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M-Review: Il Racconto dei Racconti

TaleOfTales

Che il 2015 sia l’anno in cui il cinema italiano torna a farsi sentire con veemenza anche al di fuori dai propri confini? Il Racconto dei Racconti è un film che non ti aspetteresti di veder arrivare dallo stivale (tanto che è stato finanziato quasi totalmente con capitali esteri), visto che si tratta di un fantasy girato in inglese con un cast davvero ricco, degno di una produzione americana. Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones e John C. Reilly sono i protagonisti di questo adattamento di tre favole di Giambattista Basile, scrittore napoletano del ‘600, che hanno tutte a che fare, nonostante la presenza di draghi, pulci giganti, orchi e sortilegi, con l’amore, anche se nelle sue forme più malate. La napoletanità è forse l’unico elemento in comune tra questo film e le due precedenti opere del regista Matteo Garrone, cioè Gomorra e Reality, visto che per il resto ci troviamo di fronte a un lavoro a metà tra Pasolini e Fellini, dal respiro poetico e con ambientazioni che mozzano il fiato per la loro bellezza (ma che luoghi pazzeschi che abbiamo in Italia!).

Dodici milioni di Euro di budget possono sembrare tanti per la media del cinema italiano, ma per un genere come il fantasy non sono una cifra così elevata (per fare un paragone, sono il costo di un episodio e mezzo di Game of Thones). Se il film risulta soddisfacente dal punto di vista della storia, anche se con qualche lungaggine di troppo e alcuni momenti piuttosto confusi e incomprensibili, dal punto di vista tecnico i limiti di budget sono chiari ed evidenti. Nonostante la fotografia sia del maestro Peter Suschitzky, collaboratore storico di David Cronenberg, il film sembra purtroppo girato come una fiction: la camera è sempre troppo stretta, probabilmente per non essere costretti a modificare in digitale tutto quanto accade attorno. E anche gli effetti visivi sono un po’ posticci, in primis la pulce di cui si parlava all’inizio e la fuga dall’orco nel finale. Ma nonostante questi difetti, c’è un cast che se la cava davvero bene, con la Hayek in stato di grazia e la giovane debuttante Bebe Cave a fare la parte del leone. Nel complesso, si tratta di un film che merita di essere visto, se non altro per dare coraggio ai produttori italiani e fargli capire che anche da noi c’è spazio per prodotti di genere come questo. Bravo Garrone, bravi tutti.

M-Review: Kingsman: Secret Service

Kingsman

Ho sempre nutrito una grandissima stima per Matthew Vaughn, sin da quando produceva i film del suo amico Guy Ritchie. Poi l’esordio da regista col tremendamente sottovalutato Layer Cake (che vi consiglio di recuperare), a cui sono seguiti l’ottimo Stardust, Kick-Ass e il bellissimo reboot di X-Men. Sono convinto che Giorni di un Futuro Passato sarebbe stato molto meglio nelle sue mani, ma il fatto che abbia deciso di lasciarlo per dedicarsi a Kingsman: Secret Service, fa capire che si tratta di un regista a cui piacciono le sfide. Tratto, come Kick-Ass, da un fumetto di Mark Millar, il film è una rivisitazione ironica e ultraviolenta del genere spionistico british degli anni ’60/’70, ovviamente in chiave moderna. Ci sono eleganti spie in giacca e cravatta, supercattivi matti da legare, aiutanti dalle abilità straordinarie e continui colpi di scena. Va detto che nella sua parte iniziale, quella formativa del nostro eroe all’accademia, il film mi ha ricordato tantissimo X-Men: L’Inizio, con temi trattati anche nei precedenti lavori di Vaughn: si vede che l’iniziazione dell’eroe è un elemento narrativo che gli va particolarmente a genio.

