenti probabilmente mi eviterei anche quello per la sua intrinseca proceduralità). Non so se The Flash avrà la capacità di durare 10 stagioni come Smallville, ma sicuramente vi intratterrà e divertirà per molto tempo.

M-Review: Blended: Insieme per Forza

Blended

Ho da sempre grandissime difficoltà a individuare il target delle commedie romantiche che hanno Adam Sandler come protagonista. Nonostante la critica lo detesti, l’ex-comico del Saturday Night Live non delude quasi mai al box-office. Personalmente lo apprezzo quando si dedica alla demenzialità pura (Little Nicky è un mio piccolo cult movie) o quando mostra di essere un vero attore (come in Ubriaco d’Amore o in Reign Over Me), mentre non lo digerisco nei ruoli romantici e nei film per famiglie, come i due Un Weekend da Bamboccioni. Blended, in italiano Insieme per Forza (da non confondersi col film con Michael J. Fox e James Woods di un paio di decenni fa), riunisce la coppia Sandler/Drew Barrymore a un po’ di anni da 50 Volte il Primo Bacio: questa volta tutto comincia con un appuntamento al buio tra i due, entrambi genitori separati, finito male, ma che sarà il preludio a un viaggio in un resort in Sudafrica con le loro famiglie, all’insaputa l’uno dell’altra, che finirà inevitabilmente come Hollywood ci ha insegnato.

Diretto da Frank Coraci, collaboratore abituale di Sandler, Insieme per Forza è di una piattezza estrema, prevedibile oltre ogni limite e in alcune situazioni molto meno sopportabile degli altri lavori del genere a cui ha partecipato l’attore americano. Oltre a lui e alla Barrymore nel cast, inevitabilmente, ci sono alcuni dei suoi “amici” come Kevin Nealon e due novità come la giovane disneyana Bella Thorne (#CBCR) e il massiccio Terry Crews, senza dubbio le cose migliori della pellicola. Nel piattume si distinguono un paio di idee carine, una delle quali è già stata rivelata dal trailer, ma che comprensibilmente sono davvero troppo poco per riuscire a rendere il film anche solo passabile. Si salva anche la colonna sonora, che contiene versioni rifatte di alcuni grandi successi del passato, che vengono presentate in maniera realmente divertente (non posso dire altro). Nel complesso, però, rimane davvero poco e non mi sento nemmeno di consigliarlo come film da andare a vedere assieme alla ragazza. Pollice verso.

M-Review: Edge of Tomorrow: Senza Domani

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Spesso sono le cose per cui non nutri grosse aspettative quelle che ti sorprendono maggiormente. Dai trailer, Edge of Tomorrow mi pareva un bel mix di fantascienza e azione delle premesse interessanti, girato con criterio, in grado di interessare soprattutto gli appassionati del genere, ma nulla di più. Ma in un mondo in cui la maggior parte dei trailer mostra praticamente tutto quel che c’è nel film, un marketing mirato a celare gli elementi più interessanti rischia di non essere efficace. Edge of Tomorrow è stato definito la versione sci-fi di Ricomincio da Capo, con Tom Cruise nei panni di un ex-pubblicitario inviato in Europa come consulente dell’esercito e inviato senza possibilità di rifiuto dai suoi nuovi superiori sul campo di battaglia, senza però mai aver combattuto prima. Qui, però, succede l’incredibile: dopo aver ucciso una delle creature aliene, chiamate Mimic, l’uomo acquisisce la capacità di poter rivivere lo stesso giorno, ogni volta che muore. Solo una persona gli crede, Rita Vrataski, la “poster girl” dell’esercito, che aveva ricevuto il potere in passato, perdendolo successivamente. E sarà proprio questa la chiave di volta per sconfiggere gli alieni.

