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M-Review: Jurassic World

JurassicWorldposter

Prima di parlare di Jurassic World, c’è una cosa che non mi è mai stata chiara. Ma cosa vi ha fatto di male The Lost World? Ok, magari non avrà avuto l’effetto WOW! del Jurassic Park originale, ma io l’ho sempre trovato molto più ricco ed efficace del primo film, che io tendo a ricordare soltanto per i 9 minuti in cui compaiono i dinosauri, mentre per il resto mi è sempre parso relativamente dimenticabile. Detto questo, l’attesa da parte del pubblico per Jurassic World era quasi alla pari con quella per il nuovo Star Wars. In sviluppo da più di 10 anni, da subito dopo l’uscita del terribile Jurassic Park III (che però incassò a sufficienza da far partire subito i lavori per un quarto episodio), il film è stato un vero parto produttivo, con svariate sceneggiature scartate e un bel numero di registi che hanno provato a più riprese a farlo diventare realtà. Ci è riuscito Colin Trevorrow, regista con all’attivo un solo piccolo film indipendente, il delizioso Safety Not Guaranteed, scelto personalmente da Steven Spielberg per questa difficilissima impresa.

La chiave metacinematografica (non spoilero, scopritelo da voi) è forse la cosa che funziona di più di questo Jurassic World, tra dinosauri dalla CG troppo evidente e personaggi che più bidimensionali non si può. E si scopre che non è Chris Pratt, che ormai recita con il pilota automatico, il vero protagonista, ma la brava e bella Bryce Dallas Howard, il cui personaggio è l’unico ad avere un minimo di evoluzione. Trevorrow cita a manetta Spielberg e non solo (una delle sequenze più riuscite ricorda tantissimo Aliens), ma non dimostra una grande identità dal punto di vista registico. Nonostante questo, riesce a tenere tutto sotto controllo, riuscendo a non sbracare dove sarebbe stato facilissimo farlo. L’idea dei raptor addomesticati (e delle loro conseguenze) è una variazione di quella degli ibridi umano-dinosauro del vecchio script di John Sayles, ma ha un arco talmente prevedibile che l’unico colpo di scena che potrebbe esserci risulta telefonatissimo. Alla fine della fiera, Jurassic World è un giocattolone senza infamia e senza lode, che ha comunque il merito di aver riportato i dinosauri sul grande schermo e che riesce a intrattenere senza grossi problemi per tutte le due ore di durata. E fidatevi, di questi tempi vuol dire tantissimo.

M-Review: Dracula Untold

Dracula

Ritengo che rivisitare storie celebri, grandi classici della letteratura e del cinema che fanno parte della nostra cultura, non sia affatto un male. Il tempo passa e, se si vogliono riproporre determinati personaggi, è giusto cambiare un po’ le carte in tavola. Il revisionismo storico, dopo aver reso Maleficent un personaggio positivo, è arrivato al principe delle tenebre. In Dracula Untold, il principe Vlad Tepes è diventato un uomo che sceglie di passare al lato oscuro per proteggere moglie, figlio e il suo popolo dalle scorribande dei turchi guidati da Maometto II, ma che gli eventi trasformeranno in quello che è il mostro che tutti conosciamo. Nato come Dracula Year Zero, il cui script gira in rete ormai da diversi anni, il film è stato soggetto a una pratica tornata pericolosamente in vigore a Hollywood di recente, quella del completo rimaneggiamento in post-produzione, con trame cambiate, attori totalmente eliminati in fase di montaggio e chi più ne ha più ne metta. Ed è così che l’avventura del principe è stata semplificata per venire incontro alle ridotte facoltà mentali del pubblico americano.

