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M-Review: Avengers 2: Age of Ultron

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In tutto il Marvel Cinematographic Universe non c’è film che abbia compito così difficile come quelli dedicati agli Avengers. Ci sono gli archi narrativi della fase attuale da chiudere, nuove storie da introdurre e un abnorme quantitativo di personaggi da gestire. Ed è proprio la sua natura che rende Avengers 2: Age of Ultron un film che presenta più o meno gli stessi pregi e gli stessi difetti del suo predecessore. Ma andiamo con ordine. Questa volta, il nostro team di supereroi preferito dovrà vedersela con Ultron, intelligenza artificiale creata con nobili intenti durante un esperimento scientifico da Tony Stark e Bruce Banner, che però si ribellerà ai suoi creatori e metterà a serio rischio la sopravvivenza dell’intero pianeta. I 142 minuti del film, maggiore durata in assoluto per un prodotto dei Marvel Studios, sono una corsa senza sosta sulle montagne russe, con pochissimi momenti di calma e un’immane quantità di accadimenti. L’atmosfera, poi, è molto più cupa rispetto al primo Avengers: il tocco umoristico di Joss Whedon si vede sempre, anche se il mood generale non è così scanzonato come tre anni fa.

Vien facile intuire che, con tutto questo bailamme, alcune cose siano state sacrificate per l’impossibilità di avere tre ore di film. Non sono certo le sequenze d’azione a risentirne (quella conclusiva, in parte girata in Val d’Aosta, secondo me è addirittura più spettacolare dell’attacco a New York del primo episodio), ma alcune parti della storia, che risultano troppo didascaliche e affrettate. Anche qui, è il villain a essere una delle parti migliori del film: Ultron è la dimostrazione che il performance capture, se a dar corpo al personaggio è un attore che sa fare il suo lavoro, è una tecnica molto efficace. Anche se lo vediamo alto più di due metri e in forma metallica, James Spader sembra essere in scena con tutti gli altri attori in carne e ossa (va detto che pure Hulk è più realistico dell’ultima volta). Per il resto, tutti gli Avengers rivestono i ruoli classici per cui li conosciamo e le due new-entry Quicksilver e Scarlet Witch sono piuttosto anonime rispetto agli altri (anche se Liz Olsen si è presa un posticino nel mio cuore a fianco di quello gigantesco occupato da sua maestà Scarlett Johansson). Qualche sorpresa che non sia stata spoilerata nei mesi scorsi c’è, ma nulla di importante, mentre la brevissima sequenza nei titoli di coda è piuttosto debole (vi ho detto più volte che tra i due Avengers ci sono molte cose simili, quindi ci arrivate da soli…). Avengers 2: Age of Ultron è un film che fa il suo lavoro: intrattiene, diverte e non annoia, ma si sbilancia troppo sul piano della spettacolarità e delude su quello della storia. Ma se vi piacciono l’azione, i fumetti e in generale non vi perdete un film Marvel, ne uscirete comunque molto soddisfatti.

V-Review: LEGO Marvel Super Heroes (da fuorigio.co)

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I LEGO sono senza dubbio una delle cose più democratiche al mondo. Nonostante il franchise videoludico sia ormai saldamente in mano a Warner Bros. chiunque, conoscendone il potenziale commerciale, non si fa problemi ad associare i propri personaggi pur di portarsi a casa qualche milione di dollari sicuro. Marvel è di proprietà di Disney, ma non ha avuto alcuna remora a fornire la quasi totalità del suo immaginario fumettistico per questo LEGO Marvel Super Heroes, appuntamento pre-natalizio della stravenduta serie sviluppata dagli inglesi di Traveller’s Tales

Se volete leggere il resto dell’articolo, lo trovate su Fuorigio.co all’indirizzo: http://fuorigio.co/2013/11/recensioni/lego-marvel-super-heroes/16043/

