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M-Review: Spy

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Paul Feig è uno di quei registi che forse non diventerà mai così famoso come tanti suoi colleghi, ma è ormai diventato un nume tutelare, dopo Le Amiche della Sposa, del genere commedia. Spy è allo stesso tempo un omaggio ai film di James Bond e a quelli d’azione in generale, ma allo stesso tempo una commedia davvero divertente, con tempi comici estremamente azzeccati, situazioni esilaranti e una regia davvero di prim’ordine. Melissa McCarthy, al suo terzo film con Feig (e un quarto in arrivo, il reboot di Ghostbusters) interpreta un’agente della CIA un po’ sui generis, che ha passato la sua intera carriera a fare da occhi/orecchie dalla sua scrivania agli operativi in missione sul campo. Quando uno di loro, Bradley Fine (Jude Law), suo amore segreto, viene ucciso da una pericolosa terrorista bulgara (Rose Byrne), la donna riesce a convincere i suoi superiori a farsi mandare in missione per sgominare la pericolosa minaccia.

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Quello che va chiarito fin da subito è che Spy non può essere considerato una parodia. Ha una trama che assomiglia tanto a quella di un qualsiasi spy-movie, ma sono i personaggi e i dialoghi a fare la differenza e a generare situazioni in cui l’azione si mischia con la commedia e scatena risate a profusione. La McCarthy è ovviamente una certezza, ma la vera sorpresa del film è Jason Statham, in un ruolo che è invece una vera e propria parodia di quelli che interpreta di solito, che fa sbellicare ogni volta che entra in scena. Ho letto che qualcuno paragonava il suo personaggio all’ispettore Clouseau e col senno di poi devo dire che il paragone è davvero azzeccato. La Byrne è una cattiva azzeccata, Bobby Cannavale non brilla particolarmente, mentre Jude Law è in puro James Bond-mode e viene quasi da chiedersi perché non è mai stato preso in considerazione per interpretare 007 (forse perché è ancora troppo giovane). Spy è una piacevolissima sorpresa per queste due/tre settimane di calma piatta cinematografica, in attesa delle nuove uscite importanti dalla settimana di Ferragosto in poi.

M-Review: Kingsman: Secret Service

Kingsman

Ho sempre nutrito una grandissima stima per Matthew Vaughn, sin da quando produceva i film del suo amico Guy Ritchie. Poi l’esordio da regista col tremendamente sottovalutato Layer Cake (che vi consiglio di recuperare), a cui sono seguiti l’ottimo Stardust, Kick-Ass e il bellissimo reboot di X-Men. Sono convinto che Giorni di un Futuro Passato sarebbe stato molto meglio nelle sue mani, ma il fatto che abbia deciso di lasciarlo per dedicarsi a Kingsman: Secret Service, fa capire che si tratta di un regista a cui piacciono le sfide. Tratto, come Kick-Ass, da un fumetto di Mark Millar, il film è una rivisitazione ironica e ultraviolenta del genere spionistico british degli anni ’60/’70, ovviamente in chiave moderna. Ci sono eleganti spie in giacca e cravatta, supercattivi matti da legare, aiutanti dalle abilità straordinarie e continui colpi di scena. Va detto che nella sua parte iniziale, quella formativa del nostro eroe all’accademia, il film mi ha ricordato tantissimo X-Men: L’Inizio, con temi trattati anche nei precedenti lavori di Vaughn: si vede che l’iniziazione dell’eroe è un elemento narrativo che gli va particolarmente a genio.

Tra un Colin Firth elegantissimo e carismatico, un Samuel L. Jackson con la zeppola (resa molto bene anche dal doppiaggio di Luca Ward) in versione villain e un Michael Caine che nasconde più sorprese del solito, gli amanti della buona recitazione avranno di che essere soddisfatti. E’ però il giovane Taron Egerton, alla prima esperienza di un certo livello, a reggere il film sulle sue spalle, grazie al carisma e a una bravura che lo porterà sicuramente molto lontano. Se Kingsman funziona, il merito però lo si deve soprattutto a Vaughn, ottimo nella gestione delle scene action, ma soprattutto capace di bilanciare violenza eccessiva e umorismo in maniera tale che tutti i corpi squartati, le parti del corpo che si staccano come se fossero burro e le teste che saltano in aria sembrino venire direttamente fuori da un cartone animato. A me poi, sono piaciuti un sacco i piani sequenza (chiaramente aiutati dal digitale) usati in molte scene di combattimento, che le rendono ancora più movimentate e coinvolgenti. Kingsman è un film che tiene incollati allo schermo, anche se avrebbe beneficiato, secondo me, di qualche taglio, visto che ci sono alcune sequenze a mio avviso inutili che tendono a rallentare troppo il ritmo. Questo è l’unico difetto piuttosto macroscopico che gli ho trovato, perché per il resto si tratta di un action davvero godibile e che si candida a una posizione di tutto rispetto tra le cose migliori del 2015. La speranza è che gli incassi siano sufficienti da consentire la realizzazione di un sequel, che dovrebbe però avere Vaughn ancora alla regia. Conoscendo la sua voglia di cimentarsi sempre in progetti nuovi, questo potrebbe essere un problema.