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Alcuni dei personaggi che incontrava nella sua avventura (e apparsi pure nel trailer qua sopra), interpretati da Charlie Cox e Samantha Barks, sono completamente svaniti ed è stato aggiunto quello che i titoli definiscono “Master Vampire“, interpretato da un Charles Dance tornato profondamente in auge grazie a Game of Thrones, vero deus ex machina della storia e probabile motore di quello che sarà il Monster Universe in stile Marvel di casa Universal (la scena finale, girata un paio di mesi prima dell’uscita, serve proprio a questo). Luke Evans ha il physique-du-role da action hero, Sarah Gadon è leggiadra e bella come non mai, Dominic Cooper aggiunge un altro cattivo alla sua filmografia e il giovane Art Parkinson, anche lui visto in GoT, è forse la sorpresa più interessante a livello di cast. È il film? Tutta la parte iniziale funziona, ma dal momento della bevuta del sangue in poi si nota il continuo e perdurante taglia e cuci (il regista, il debuttante irlandese Gary Shore, proveniente dalla pubblicità, si è probabilmente limitato a eseguire ordini provenienti dall’alto). Scene che durano pochissimo, buchi di trama clamorosi, momenti topici risolti in quattro e quattr’otto e, come detto prima, una coda finale che fa sembrare tanto questo Dracula il Captain America dell’universo mostruoso della major americana. Ci si lamenta di film che durano troppo e meriterebbero tagli, mentre per Dracula Untold capita l’esatto contrario: dura 84 minuti, titoli di coda esclusi e servirebbe un’altra mezz’ora, quella finita nel cestino, per non far sembrare tutto così frettoloso e confuso. I risultati al botteghino, buoni anche se non esaltanti, indicano che nonostante tutto Universal ci ha preso: il film è stato massacrato, ma il pubblico pare non curarsene. Personalmente non ho apprezzato Dracula Untold, ma non mi sento di sconsigliarvene la visione. A voi la scelta.

M-Review: Labor Day: Un Giorno Come Tanti

LaborDay

La distribuzione cinematografica italiana continua a non perdere certe brutte abitudini, come quella di annunciare la release di un film per poi farlo svanire nel silenzio più totale. Certo, capita molto meno che in passato e solo con prodotti di secondo piano, ma non è proprio il massimo della correttezza nei confronti di chi quel film sarebbe voluto andarlo a vedere. Sono stati probabilmente gli scarsi incassi e le recensioni non proprio favorevoli a spingere il distributore italiano a rinviare Labor Day: Un Giorno Come Tanti, nuovo film di Jason Reitman, dopo gli ottimi Thank You for Smoking, Juno e Tra le Nuvole e l’interlocutorio Young Adult. Il regista americano è passato dalla black comedy ironica al drammone stile anni ’50, tratto da un romanzo raccontando una storia d’amore piuttosto sui generis, tra un veterano del Vietnam dal passato oscuro e una donna che, assieme al figlio, viene rapita dall’uomo e, lentamente, si innamora di lui. Perché il tizio ha un cuore d’oro ed è anche un’ottima figura paterna, da sempre assente nella vita del ragazzo.

Bisogna applicare una notevole sospensione di incredulità per farsi coinvolgere dalla storia. Labor Day è un film dal registro inedito per Reitman ed è forse per questo motivo che la ciambella, stavolta, non è proprio venuta fuori col buco. I due protagonisti, Josh Brolin e Kate Winslet, sono molto bravi come sempre e lo stesso vale anche per il giovane Gattlin Griffith (era il piccolo Hal Jordan in Lanterna Verde). Il problema è che, come detto qualche riga di fa, sembra di stare in un feuilleton anni ’50, che riesce a essere cupo e pesante, ma allo stesso tempo estremamente zuccheroso. E’ difficile riuscire ad appassionarsi alle vicende dei personaggi, che restano bidimensionali nonostante ci sia tutto il tempo per svilupparli. E anche la narrazione, a opera di Tobey Maguire (che, non è uno spoiler, interpreta il figlio da grande), aggiunge pesantezza a pesantezza. Non sorprende che Labor Day abbia floppato e risultano un po’ più chiari i motivi di questo rinvio/annullamento nel nostro paese. Speriamo che Jason Reitman torni a fare quello che gli viene meglio e che questo frangente della sua filmografia sia velocemente dimenticato.

M-Review: R.I.P.D.: Poliziotti dall’Aldilà

R.I.P.D.