M-Review: Thor: The Dark World

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Il punto di forza e, allo stesso tempo, difetto della Fase 1 cinematografica targata Marvel era la mancanza di uniformità, a livello stilistico, tra i film che la componevano: l’ironia dei due Iron Man, l’avventura old-style di Captain America, l’action-fuffa di Hulk e il dramma shakespeariano di Thor. Poi è arrivato The Avengers, che con il suo incredibile successo ha resettato tutto e ha indicato a Marvel qual era la strada da seguire, stilisticamente parlando. Il maggior problema di Thor: The Dark World è proprio quello di avere un registro totalmente differente dal primo episodio, che per essendo tutt’altro che impeccabile, poteva contare su quella componente drammaturgica, merito della regia di Branagh, che lo faceva risaltare in mezzo al marasma della già citata Fase 1. Questa volta, il biondo e lungocrinito eroe di Asgard decide di tornare sulla Terra per salvare la sua amata Jane Foster, infettata dall’Aether, una potentissima arma ardentemente desiderata dagli Elfi Oscuri guidati dal perfido Malekith. Per salvare l’universo, Thor sarà costretto a chiedere aiuto al suo fratellastro Loki, incarcerato per i fatti di New York.

L’autorialità non è più una scelta possibile in casa Marvel Studios, motivo per cui è stato scelto Alan Taylor come regista. Un valido mestierante con tanta esperienza televisiva in casa HBO, ma con alle spalle soltanto un film (Palookaville) di quasi 20 anni fa. Il pathos e il dramma sono praticamente spariti, lasciando spazio a un’alternanza tra azione, sequenze spettacolari e momenti umoristici o divertenti, formula che funziona alla perfezione in The Avengers, ma che qui non è sempre la più azzeccata. Malekith è un villain un po’ deboluccio, che non viene mai approfondito e che, purtroppo, non sembra altro che un Teletubbie scuro e minaccioso. Chi porta a casa il risultato è sempre Tom Hiddleston, il cui Loki si meriterebbe un film a parte: la sua bravura è quella di renderlo un personaggio da cui ci si può aspettare di tutto in qualsiasi momento (evito di spoilerare). Tra le altre note positive, una René Russo che torna a menare le mani a 20 anni dall’indimenticabile Arma Letale 3, una Kat Dennings a cui viene finalmente dato molto più spazio (però non si può tenerla coperta e castigata per tutto il tempo, eccazzo) e le classiche scene nei titoli di coda (questa volta ce n’è una a metà, fondamentale, e una alla fine, altrettanto necessaria). Non vi annoierete, sia chiaro, ma il senso di insoddisfazione, se la vostra visione dell’universo Marvel è simile alla mia, sarà piuttosto forte.

M-Review: Iron Man 3

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The Avengers ha segnato la chiusura della cosiddetta Fase 1 dell’universo cinematografico Marvel: una serie di film, sei per l’esattezza, cominciati proprio con il primo Iron Man, che hanno portato alla più grossa reunion di supereroi di tutti i tempi. Se la Fase 1 è durata all’incirca 4 anni, la Fase 2 si risolverà nella metà del tempo. Tutte le pellicole che porteranno a The Avengers 2, in uscita a Maggio 2015, sono infatti già state delineate: il sequel di Thor arriverà a Novembre, mentre nel 2014 sarà la volta di un nuovo Captain America e della novità assoluta, Guardians of the Galaxy. Questa seconda fase comincia proprio come era cominciata la prima, da un Tony Stark profondamente cambiato, però, rispetto a quando lo abbiamo conosciuto per la prima volta. I fatti di New York hanno infatti avuto contraccolpi piuttosto pesanti sulla psiche del geniale miliardario proprietario delle Stark Industries, i cui nemici sono questa volta una figura proveniente dal suo passato, lo scienziato Aldrich Killen e un malvagio e spietato terrorista, chiamato Il Mandarino. Dopo il disastro, anche se non a livello di incassi, costituito da Iron Man 2, un bel colpo di coda era necessario per riportare le avventure cinematografiche di Tony Stark sulla retta via. La scelta di Shane Black come regista e co-sceneggiatore si è rivelata incredibilmente azzeccata.

