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T-Review: Sony Walkman NZ-WS613

SonyNWZWS613

Il Walkman di Sony è stato uno dei prodotti simbolo degli anni ’80 e ’90: portarsi la musica in giro, sia in cassetta che in CD, significava possedere un prodotto della famiglia o, comunque, qualcosa di simile. Il Walkman è stato per la musica “fisica” (passatemi il termine) quello che iPod è stato per la musica digitale. Il lettore portatile della Mela è stato il prodotto che l’ha scalzato dall’immaginario collettivo e che ha costretto Sony a ripensare la propria strategia nell’ambito della “portable music“, portandola a proporre dispositivi dalle caratteristiche molto peculiari, in grado di andare a conquistare nicchie di mercato specifiche dove un prodotto “generalista” come iPod non può arrivare.

L’NZ-WZ613 è il prodotto con cui Sony vuole rivitalizzare il brand Walkman. Si tratta di un auricolare in-ear senza fili, Bluetooth e con una memoria interna di 4 Gb. Qual è la sua peculiarità? Andate in piscina ma vi annoia nuotare sentendo solo il vociare degli altri occupanti oppure il silenzio ovattato di quando siete sott’acqua? Con questo Walkman potrete tranquillamente ascoltare musica mentre nuotate, con la testa sott’acqua. Il dispositivo è completamente waterproof e grazie alla sua conformazione e agli auricolari in-ear, resterà attaccato alla testa, senza muoversi e permettendovi di nuotare senza alcuna preoccupazione, ma con un bel sottofondo musicale.

SonyNWZWS613

Questa sua caratteristica lo rende perfetto anche per i runner come il sottoscritto: non vogliamo tra le scatole i fili delle cuffie mentre corriamo e desideriamo qualcosa che rimanga ben fisso alle orecchie e non debba essere sistemato ogni 10 secondi. Vi basterà indossare l’NZ-WS613 per risolvere il problema.

Come detto prima, il prodotto dispone del supporto Bluetooth, cosa che vi permetterà di collegarlo al telefono e di ascoltare la musica presente al suo interno o in streaming attraverso Spotify, Deezer e compagnia bella. Quando sarete sott’acqua, però, il Bluetooth non funzionerà e dovrete utilizzare la memoria interna (ma tranquilli, in 4 Gb ce ne stanno tantissimi di mp3). Siccome i controlli sulle cuffie non sono propriamente accessibili mentre si è impegnati a nuotare, avrete a disposizione un piccolo telecomando a forma di anello, anche questo subacqueo, che dovrete mettere su un dito della mano e con cui potrete controllare la riproduzione della musica mentre siete in acqua. Bello, no? Inutile dire che vi sarà molto utile anche durante una corsa, con il telefono collegato, visto che i controlli su di esso non sono proprio pratici mentre si corre.

Walkman

Caricare la musica sulla memoria interna è molto semplice: attaccate il dispositivo con il suo cavo USB al computer, poi spostate semplicemente i file all’interno della cartella Music, oppure utilizzate il software (disponibile sia per PC che per Mac) per fare drag ‘n’ drop delle canzoni e vederle spostare automaticamente dove necessario. Per controllare il contenuto da smartphone o tablet, invece, scaricate dagli store (iOS/Android) l’applicazione gratuita SongPal, dalla quale potrete accedere anche a impostazioni avanzate come l’equalizzatore e altri parametri relativi all’audio.

La qualità sonora è veramente buona e le cuffie vi avvolgeranno totalmente i padiglioni auricolari, isolandovi dall’esterno e permettendovi di ascoltare la vostra musica preferita senza rumori e interferenze.

Personalmente, come avrete capito dalla recensione, ho trovato il Walkman NZ-WS613 un prodotto perfetto per le mie esigenze. Non sono un nuotatore (non nuoto né in mare né in piscina ormai dal 1997), ma sono un runner e poter disporre di una cuffia comoda, avvolgente, con un’ottima qualità sonora, che resta fissa alle orecchie e si collega facilmente allo smartphone, mi ha risolto un problema che andava avanti da mesi, quello di avere una cuffia con fili che mi provocava più fastidi che altro.

Certo, non è così economico come un paio di auricolari, ma si tratta chiaramente di un prodotto molto diverso. Se volete farvi un bel regalo di Natale, lo trovate su Amazon con più del 20% di sconto (di listino costa 150 €, adesso è a 112 €).