L’Estate 2013 al cinema si farà ricordare per alcuni moderati successi, con weekend d’apertura da record ma tenute non troppo esaltanti sulla lunga distanza e cocenti flop, quasi sempre annunciati a dire il vero, ma che hanno duramente colpito le casse di alcune major. The Lone Ranger è sicuramente quello che si è fatto sentire di più, a causa di un budget che superava i 200 milioni di dollari, ma anche questo R.I.P.D.: Poliziotti dall’Aldilà, tratto da un fumetto Dark Horse (scritto da Peter Lenkov, showrunner della serie Hawaii-Five 0), che ha incassato soltanto 30 milioni rispetto ai 130 spesi per realizzarlo, non scherza affatto. La storia è quella di un poliziotto che viene ucciso in servizio ed entra così a far parte del Rest in Peace Department, una polizia ultraterrena che continua comunque a operare nel mondo dei vivi, attraverso avatar che permettono loro di agire indisturbati e di procedere nelle loro indagini. In questo caso, Nick, così si chiama il protagonista, dovrà capire cosa c’è dietro alla sua morte e, nel frattempo, evitare che anche l’amata moglie venga uccisa.

Diretto da quel valido mestierante teutonico che risponde al nome di Robert Schwentke, R.I.P.D. è un film il cui destino appariva segnato sin dall’inizio. Quando tra l’inizio delle riprese e l’uscita del film passano due anni, la situazione, a naso, non è proprio delle migliori. Jeff Bridges, che parla con un accento così stretto da risultare difficilissimo da capire in originale, e Ryan Reynolds fanno del loro meglio per salvare la baracca, ma uno script che sembra una plateale copia di Men in Black, scelte di sceneggiatura molto discutibili ed effetti speciali piuttosto scarsi rendono questo compito alquanto arduo. Chi ne esce meglio di tutti è Kevin Bacon, assolutamente invisibile nei trailer e in tutti i materiali promozionali, che dà il suo meglio quando deve interpretare un cattivo (tranquilli, non è spoiler, la cosa viene resa nota dopo 5 minuti di film). Senza contare che viene da chiedersi come mai gli studios continuano ad affibbiare ruoli da protagonista in possibili blockbuster all’ex-mister Scarlett Johansson, che puntualmente li trasforma in flop (Turbo, uscito un paio di giorni prima negli USA, in cui doppia la lumaca protagonista, non è che stia andando proprio benissimo, pur essendo un cartone animato). Alla fine della fiera, R.I.P.D. intrattiene per i suoi 90 minuti di durata, ma bisogna chiudere entrambi gli occhi per non accorgersi di quanti sono i suoi problemi.

M-Review: Oblivion

Oblivion

Non sono molti i registi che riescono a passare senza problemi dal mondo della pubblicità e dei video musicali a quello del cinema. Per ogni Ridley Scott, David Fincher e Michael Bay ci sono diverse decine di nomi che non ce la fanno e dopo aver provato al massimo un paio di film vengono rispediti dove hanno dimostrato di saperci fare. Non è fortunatamente questo il caso di Joseph Kosinski, che con Tron Legacy, sua pellicola d’esordio, non ha certo confezionato un’opera prima perfetta, ma ha dimostrato di cavarsela dignitosamente con qualcosa di molto più complesso di uno spot pubblicitario (ma andatevi a vedere i due spot che il regista aveva girato per Halo 3 e Gears of War, davvero pazzeschi). Grazie alla credibilità ottenuta con questo sequel, Kosinski è riuscito in un’impresa davvero difficile di questi tempi, ossia quella di realizzare un film di fantascienza che non è né un sequel né un reboot, interpretato da una star di prima grandezza e con un budget di un certo livello. Oblivion è tratto da una graphic novel, scritta dallo stesso regista, mai uscita ufficialmente, ma che è riuscita nel difficilissimo compito di convincere i boss della Universal a tirare fuori 120 milioni di dollari (più marketing) per farne un film.