Per chi non lo sapesse, il personaggio in questione, ai tempi giovanissimo, ha scritto i primi due Arma Letale, per poi proseguire con cose come Last Action Hero e L’Ultimo Boy Scout. Il suo primo film da regista, Kiss Kiss Bang Bang, risalente al 2005, che guarda caso aveva Robert Downey, Jr. come protagonista, è un gioiellino che gli amanti delle action comedy non possono assolutamente perdersi. Shane Black ci ha messo tantissimo del suo in Iron Man 3: il film è fondamentalmente una action comedy (molto meno dark e cupa di quanto viene venduto dai trailer), che alla fine si trasforma in un buddy movie alla Arma Letale, con una struttura molto simile alle pellicole sopraelencate. Non mancano ovviamente le sequenze d’azione spettacolari, dall’attacco a Casa Stark al salvataggio dei passeggeri dell’Air Force One, passando per il pirotecnico e affollatissimo finale con le mille mila armature diverse, ma l’assurdo è che conta molto di più tutto il resto rispetto a quei momenti in cui si vedono i 200 milioni di dollari messi in campo da Disney per imbastire questo sequel. La sceneggiatura unisce una trama che va avanti senza sosta e dialoghi brillanti con battute fantastiche a incomprensibili buchi logici su alcuni personaggi di contorno e colpi di scena telefonati all’inverosimile (vi anticipo che i fan del fumetto si incazzeranno a morte dopo aver visto la “trasformazione” del Mandarino, geniale, seppur supertelefonata, in questo contesto). Robert Downey, Jr. continua a gigioneggiare in quello che è probabilmente il personaggio che più gli appartiene nella sua storia d’attore, Gwyneth Paltrow ha qualcosa in più da fare rispetto al solito e Don Cheadle si comporta come il suo personaggio richiede. Ben Kingsley dà vita a un Mandarino credibile in qualsiasi cosa faccia, nel bene e nel male, mentre purtroppo Guy Pearce ha lo stesso appeal come cattivo del sottoscritto in mezzo a un harem di modelle. Non pervenuta, purtroppo, Rebecca Hall, bellezza affascinante e di gran classe, ma il cui personaggio, così come è messo in scena, non serve assolutamente a nulla. Gli effetti speciali, questa volta made in WETA Digital (e non più dalla “factory di casa” IL&M), sono davvero superlativi e lo stesso si può dire di tutta la parte tecnica. Iron Man 3 è un film che, nonostante i grossolani difetti di script, mi è piaciuto e mi ha divertito un sacco, tenendomi incollato alla poltrona per tutti i suoi 130 minuti di durata. La cosa triste è che potrebbe essere l’ultima avventura cinematografica, per un po’ di tempo, di Tony Stark. Vedremo se Marvel è così miope da lasciarsi scappare altre occasioni simili.

Trailer: Red Dawn

L’idea della realizzazione di un remake di Alba Rossa non è mai parsa particolarmente esaltante. Vuoi perché l’originale, scritto e diretto dal grande John Milius, oltre a essere un ottimo film, era strettamente legato al periodo storico in cui usciva, in piena guerra fredda, facendo quindi leva su una situazione che, per quanto irreale, risultava comunque plausibile. Per chi non conoscesse la trama, la si può sintetizzare in questo modo: una piccola cittadina americana viene improvvisamente invasa da truppe provenienti dall’Unione Sovietica, con il rischio di scatenare una Terza Guerra Mondiale su un fronte totalmente diverso dalle precedenti. Il remake, almeno inizialmente, sostituiva i sovietici con dei cinesi, mentre il plot rimaneva più o meno lo stesso. Ma a pochi mesi dall’uscita, MGM, che si sarebbe dovuta occupare della distribuzione della pellicola, si accorge che c’è qualcosa che non va.