Tra un Colin Firth elegantissimo e carismatico, un Samuel L. Jackson con la zeppola (resa molto bene anche dal doppiaggio di Luca Ward) in versione villain e un Michael Caine che nasconde più sorprese del solito, gli amanti della buona recitazione avranno di che essere soddisfatti. E’ però il giovane Taron Egerton, alla prima esperienza di un certo livello, a reggere il film sulle sue spalle, grazie al carisma e a una bravura che lo porterà sicuramente molto lontano. Se Kingsman funziona, il merito però lo si deve soprattutto a Vaughn, ottimo nella gestione delle scene action, ma soprattutto capace di bilanciare violenza eccessiva e umorismo in maniera tale che tutti i corpi squartati, le parti del corpo che si staccano come se fossero burro e le teste che saltano in aria sembrino venire direttamente fuori da un cartone animato. A me poi, sono piaciuti un sacco i piani sequenza (chiaramente aiutati dal digitale) usati in molte scene di combattimento, che le rendono ancora più movimentate e coinvolgenti. Kingsman è un film che tiene incollati allo schermo, anche se avrebbe beneficiato, secondo me, di qualche taglio, visto che ci sono alcune sequenze a mio avviso inutili che tendono a rallentare troppo il ritmo. Questo è l’unico difetto piuttosto macroscopico che gli ho trovato, perché per il resto si tratta di un action davvero godibile e che si candida a una posizione di tutto rispetto tra le cose migliori del 2015. La speranza è che gli incassi siano sufficienti da consentire la realizzazione di un sequel, che dovrebbe però avere Vaughn ancora alla regia. Conoscendo la sua voglia di cimentarsi sempre in progetti nuovi, questo potrebbe essere un problema.

M-Review: The Equalizer

The_Equalizer

Quanti di voi ricordano la serie TV da cui è tratto The Equalizer? Anzi, riformulo la domanda: quanti di voi sanno che il film in questione si basa su Un Giustiziere a New York (in originale, appunto, The Equalizer), serie TV americana andata in onda sulla CBS dal 1985 al 1989 e da noi qualche anno dopo su Rai 2 prima del telegiornale? Probabilmente me lo ricordo solo io, visto che da un veloce sondaggio fatto con amici appassionati di cinema e serie, è risultato che nessuno se ne ricordasse. The Equalizer prende la premessa e la storia del prodotto televisivo, quella di Robert McCall, un ex-agente della CIA (anche se nel telefilm l’organizzazione non aveva in nome ufficiale) ritirato che non si fa scrupoli a usare la violenza e tutto quanto ha imparato nei suoi anni di lavoro per aiutare i più deboli. In questo caso, la molla che fa scattare la storia sono le violenze che una giovanissima prostituta dell’Est subisce dai suoi sfruttatori. McCall, sotto copertura come dipendente di un grande magazzino, scoperchierà una pentola che coinvolgerà parecchie persone, anche insospettabili, senza fermarsi davanti a nulla per mettere fine alle loro malefatte.

Si potrebbe dire che The Equalizer è l’ideale seguito di Man On Fire, il film di Tony Scott di una decina di anni fa che aveva come protagonista proprio Denzel Washington, nei panni di un agente/bodyguard spinto da più o meno le stesse motivazioni di Robert McCall. Qui, per fortuna, rispetto all’opera del compianto fratello Scott, c’è una regia essenziale, a servizio della trama e della recitazione, che evita i virtuosismi e porta sullo schermo un film d’azione deciso e crudo quanto basta. Niente da dire sulla performance attoriale dell’attore americano, assolutamente a suo agio nei panni di questo giustiziere dei giorni nostri, come molto bravo si dimostra anche il cattivo Marton Csokas, spietato come non mai, ma che non può nulla contro l’astuzia, la decisione e la violenza del nostro eroe. Chloe Grace Moretz ricorda la Jodie Foster dei tempi di Taxi Driver, ma per quanto sia dichiarata co-protagonista, il suo ruolo è davvero breve, in termini di tempo. Nel cast troviamo anche altri volti noti come Bill Pullman, Melissa Leo e Haley Bennett, secondo me molto sottoutilizzata dal cinema che conta. Alla fine della fiera, come avrete già capito dalle mie parole, The Equalizer è un film che tiene incollati alla poltrona e intrattiene per un paio d’ore, senza mai annoiare. Il buon Denzel è sempre una sicurezza e con un regista competente nel genere come Antoine Fuqua, si va sul sicuro. Promosso.