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La storia è quella di Jack, uno degli ultimi sopravvissuti alla catastrofe che ha segnato l’universo, incaricato da una strana organizzazione di estrarre le ultime risorse rimaste sulla terra in collaborazione con Victoria, misteriosa donna con cui fa squadra. La comparsa nella sua vita di un’affascinante sconosciuta, con cui in realtà ha un legame molto forte, comincerà a provocargli forti dubbi sulla sua missione e su chi egli sia in realtà. Oblivion è un film con un primo tempo atipico e quasi perfetto, in cui pur essendoci soltanto tre personaggi in scena, la storia va avanti senza problemi e cali di ritmo, mentre tende ad avvitarsi su sé stesso nella seconda parte, giungendo a un finale piuttosto deludente e scontato. Dal punto di vista visivo, il lavoro fatto a livello di scenografie, ambientazioni ed effetti speciali è davvero di prim’ordine, nonostante vada pesantemente a pescare, come la sceneggiatura, dalla fantascienza degli ultimi trenta anni. Ed è questo, probabilmente, il maggior problema del film di Kosinski: gli mancano idee originali e colpi di scena credibili, elementi a mio modo di vedere necessari per riuscire a creare un nuovo classico sci-fi. Per il resto, Tom Cruise è sempre molto convincente, Morgan Freeman fa quello che gli riesce meglio, mentre la giovane Andrea Riseborough (vista in W.E. di Madonna) dà vita a un personaggio algido e magnetico, forse il migliore della pellicola. Olga Kurylenko, invece, dimostra ancora una volta di essere soltanto un bel viso e un bel fisico, ma nulla più. Alla fine della fiera, Oblivion, comunque, non è un brutto film. Certo, ha difetti piuttosto macroscopici, ma merita la visione, magari su uno schermo grande a sufficienza per cogliere la magnificenza del mondo desolante e desolato che il regista ha creato. E per un genere bistrattato come la fantascienza, credetemi, è davvero molto di questi tempi.

M-Review: Les Misérables

Les Misérables

Succede che un’amica ti chieda, circa un mese prima dell’uscita, di accompagnarla al cinema a vedere Les Misérables. Succede che tu le dica di sì senza pensarci troppo “Tanto durerà meno di due ore, che vuoi che siano”. Succede che il film, visto che siamo nella Awards Season, si renda disponibile in rete in ottima qualità e tu decida di scaricarlo e di vederlo, per arrivare preparato. Succede che ti penta di aver detto di sì, perché resistere 2 ore e 40 (altrochè “meno di due ore“) di cui l’80% sono cantate, non è cosa facile. Ma una promessa è una promessa… Scherzi a parte, questa trasposizione cinematografica dell’omonimo musical tratto dal romanzo di Victor Hugo non è per nulla leggera, ma nonostante questo non si può negare che il risultato finale sia davvero di qualità. La storia è quella che tutti conoscete, incentrata sul continuo scontro tra l’ex-galeotto Jean Valjean (Hugh Jackman), diventato poi sindaco di una cittadina francese e l’ispettore di polizia Javert (Russell Crowe), sempre sulle sue tracce.

Diretto dal regista di Il Discorso del Re, Tom Hooper, il film è la classica macchina macina-premi. Una messa in scena davvero sontuosa, costata molto meno di quel che sembra (avrei pensato a un budget superiore ai 100 milioni di dollari, invece ne sono stati spesi solo 61), ottimamente diretta e recitata in maniera esemplare, sia dai due protagonisti maschili sopraelencati, che dagli altri membri del cast, come Anne Hathaway, Amanda Seyfried, Eddie Redmayne, Helena Bonham-Carter, Sasha Baron Cohen e la debuttante Samantha Banks. La caratteristica peculiare di questo musical è il fatto che tutti gli attori cantino live, come a teatro, senza registrare prima le canzoni e poi andare in playback una volta sul set. Una scelta che, per il regista, avrebbe dovuto rendere il tutto più brutale e realistico, ma che alla fine della fiera, secondo me, si è rivelata un’arma a doppio taglio. Quelli che sono abituati a calcare i palcoscenici, come Hugh Jackman e Anne Hathaway, se la cavano molto bene anche in queste condizioni, ma un attore come Russell Crowe, le cui uniche esperienze musicali sono quelle con la sua band rock, si trova completamente spaesato, oltre a cantare sempre due toni sopra per tutto il film. Certo, non stona mai, ma è sempre al limite e l’effetto è davvero fastidioso. Se amate il genere, Les Misérables vi piacerà molto. Sappiate soltanto, però, che guardarlo non sarà affatto una passeggiata.