Eh sì, perché non si può ritrarre i cinesi come acerrimi nemici, soprattutto se si pensa ai potenziali incassi che può portare quel paese. MGM rinuncia quindi a distribuire il film, portando i produttori a pensare a una vera genialata: “E se sostituissimo i cinesi con dei coreani qualsiasi?”. Detto fatto. Nessuna scena viene rigirata, si usa il digitale per modificare tutti i riferimenti alla Repubblica Popolare per farla diventare la meno profittevole Corea (tanto son tutti musi gialli, son tutti uguali). Facepalm a go-go. A guardare il trailer, però, Red Dawn pare addirittura abbastanza accettabile. Diretto dall’ex-stunt Dan Bradley, il film ha un cast che include un sacco di giovani, da un Chris Hemsworth pre-Thor (la pellicola, d’altronde, è stata girata a fine 2009) a un Josh Hutcherson pre-Hunger Games, passando per la televisiva Adrienne Palicki, Conor Cruise (figlio adottivo di Tom), la bellissima Isabel Lucas e il sottovalutato Jeffrey Dean Morgan. Uscita americana prevista per il 21 Novembre, in tempo per il Thanksgiving Day, mentre non si sa ancora nulla di quella italiana.

M-Review: Quella Casa Nel Bosco

Il 2012 si contraddistinguerà per essere l’anno della rivalutazione di Joss Whedon. Come ho già detto più volte, ho sempre avuto un’antipatia a pelle per il regista/sceneggiatore americano, amato e osannato dai nerd e dai geek di tutto il mondo. Se The Avengers è riuscito a far vacillare le mie certezze, mi tocca dire che grazie a Quella Casa Nel Bosco la mia stima nei suoi confronti sta continuando a salire. Certo, parliamo del Whedon cinematografico, non di quello televisivo, perché quello continua a essere destinatario di tutto il mio odio. Parlare del film senza spoilerare è un’impresa difficile, ma ci proviamo, riassumendo più o meno quanto viene mostrato nel trailer qua sotto. Un gruppo di giovani decide di passare un weekend in una baita sperduta in un luogo dimenticato da Dio. Quello che i ragazzi non sanno è che in realtà l’edificio è controllato da un gruppo di colletti bianchi il cui obiettivo è quello di vederli morire uno a uno.

Esordio alla regia di Drew Goddard (sceneggiatore di Cloverfield e svariate puntate di Lost), che è anche co-autore della sceneggiatura, Quella Casa Nel Bosco nasconde sorprese e colpi di scena in quantità industriale. Chiunque si aspetti un horror tradizionale è meglio che se ne stia alla larga, perché la premiata ditta Goddard-Whedon non fa altro che decostruire tutti i topos del genere dall’inizio alla fine, sfociando in una parte finale che appaga come raramente è capitato negli ultimi anni. Se si pensa che il film è stato girato nel 2009, ma è stato tenuto in naftalina fino a oggi, ci si rende conto di quanto la miopia degli studios si mantenga sempre su livelli piuttosto alti. Quella Casa Nel Bosco è, a mio modesto parere, la miglior pellicola vista in questo 2012, sicuro acquisto quando se ne uscirà in BluRay fra qualche mese. Bene, caro Joss, ora che Hollywood ti ha tributato i giusti onori, resta sul grande schermo e non tornare più alla televisione, te ne prego.