Sono ormai vent’anni che si realizzano film tratti da videogiochi, con risultati sempre piuttosto discutibili. Edge of Tomorrow riesce nel miracolo, perché pur non essendo basato su un videogioco (ma su una graphic novel giapponese), mostra meccaniche prettamente videoludiche, perfettamente integrate nella sceneggiatura e funzionali alla storia. Sembra quindi di assistere a un videogioco non interattivo, in cui sono gli errori a far capire ai protagonisti come devono proseguire nella loro “avventura”. Le morti, poi, che avvengono nei modi più disparati e divertenti, rispecchiano proprio quanto accade in questi prodotti. Tutto funziona perfettamente (tranne che nei 5 minuti finali, in cui è chiaro che gli sceneggiatori sono stati posseduti dalla locura) e il risultato è davvero piacevole e avvincente. Doug Liman dirige le sequenze d’azione con molta più personalità rispetto ai disastri del passato, Bourne Identity e Jumper in primis e c’è un gran bel lavoro dal punto di vista visivo, soprattutto per quanto riguarda alieni ed esoscheletri. Cruise è un action hero alquanto affidabile, ma la vera sorpresa è Emily Blunt, tremendamente affascinante e di classe anche in versione soldatessa di ferro. Edge of Tomorrow è davvero il film che non ti aspetti, visto che unisce azione, fantascienza e commedia, in un mix davvero riuscito che lo rende la cosa migliore di questa prima parte della stagione cinematografica estiva. La mia paura, confermata da molti analisti (sto scrivendo prima dell’uscita americana), è che il film incasserà molto meno rispetto a quello che si meriterebbe, nonostante non ci sia praticamente mezza recensione negativa in giro. Se non andate a vederlo, vi meritate altri vent’anni di cinepanettoni.

M-Review: 300: L’Alba di un Impero

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L’esperienza insegna che quando passa troppo tempo tra l’uscita di un film e quella del suo sequel, solitamente non è buon segno. Se poi a questo si aggiunge un’uscita annunciata per l’estate 2013, successivamente rimandata fino al marzo 2014, allora diventa naturale insospettirsi. Stavolta, però, Warner Bros. ha giocato bene le sue carte e questo 300: L’Alba di un Impero è un film che, pur nelle mani di un nuovo regista (l’israeliano Noam Munro, un quasi cinquantenne veterano del mondo pubblicitario), rispetta lo stile stabilto da Frank Miller con la sua graphic novel e da Zack Snyder col suo adattamento cinematografico, riuscendo però a metterci comunque in mezzo qualche trovata che non fa assolutamente rimpiangere l’originale. Ispirato da un’altra graphic novel di Miller, intitolata Xerxes, che dovrebbe finalmente uscire quest’anno in libreria, il film non è altro che un’estensione della storia raccontata qualche anno fa, siccome le vicende narrate si svolgono prima, durante e dopo quanto visto nel primo 300. Il focus è tutto sui personaggi di Artemisia, astuta e fortissima guerriera di origini greche ma a capo della flotta persiana e Temistocle, valoroso combattente ateniese il cui carisma, purtroppo, è pari a quello di una sogliola.

Ed è proprio Sullivan Stapleton (Strike Back), che lo interpreta, il punto debole del film, soprattutto se paragonato a una Eva Green in stato di grazia: affascinante come sempre, ma con quel pizzico di follia e intelligenza che la rende a dir poco irresistibile. Aggiungiamoci una scena di sesso tra le più “hot” degli ultimi tempi, che pur mostrando nudità solo per qualche istante, riesce a essere incredibilmente erotica ed efficace (tranquilli, in quei pochi secondi in cui la Green mostra le sue grazie conferma ancora una volta di avere un fisico che rasenta la perfezione). Artemisia è uno dei migliori cattivi cinematografici da un po’ di tempo a questa parte, fidatevi. Dal punto di vista della confezione, Munro dimostra di non essere uno sprovveduto: sangue a fiumi (e in 3D rende straordinariamente), sequenze che sembrano prese pari pari da certi videogiochi di ultima generazione (e non è un male, ve lo assicuro) e una slow motion usata con criterio che riesce a non essere per nulla fastidiosa. Il risultato è un film leggermente inferiore all’originale per diversi elementi, ma che intrattiene, si lascia guardare piacevolmente e che, devo essere sincero, è molto meglio di quanto mi aspettassi.