M-Review: The Grand Budapest Hotel

GBH

Una delle caratteristiche di un bravo regista, secondo me, è quella di riuscire a narrare la stessa storia facendola però sembrare sempre diversa. Paolo Sorrentino è uno specialista in questa disciplina, visto che ogni suo film è praticamente una nuova versione della storia che racconta dai tempi del suo esordio, L’Uomo in Più. Wes Anderson è un altro di quelli che ci sanno davvero fare da questo punto di vista e che riescono a sorprendere ogni volta. The Grand Budapest Hotel è una storia che si snoda su tre piani temporali diversi, dal racconto del vecchio Zero Moustapha (F. Murray Abraham), proprietario dell’hotel ormai in rovina alla fine degli anni ’60, che narra a un autore senza nome (Jude Law) quando era garzoncello nello stesso albergo, all’inizio degli anni ’30 e del suo rapporto professional/amichevole con Gustave H (Ralph Fiennes), maitre dell’hotel dai modi impeccabili e con la passione per le clienti più anziane. Dopo la morte di una di queste, l’uomo viene accusato di omicidio e mandato in carcere e sarà proprio il giovane Zero che dovrà aiutarlo a scagionarsi per mettere in cella i veri colpevoli.

Un po’ commedia, un po’ thriller, anche se più tendente verso il primo genere, The Grand Budapest Hotel è una gioia per gli occhi, col suo stile quasi pittorico, ma anche per la mente, grazie a personaggi indimenticabili e una sceneggiatura a dir poco perfetta. La trama non è altro che un pretesto per vedere un susseguirsi di scene che sembrano uscir fuori da un cartone animato per il ritmo e il modo in cui sono girate, con qualche punta di ultraviolenza (ma degna di un cartoon) che ha fatto sobbalzare dalla sedia più di una persona in sala. Ralph Fiennes è un eccellente protagonista ed è circondato da un cast di comprimari, in buona parte habitué di Anderson, in cui quelli che appaiono di più sullo schermo sono Adrien Brody, Willem Dafoe, Jeff Goldblum, Edward Norton e Saoirse Ronan, mentre per gli altri (ci vorrebbe un intero paragrafo per parlare di chi c’è, meglio lasciarvi il gusto della sorpresa) ci sono pochi minuti o secondi su schermo, ma tutti molto significativi. Mi sono divertito davvero tantissimo e ritengo The Grand Budapest Hotel il miglior film del regista americano: non c’è davvero niente di sbagliato al suo interno, tutto fila come deve filare. Se proprio non sapete cosa andare a vedere in questo periodo, con questo si va a botta sicura.

M-Review: RoboCop

RoboCop

Per noi che siamo nati negli anni ’80, RoboCop è quello che può essere definito “film seminale“. Esordio hollywoodiano di Paul Verhoeven e produzione indipendente della celebre Orion Pictures, purtroppo fallita pochi anni dopo, era un misto di azione, ultraviolenza e satira, che ha smesso di funzionare nel momento in cui a Hollywood hanno cercato di lucrare sul personaggio, con sequel terribili e una serie TV da dimenticare (nota a margine: nelle scorse settimane li ho rivisti, tanto per rinfrescare la memoria). Il parallelismo più grosso tra il reboot e l’originale è che si tratta sempre di un esordio registico hollywoodiano, quello del brasiliano Jose Padillha (autore dei due bellissimi e brutali Tropa de Elite, che vi invito a recuperare), che però alla fine della fiera risulta molto più annacquato, a causa della necessità di rendere il nuovo RoboCop un film per un pubblico molto più ampio. La storia di Alex Murphy è più o meno la stessa, ma viene raccontata in modo completamente diverso. Lo svedese Joel Kinnaman, noto per la serie The Killing, riesce a umanizzare il personaggio quando ce n’è bisogno e risulta credibile, allo stesso tempo, quando invece l’umanità si ritrova a perderla. Il nuovo RoboCop, nell’intenzione degli sceneggiatori, è una specie di Captain America futuristico, a metà tra marketing e necessità di lottare contro il crimine. L’elemento satirico e di critica è proprio legato a questo aspetto ed è impersonificato dal conduttore di talk show interpretato da Samuel L. Jackson, favorevole ai robot a differenza di gran parte dell’opinione pubblica e del governo.