M-Review: The Avengers

Io odio Joss Whedon. Se fossi stato un dirigente televisivo, probabilmente non avrei trasmesso nessuna delle sue serie TV. Lo ammetto, non c’è niente di razionale in questa mia opinione, è una cosa viscerale, a cui non so dare spiegazioni. Non posso fornire giudizi sul suo operato da sceneggiatore fumettistico, visto che non leggo fumetti, ma non ho assolutamente una buona considerazione del Whedon sceneggiatore cinematografico. Devo però dargli atto, nonostante l’odio, che Serenity, spin-off per il grande schermo di una delle sue serie, Firefly, era un film di fantascienza davvero ben fatto, che avrebbe meritato molto più successo di quanto ha effettivamente avuto. Inutile dire che quando ho saputo che sarebbe stato lui a dirigere e scrivere The Avengers, un brivido di terrore ha percorso la mia spina dorsale, pur avendo gradito la sua precedente prova dietro la macchina da presa.

Due anni dopo, devo dire che il risultato è andato oltre le mie aspettative. Già i trailer mostravano che c’era del potenziale e la visione del film ha confermato le mie sensazioni. The Avengers è la giusta conclusione al percorso intrapreso dai Marvel Studios a partire dal primo Iron Man, soddisfacente sia per chi si è visto tutti i cine-comic degli ultimi anni che per chi è semplicemente alla ricerca di una serata all’insegna del divertimento. Robert Downey, Jr., Chris Hemsworth e Samuel L. Jackson non fanno altro che ripetere la loro prestazione dei film precedenti, con un Tony Stark in formissima a cui Whedon ha assegnato le battute migliori (non ce n’è una fuori posto, sappiatelo), gli altri membri del cast riescono a risultare più convincenti che in passato: Chris Evans pare molto più in parte rispetto a un annetto fa, mentre Scarlett Johansson oltre a suscitare pensieri indicibili, vestita con quella tutina aderente, è decisamente più efficace di quanto non fosse in Iron Man 2. Anche Jeremy Renner, attore che solitamente trovo piuttosto anonimo, riesce a conferire al suo Hawkeye un carattere decisamente inatteso.

La vera sorpresa, però, è Hulk. Al terzo re-casting dopo le discutibili prove di Eric Bana (dite quel che volete, ma per me il film di Ang Lee è uno dei migliori prodotti di sempre tratti da un fumetto) ed Edward Norton, questa volta la scelta dell’attore è stata praticamente perfetta. Il Bruce Banner di Mark Ruffalo è un genio timido, riservato e tormentato, che sembra quasi scritto apposta per l’attore americano. L’Hulk che ne viene fuori, sia per merito degli effetti speciali che della sceneggiatura, è una creatura molto più reale del solito e, soprattutto, è la figura che i fan del personaggio hanno sempre voluto vedere sul grande schermo, oltre a essere protagonista di un paio di momenti davvero esilaranti. Tom Hiddleston è sempre alquanto bravo nei panni di Loki, ma rispetto alla sua precedente apparizione, molto shakespeariana, nel Thor di Branagh, questa volta è diventato un villain quasi cartoonesco, scelta che pare piuttosto avventata inizialmente, ma che nell’economia della pellicola si rivela tremendamente azzeccata.

Il film è molto divertente, ma ha un calo di ritmo davvero devastante nella parte centrale, da cui potevano essere benissimo tagliati almeno 10/15 minuti. Tutta la parte iniziale funziona bene e la battaglia finale tra buoni e cattivi a New York è una delle cose più epiche che si siano viste sul grande schermo da qualche anno a questa parte. Quello che mi tocca ammettere alla fine è che Joss Whedon, per via del suo “secondo lavoro” come autore di fumetti è probabilmente la scelta migliore che Marvel potesse fare per questo film. La sceneggiatura è brillante e ricca di battute memorabili e la regia, che non risulta mai caotica, segue bene storia e personaggi. Se non fosse per la discutibile parte centrale, The Avengers sarebbe il miglior cine-comic mai realizzato. Così risulta soltanto una pellicola molto divertente, che difficilmente deluderà sia gli appassionati di fumetti che gli spettatori più casuali (hai detto cotica). Si merita tutto il successo che sta avendo, c’è poco da dire.