M-Review: The Bourne Legacy

La prima trilogia di Bourne è stata una delle più grosse sorprese cinematografiche dell’ultimo decennio. Nessuno avrebbe infatti scommesso un nichelino sull’efficacia di Matt Damon come action hero. Dopo The Bourne Identity, abbastanza bruttarello, almeno secondo il sottoscritto, la serie tratta dai romanzi di Robert Ludlum è andata in crescendo, con i due episodi diretti in maniera spettacolare da Paul Greengrass, il quale ha dimostrato che si può fare azione in maniera “intelligente”, mettendo insieme trame coerenti, personaggi credibili e spettacolarità (sì, perché ci sono certe sequenze di The Bourne Supremacy e The Bourne Ultimatum che farebbero impallidire Michael Bay). Quando Matt Damon ha annunciato che non avrebbe più ripreso il ruolo di Jason Bourne, la reazione dei fan è stata abbastanza scontata. Era ovvio che Universal non avrebbe mollato questa gallina dalle uova d’oro ed eccoci quindi all’ancora più ovvio reboot, che condivide però alcuni personaggi con i precedenti episodi della serie.

The Bourne Legacy ha come protagonista Aaron Cross, agente membro di un programma segreto del dipartimento di difesa americano, che si ritrova a dover fuggire dai suoi datori di lavoro, che lo vogliono uccidere. Diretto dal suo sceneggiatore Tony Gilroy, il film è un discreto thriller spionistico, con una trama valida, sequenze d’azione ben realizzate e un cast, che vede la partecipazione di nomi come Rachel Weisz, Edward Norton, Oscar Isaac e gli habituée David Strathairn e Joan Allen, che si impegna e non si limita a fare il minimo sindacale per portare a casa la pagnotta. Il problema maggiore della pellicola sta purtroppo nel protagonista, Jeremy Renner, che Hollywood vorrebbe farci passare per il nuovo action hero di questo decennio (visti i suoi ruoli in The Avengers e Mission Impossible: Protocollo Fantasma), ma che in realtà ha lo stesso carisma di una foca monaca. E’ un bravo attore, per carità, ma non ha la presenza scenica e il physique du role necessari per rivestire questi ruoli. A parte questo, come già detto, The Bourne Legacy non è un brutto film, ma non aspettatevi le stesse emozioni che avete vissuto con i precedenti due episodi. Dategli una chance a prezzo ridotto, altrimenti se amate il genere, aspettate l’uscita in home video.

M-Review: Lorax: Il Guardiano della Foresta

Da qualche anno a questa parte, il mondo dell’animazione 3D americana non si limita più, fortunatamente, a Pixar e Dreamworks Animation. Con Cattivissimo Me, Illumination Entertainment, azienda francese guidata da Chris Meledandri, produttore hollywoodiano di esperienza decennale, ha saputo inaspettatamente mostrare di cosa è capace. In attesa dell’inevitabile sequel, i transalpini hanno deciso di adattare un racconto del Dr. Seuss, autore del Grinch, di Il Gatto e il Cappello Matto e di Horton e il Mondo dei Chi (l’unico dei tre a essere un film d’animazione). Lorax è forse il più kids-oriented di tutto il lotto, con la sua storia ricca di temi green, di buoni sentimenti, di canzoni in stile Disney e di tanti elementi che saranno apprezzati soprattutto dai più piccini.

La qualità dell’animazione è molto alta e, anche se non siamo ai livelli Pixar, possiamo dire che dal punto di vista tecnico, il lavoro è di qualità notevole. Il film si lascia guardare, scorre piacevolmente per un’ora e mezza senza mai diventare troppo stucchevole o banale. Come spesso capita, nel doppiaggio italiano di questi lavori si tendono a scegliere voci celebri, poco avvezze però a prestare la loro ugola a personaggi di fantasia. La creatura che dà il nome al film è doppiata sia in originale che in italiano da Danny De Vito e il risultato, dopo un po’ di straniamento iniziale, è sorprendentemente efficace. Chi sorprende davvero è Marco Mengoni, che dimostra di saper usare la voce in maniera davvero impensata. Vi assicuro che resterete increduli ascoltando il suo doppiaggio, più o meno come è successo a me. Lorax è un film perfetto per i vostri figli, fratellini o cuginetti, non portateci la fidanzata (oh, magari le piace, che ne posso sapere 😀 ).