Abbiamo poi una moglie (Abbie Cornish) e un figlio, visti soltanto di sfuggita nell’originale ma qui centrali alla trama, a differenza del collega detective (Michael K. Williams), finito invece nelle retrovie. Il dottor Norton di Gary Oldman è un altro personaggio pieno di dubbi, a differenza di quanto accadeva al suo corrispettivo originale. Michael Keaton è un villain molto meno minaccioso di quelli del 1987: un update contemporaneo, si potrebbe dire, privo però di quella malvagità caricaturale che sarebbe perfetta in questi casi. Lo stesso Murphy subisce una parabola molto differente: se nel film di Verhoeven il personaggio scopriva pian piano di essere ancora umano, qui invece viene progressivamente disumanizzato (anche se nel finale comincia pure lui a nutrire dubbi sulla sua vera essenza). Questo nuovo RoboCop è un film che, pur funzionando abbastanza per un’ora e mezza, nonostante la scarsità d’azione e i cattivi all’acqua di rose, degenera nel finale, quando le cose prendono improvvisamente una piega abbastanza ridicola, rovinando quanto di buono si era visto in precedenza. Se Padillha avesse avuto la libertà avuta da Verhoeven 27 anni orsono, sono convinto che avremmo avuto un film molto diverso, ma la necessità del PG-13 e, quindi, di ampliarne il potenziale pubblico, ha avuto la meglio. Sia chiaro, non è un brutto film, ma è molto peggio di quel che sarebbe potuto essere.

V-Review: Spartacus Legends (da Fuorigio.co)

Spartacus

Dopo essere diventato la forma di gioco più diffusa su mobile, il free-to-play sta sbarcando in forze anche su console. Da qualche mese a questa parte, però, sono sempre di più le proposte di questo tipo disponibili su PSN e XBLA: tanto per fare un esempio, Tekken Revolution di Namco non è stato altro che un preludio all’arrivo autunnale delle versioni F2P di altri due popolarissimi franchise della casa giapponese, Ridge Racer e Ace Combat. Anche Ubisoft

Se volete leggere il resto dell’articolo, lo trovate su Fuorigio.co all’indirizzo: http://fuorigio.co/2013/08/recensioni/spartacus-legends-ps3/10153/

M-Review: Solo Dio Perdona

OnlyGodForgives

Nonostante la sua carriera più che decennale, Nicolas Winding-Refn si è fatto conoscere al grande pubblico soltanto due anni fa con Drive. Un film che mi aveva letteralmente sfolgorato, tanto da portarmi a vederlo per ben tre volte al cinema (un paio in lingua originale) e svariate altre volte a casa, anche se ho acquistato il BluRay soltanto qualche giorno fa. Inutile dire che, quando è stata annunciata la nuova collaborazione tra il regista scandinavo e Ryan Gosling, mi è salita una scimmia fortissima. La conferma che Solo Dio Perdona sarebbe poi uscito soltanto qualche giorno dopo la presentazione mondiale al Festival di Cannes e noi italiani saremmo stati tra i primi al mondo a vederlo era un’altra gran bella cosa. La storia, questa volta, è quella di Julian, un trafficante di droga sotto copertura che, in una Bangkok più scura e cupa che mai, si ritrova a dover affrontare il suo incubo peggiore, una madre con cui è sempre stato in conflitto che gli chiede di ritrovare il fratello, misteriosamente ucciso poco tempo prima.

La cifra stilistica di Winding-Refn è evidente sin dai primi minuti del film: pochissimi dialoghi, esplosioni di violenza improvvisa e lunghissimi silenzi in cui sono le immagini a raccontare e non le parole. Ryan Gosling interpreta un personaggio che, per certi versi, è parente di quello di cui vestiva i panni in Drive ma, mi vien da dire, molto meno efficace. Kristin Scott-Thomas, invece, dà vita a una dark lady spietata e senza cuore, piuttosto inedita per le sue corde, ma decisamente ben riuscita. Questa Bangkok degna di Lynch è senza dubbio la terza protagonista del film (assieme all’attore “indigeno” Vithaya Pansringarm), che con le sue atmosfere misteriose e inquietanti sembra quasi “inghiottire” i protagonisti. Se in Drive stile e sostanza davano vita a un mix perfetto capace di tenere incollati allo schermo, qui la sostanza è praticamente assente e l’esempio più lampante è sicuramente la storia, davvero risibile e spesso difficilissima da carpire. Solo Dio Perdona è una via di mezzo tra un mero esercizio di stile e un papocchio inguardabile che, nonostante i soli 90 minuti di durata, sembra andare avanti per un’eternità. Winding-Refn ha scelto un titolo profetico a quanto pare: solo l’altissimo potrebbe perdonarlo per un film così, noi proprio non ce la possiamo fare.