M-Review: The Amazing Spider-Man 2: Il Potere di Electro

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Con The Amazing Spider-Man, Sony era riuscita a dare un colpo di spugna all’insopportabile carrozzone targato Sam Raimi, conferendo un taglio più moderno e meno scanzonato alla storia di Peter Parker e del suo alter-ego in calzamaglia. Certo, non era affatto esente da difetti, in primis un villain minaccioso ma assolutamente bidimensionale, ma si lasciava guardare con piacere dall’inizio alla fine. Il film riscuote, ovviamente, un gran successo al botteghino e la major nippo-americana ne manda subito in produzione il sequel. Ciò che va detto fin da subito è che The Amazing Spider-Man 2: Il Potere di Electro soffre della classica maledizione del secondo capitolo, quella per cui deve essere messa tantissima carne al fuoco: il problema è che praticamente niente viene approfondito e il film sembra un semplice assemblaggio di pezzi messi uno dopo l’altro. Nonostante il chiaro ed esplicito intento della produzione sia quello di creare un universo analogo al Marvel Cinematic Universe, sfruttando tutti i personaggi legati a Spider-Man, si è perso il senso di una storia più ampia che trasudava dal primo episodio e tutti i rimandi al futuro (il film su Venom, quello sui Sinistri Sei e gli altri due sequel già previsti) avvengono attraverso easter eggs o brevi cameo che possono essere colti soltanto dagli appassionati. La scelta di tagliare la scena prevista nei titoli di coda (durante i quali vi troverete un breve clip di X-Men: Giorni di un Futuro Passato, dovuto a un accordo tra Sony e 20th Century Fox) e di tagliare un sacco di cose viste nei trailer o annunciate, come già era successo col primo film, è davvero inspiegabile, soprattutto considerando gli obiettivi di Sony.

E cosa abbiamo quindi in questi estenuanti 142 minuti? Tre villain, uno dei quali apre e chiude la pellicola, mentre per gli altri ci sono due origin story davvero deludenti e dozzinali (Electro è un mix tra L’Enigmista di Batman Forever e il Dr. Manhattan di Watchmen) e sequenze action anche spettacolari da vedere ma davvero povere di contenuti. L’assurdità, poi, è che il villain principale è Harry Osborn/Green Goblin, ma nel titolo viene celebrato Electro, che però ai fini della trama conta come il due di coppe. Tutte queste cose sono gestite così male che si prova molto più interesse nei confronti delle paturnie adolescenziali della coppia Peter Parker-Gwen Stacy, grazie all’incredibile intesa tra Andrew Garfield ed Emma Stone (teoricamente fidanzati anche nella vita reale, ma si sa che a Hollywood anche storie simili potrebbero essere state gestite a livello PR) che per qualsiasi altra cosa messa in scena. Jamie Foxx e Dane DeHaan se la cavano bene col pessimo materiale con cui devono lavorare, soprattutto il secondo, la cui lucida follia pervade anche le scene in cui non è ancora incominciata la sua discesa verso gli inferi. Paul Giamatti si limita a sbraitare con un pesante accento russo e a illudere gli spettatori che si troveranno di fronte a un sequel migliore del primo episodio (vorrei segnalare poi gli occhioni di Felicity Jones, che illumina lo schermo nelle due scene in cui compare e che speriamo di vedere, magari con addosso la tutina attillata di Black Cat, nel terzo episodio). The Amazing Spider-Man 2 è un film disastroso, che riporta questa nuova “serie” dell’Uomo Ragno ai pericolosissimi livelli della trilogia di Raimi. Per carità, i botteghini verranno nuovamente sbancati, ma visto come si erano messe le cose due anni fa, l’involuzione è stata davvero notevole. X-Men, salvateci voi!