M-Review: American Pie: Ancora Insieme

American Pie è senza dubbio una delle più longeve e numerose serie del cinema contemporaneo. Una trilogia per il grande schermo, poi una pletora di episodi DTV (ne ho perso il conto) e infine, seguendo la moda della nostalgia che ha pervaso da qualche anno, per mancanza di idee, tutto l’entertainment attuale, un nuovo capitolo che rappresenta un vero e proprio ritorno alle origini. L’evento che rimette insieme tutti i protagonisti del primo film, 13 anni dopo, è la classica riunione scolastica. Jim e gli altri si ritrovano infatti nella loro amata East Great Falls per un weekend all’insegna dei ricordi: tutti sono cresciuti, qualcuno è cambiato molto, qualcun altro è sempre lo stesso.

Sono andato a vedere questo American Pie: Ancora Insieme decisamente prevenuto, bollandolo anticipatamente come trashata. Mi sono dovuto ricredere, perché il film scritto e diretto a quattro mani da Jon Hurwitz e Hayden Schlossberg (registi e sceneggiatori dei vari Harold & Kumar, surreali e intelligenti come poche altre pellicole del genere) è una commedia che avrebbe reso fiero John Hughes. I 113 minuti scorrono piacevolmente tra una risata e l’altra, le volgarità escono quasi tutte dalla bocca, e non solo, di Stifler (ho detto che qualcuno non era cambiato, no?), molte scelte di sceneggiatura non deludono e si finisce anche per rifarsi gli occhi spesso e volentieri (il topless della 23enne Ali Cobrin vi lascerà senza fiato, credetemi). Un film divertente e che supera ampiamente la sufficienza, ottimo per una serata primaverile/estiva senza troppi pensieri. Non so perché, ma sento che i ragazzi di East Great Falls torneranno al cinema da qui a due/tre anni. Chiamatelo sesto senso…

Trailer: The Dictator

Ali G, Borat e Bruno sono i tre personaggi simbolo di Sacha Baron Cohen. Tutti nati in TV e poi trasportati al cinema con alterna fortuna: Borat era pressoché perfetto, Ali G in Da House estremamente sottovalutato, mentre Bruno non è riuscito del tutto. The Dictator è il primo film in cui il bravissimo attore britannico, uno dei pochi trasformisti rimasti nel mondo del cinema, veste i panni di un personaggio creato apposta per l’occasione. Si tratta dell’Ammiraglio Generale Aladeen, dittatore della inesistente Repubblica di Wadiya, liberamente ispirato a Muhammar Gheddafi, l’ex rais libico il cui regno è fortunatamente finito qualche mese fa. Nel film, Aladeen si reca a New York, ma come vedrete in questo ultimo trailer, uscito qualche giorno fa, gli succede qualcosa di molto particolare.

Diretto da Larry Charles, il comico/regista/attore creatore della nota serie Curb Your Enthusiasm, che aveva già diretto Baron Cohen sia in Borat che in Bruno, The Dictator vede anche la partecipazione di John C. Reilly, Ben Kingsley, Anna Faris e Megan Fox (guardatevi anche il primo trailer e la vedrete affascinante come non capitava da tempo). Da questi primi spezzoni, il film appare davvero esilarante e il fatto che ci sia una vera sceneggiatura dietro e non si tratti più di una serie di eventi in stile “mockumentary” lo rende più adatto al grande schermo delle precedenti prove dell’attore britannico. L’uscita, in contemporanea mondiale, è prevista per metà Giugno, ma Baron Cohen si è già dato da fare con la promozione: se vi siete persi il divertente siparietto con Ryan Seacrest sul red carpet dell’ultima notte degli Oscar, andate subito a recuperarlo. Personalmente, vi dico che The Dictator è nella mia lista di film più attesi per quest’estate e spero non mi deluda. :)