M-Review: La Casa

EvilDead

I remake, soprattutto quando l’originale è un pezzo di storia del cinema o ci si è particolarmente legati, sono film in cui la dilusione (Crozza-Bastianich docet) è sempre dietro l’angolo. Sono ormai 20 anni che il pubblico chiede a gran voce a Sam Raimi un sequel per la sua trilogia più celebre, quella cominciata nel 1983 con il primo Evil Dead e terminata, per ora, nel 1992 col divertentissimo L’Armata delle Tenebre. Ma mentre il regista americano preferisce, da una parte, dedicarsi a film che come già detto spesso e volentieri, secondo me non gli appartengono, dall’altra, con la sua casa di produzione, sostiene giovani registi che realizzano film mirati allo stesso tipo di pubblico che lo aveva sostenuto inizialmente. Fede Alvarez è un giovane uruguaiano che si è fatto conoscere con Panic Attack, un corto ricco di effetti speciali pubblicato su YouTube, realizzato con due soldi, ma che ha catturato l’attenzione di Raimi, il quale ha assegnato al regista un compito difficilissimo, quello di girare un remake di La Casa. E il fatto che sia Raimi stesso ad aver promosso e finanziato il rifacimento, beh, fa ben sperare.

In questa versione 2013 del film, gli occupanti della casa in mezzo ai boschi sono un gruppo di amici, che hanno portato lì Mia, sorella di uno di loro, tossicodipendente, con l’obiettivo di tenerla lontana dal suo demone: la droga. La lettura di un misterioso e gigantesco volume evocherà una creatura demoniaca che prenderà possesso della ragazza e che comincerà brutalmente a uccidere i giovani uno per uno. La maggiore differenza tra originale e remake è che in questa versione l’ironia è stata completamente messa da parte. Il risultato è sorprendentemente efficace: siamo infatti di fronte a uno dei migliori horror da un bel po’ di tempo a questa parte, con sangue che scorre a fiumi, effetti di trucco pazzeschi e morti che più cruente non si può. Alvarez ha uno stile di regia che si addice perfettamente alla storia che sta portando in scena e la sceneggiatura cita spesso momenti e situazioni dell’originale. L’unico anello debole del film è il cast che, a parte una bravissima Jane Levy (che è la protagonista di Suburgatory, per chi ama le serie TV), non brilla particolarmente. Personalmente, ho apprezzato molto questo remake e l’ho trovato una buona modernizzazione dell’originale. E se gli ottimi risultati al botteghino sono un preludio al ritorno di Ash e compagnia cantante, beh, ben venga davvero.

M-Review: Taken: La Vendetta

Io Vi Troverò, alias Taken, è stato uno dei più imprevedibili successi cinematografici degli ultimi anni. Versione moderna di Il Giustiziere della Notte, è un film che negli anni ’80 e ’90 avrebbe potuto avere come protagonista una delle tante action star di quel periodo. La strana accoppiata Luc Besson e Liam Neeson lo ha reso un vero e proprio hit al botteghino, cosa su cui non avrebbe mai scommesso nessuno. Squadra che vince non si cambia ed ecco che, quattro anni dopo, attori e produttore tornano con un sequel. Taken: La Vendetta prova inizialmente a sovvertire la trama del primo episodio: la figlia rapita dell’originale si trova infatti a dover salvare i genitori, rapiti dal padre di uno degli aguzzini uccisi nel primo film durante un viaggio a Istanbul con l’intera famiglia.

La cosa è talmente ridicola che, dopo poche decine di minuti, il personaggio di Neeson si libera e torna a fare quello che sa fare meglio: uccidere cattivi random senza pietà, con la figlia che però gli dà una mano. Ed è qui che il film si trasforma nella brutta fotocopia del primo episodio, a causa di una regia (del francese Olivier Megaton, sempre della scuderia Besson) poco ispirata, di una serie di orrori di sceneggiatura e scelte poco ispirate su cui risulta difficile chiudere un occhio e di un villain del tutto evanescente, che non terrorizzerebbe nemmeno un golden retriever. Neeson ci mette tutta la professionalità di cui è in possesso, ma non gli basta affatto per salvare questo completo disastro. Se proprio dovrà essere realizzato un terzo episodio (e visti gli incassi, probabilmente è ciò che accadrà), sarebbe bello poter vedere la vendetta dagli occhi di un cattivo, altrimenti si rischia di trovarsi nuovamente la stessa minestra per la terza volta. Bocciato senza riserve.