M-Review: RoboCop

RoboCop

Per noi che siamo nati negli anni ’80, RoboCop è quello che può essere definito “film seminale“. Esordio hollywoodiano di Paul Verhoeven e produzione indipendente della celebre Orion Pictures, purtroppo fallita pochi anni dopo, era un misto di azione, ultraviolenza e satira, che ha smesso di funzionare nel momento in cui a Hollywood hanno cercato di lucrare sul personaggio, con sequel terribili e una serie TV da dimenticare (nota a margine: nelle scorse settimane li ho rivisti, tanto per rinfrescare la memoria). Il parallelismo più grosso tra il reboot e l’originale è che si tratta sempre di un esordio registico hollywoodiano, quello del brasiliano Jose Padillha (autore dei due bellissimi e brutali Tropa de Elite, che vi invito a recuperare), che però alla fine della fiera risulta molto più annacquato, a causa della necessità di rendere il nuovo RoboCop un film per un pubblico molto più ampio. La storia di Alex Murphy è più o meno la stessa, ma viene raccontata in modo completamente diverso. Lo svedese Joel Kinnaman, noto per la serie The Killing, riesce a umanizzare il personaggio quando ce n’è bisogno e risulta credibile, allo stesso tempo, quando invece l’umanità si ritrova a perderla. Il nuovo RoboCop, nell’intenzione degli sceneggiatori, è una specie di Captain America futuristico, a metà tra marketing e necessità di lottare contro il crimine. L’elemento satirico e di critica è proprio legato a questo aspetto ed è impersonificato dal conduttore di talk show interpretato da Samuel L. Jackson, favorevole ai robot a differenza di gran parte dell’opinione pubblica e del governo.

Abbiamo poi una moglie (Abbie Cornish) e un figlio, visti soltanto di sfuggita nell’originale ma qui centrali alla trama, a differenza del collega detective (Michael K. Williams), finito invece nelle retrovie. Il dottor Norton di Gary Oldman è un altro personaggio pieno di dubbi, a differenza di quanto accadeva al suo corrispettivo originale. Michael Keaton è un villain molto meno minaccioso di quelli del 1987: un update contemporaneo, si potrebbe dire, privo però di quella malvagità caricaturale che sarebbe perfetta in questi casi. Lo stesso Murphy subisce una parabola molto differente: se nel film di Verhoeven il personaggio scopriva pian piano di essere ancora umano, qui invece viene progressivamente disumanizzato (anche se nel finale comincia pure lui a nutrire dubbi sulla sua vera essenza). Questo nuovo RoboCop è un film che, pur funzionando abbastanza per un’ora e mezza, nonostante la scarsità d’azione e i cattivi all’acqua di rose, degenera nel finale, quando le cose prendono improvvisamente una piega abbastanza ridicola, rovinando quanto di buono si era visto in precedenza. Se Padillha avesse avuto la libertà avuta da Verhoeven 27 anni orsono, sono convinto che avremmo avuto un film molto diverso, ma la necessità del PG-13 e, quindi, di ampliarne il potenziale pubblico, ha avuto la meglio. Sia chiaro, non è un brutto film, ma è molto peggio di quel che sarebbe potuto essere.

T-Review: Sony MDR-XB910

MDR-XB910

Lo so, è raro vedere test di prodotti “tech” su questo blog, ma siccome ogni tanto mi capita di riceverne e di poterli provare, parlarne è quasi d’obbligo. Il prodotto in questione è un bel paio di cuffie, ricevuto questa estate (ci ho messo un po’ a scriverne, ok? Se non vi va bene, la porta è di là…), le Sony MDR-XB910. Il gigante giapponese descrive questo bel pezzo di accessorio, dal prezzo di listino di circa 200 €, come dotato di bassi eccezionali.

Sono cuffie, come si può notare dall’immagine, dalle dimensioni tutt’altro che ridotte, come vogliono i trend attuali (le Beats di Dr. Dre hanno, purtroppo, fatto scuola), quindi non esattamente consigliate a chi è abituato ad andare in giro con gli auricolari. Non si può però negare che, una volta in testa, siano davvero comode (pur essendo piuttosto pesanti, circa 300 grammi), grazie ai cuscinetti molto morbidi che andranno ad avvolgere i vostri padiglioni auricolari. Inutile dire che l’archetto superiore è regolabile, quindi potrete adattarlo facilmente a qualsiasi circonferenza cranica.

Un macrocefalo come il sottoscritto ha spesso difficoltà nel farsi stare un paio di cuffie in testa, ma queste superano la prova a pieni voti. Sono completamente snodabili e pieghevoli, quindi possono essere racchiuse in uno spazio piuttosto piccolo. Per quanto riguarda il cavo, Sony ha optato per una soluzione piatta, con l’obiettivo di evitare qualsiasi tipo di attorcigliamento, oltre a dare la possibilità di collegare all’accessorio anche un microfono, in modo da non dover cambiare cuffia quando magari le si sta utilizzando per ascoltare musica dallo smartphone e c’è una chiamata in arrivo.