M-Review: Drive

Come molti di quelli che mi conoscono da anni sanno benissimo, è molto raro che io vada al cinema. O meglio, questa affermazione è stata valida finché non mi sono trasferito a lavorare a Milano. Da allora, infatti, le serate al cinema sono prepotentemente tornate nella mia vita, perlopiù in lingua originale, ma anche nelle vituperate versioni doppiate assieme agli amici. Alla fine è un ottimo modo per passare una serata, costa relativamente poco e soprattutto permette di non chiudersi nel tugurio (che è il modo “affettuoso” in cui chiamo la mia stanza a Vimodrone) ad annoiarsi. Ma perché tutto questo verboso (e forse inutile) preludio? Semplicemente perché il film oggetto di questo post l’ho visto per ben tre volte al cinema, cosa che non mi era mai accaduta prima d’ora per nessuna pellicola.

Perché Drive è una di quelle opere che ti fa uscire dalla sala completamente soddisfatto di ciò che hai visto, cosa alquanto difficile da un po’ di tempo a questa parte. Progetto passato nelle mani di svariati registi, come spesso capita a Hollywood, il film ha trovato la quadratura del cerchio con la coppia Nicolas Winding Refn e Ryan Gosling, il primo dietro e il secondo davanti alla macchina da presa. La storia è quella di “Driver” (il personaggio non ha nome), stuntman e meccanico di giorno e abile autista per criminali di notte, che un giorno si invaghisce di Irene, giovane cameriera con figlio piccolo, sua vicina di casa, il cui marito sta per uscire dal carcere. Per l’affetto che prova verso di lei, il silenzioso giovane decide di aiutarlo in un colpo che gli permetterebbe di vivere in pace con la famiglia per sempre. Purtroppo, però, come sempre accade in questi casi, qualcosa va storto.

Che Winding Refn fosse un regista coi controcoglioni lo si era capito dall’immensa trilogia di Pusher e da Bronson (anche Valhalla Rising, nonostante sia decisamente inferiore agli altri, resta un bel film). La forza della sua regia, in Drive, è quella di riuscire a creare scene dal fortissimo significato, che necessitano di pochi dialoghi per comunicare qualcosa. Bastano gli sguardi dei protagonisti, i silenzi, i cambi improvvisi di ritmo a dire tutto quello che c’è da dire. Il film ha un’estetica che si ispira molto agli anni ’80 sin dai titoli e anche la colonna sonora, che alterna musiche originali di Cliff Martinez a pezzi “di repertorio”, prende molto da quel periodo (per dovere di cronaca andrebbe detto che sia A Real Hero dei College che un altro paio di canzoni che si sentono nel film, pur sembrando provenire dagli anni ’80, sono in realtà del 2010).

Il cast dà una fortissima mano al regista. Gosling è semplicemente straordinario, Carey Mulligan ispira dolcezza e tenerezza nel ruolo della giovane cameriera, ma la vera rivelazione è Albert Brooks, in una delle rare volte in cui possiamo vederlo nel ruolo di cattivo. Nel cast ci sono anche Ron Perlman, Bryan Cranston, Christina Hendricks e Oscar Isaac, tutti validi, ma che non colpiscono come i tre sopracitati. Ho avuto la fortuna di vedere Drive in anteprima lo scorso Giugno, durante la rassegna Cannes a Milano, e me ne sono letteralmente innamorato. Quando è uscito ufficialmente in sala qui da noi, un mese fa, sono andato a rivederlo con un amico e la scorsa settimana ho approfittato di nuovo per rivedermelo, sempre al cinema, in lingua originale. Probabilmente cercherò di vederlo ancora almeno un paio di volte prima della fine dell’anno.

Il film di Refn è, logicamente, il miglior film dell’anno, ma anche il migliore dal 2000 (e pure qualche anno prima) a oggi. E’ anche un film che si ama alla follia o si odia totalmente. Io appartengo alla prima categoria e se non riuscite ad apprezzarlo, davvero, mi spiace per voi.