Il suono è avvolgente e uniforme, con le cuffie capaci di isolarvi dal rumore circostante anche a volumi non troppo elevati. I bassi sono effettivamente molto potenti, ma questo è il massimo del giudizio “qualitativo” che posso darvi, visto che non sono un audiofilo, ma un semplice utilizzatore. Ah, volete sapere con cosa le ho provate? Sia con il mio iPhone 4S che attaccandole al MacBook Pro e confermo per entrambi i casi tutto quel che ho detto finora. Riassumendo, si tratta di un prodotto molto buono, ma che ha un prezzo tutt’altro che popolare (certo, Amazon le vende a 147 €, circa il 25% in meno del prezzo di listino, ma son sempre una bella cifra). A voi la scelta. :)

M-Review: Elysium

Elysium

Il 2013 è stato un anno piuttosto ricco per gli amanti della fantascienza, in cui si sono alternati film più riusciti (come ad esempio Star Trek Into Darkness) e meno riusciti (quel disastro chiamato After Earth ce lo ricordiamo tutti). Quando il tuo primo film si chiama District 9 ed è un capolavoro del genere è ovvio che le aspettative per ciò che verrà dopo siano altissime. Elysium è l’ennesima dimostrazione che anche un regista talentuoso, quando si ritrova tra le mani un budget molto più alto di quello a cui è abituato, non riesce a sfruttarlo come si deve e finisce per tirare fuori qualcosa che non è niente di speciale. In un futuro prossimo venturo, la terra è diventata una specie di gigantesca favela, mentre i ricchi si sono trasferiti tutti su Elysium, lontano pianeta in cui esiste ancora una parvenza di civiltà. Max è un ex-carcerato, operaio di una fabbrica di robot terrestre, che dopo un incidente sul lavoro viene contaminato da radiazioni che gli lasciano soltanto 5 giorni di vita, a meno di non riuscire a raggiungere Elysium per curarsi.

Fortemente sbilanciato verso l’action, con pochissimo sottotesto politico e filosofico (diversamente da District 9) e chiarissime citazioni videoludiche, nient’affatto sorprendenti visto il background di Neill Blomkamp, Elysium è purtroppo un film riuscito soltanto a metà. Non ci si annoia e si resta attaccati alla poltrona per tutta la sua durata, ma la sceneggiatura è così piena di buchi e di assurdità che dopo un po’ non si riesce più a non farci caso. Matt Damon si conferma un ottimo action man, credibile sia a menare le mani che a recitare, mentre Jodie Foster interpreta un cattivo piuttosto standard. A svettare ancora una volta è l’attore feticcio di Blomkamp, ossia Sharito Copley, vera e propria nemesi di Damon e vero villain della pellicola, bastardo e cattivo come si conviene a un personaggio del genere. Come già ribadito sopra, Elysium non è il film che ci si aspettava da Blomkamp: la profondità di District 9 è svanita, rimpiazzata da uno spara-spara molto hollywoodiano e ricco di stereotipi. Peccato.

Tutta la Campagna Social dei Daft Punk (da Wired.it)

DaftPunk

Oggi esce Random Access Memories, il nuovo e attesissimo album dei Daft Punk (recensito in anteprima qui). Si tratta del quarto album per il duo francese (quinto se vogliamo proprio considerare la colonna sonora di Tron Legacy). E’ trascorso quasi un decennio da Human After All, uscito nel 2004 e di acqua sotto i ponti, nel mondo musicale, ne è passata davvero tanta. Il modo in cui gli utenti ascoltano musica è cambiato, come anche il modo di promuoverla. L’utilizzo intelligente del Web è indispensabile per riuscire nell’intento di vendere e la coppia formata da Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem Christo ha dimostrato negli ultimi mesi di sapersela cavare sui social media e di saper sfruttare la rete come pochi altri (grazie all’aiuto di un’agenzia specializzata, Biz3).

Se volete leggere il resto dell’articolo, lo trovate su Wired.it all’indirizzo: http://daily.wired.it/news/internet/2013/05/21/daft-punk-social-media-nuovo-album-247819.html.

I videogiochi invisibili del 2012 (da Wired.it)

Invisibili2012

Nota bene: l’articolo è stato pubblicato Venerdì 28 Dicembre su Wired.it. Lo trovate anche all’indirizzo: http://gadget.wired.it/news/videogiochi/2012/12/28/videogiochi-gli-invisibili-2012-212345.html.

La fine dell’anno è il momento più adatto per fare un bilancio di quanto è accaduto nei precedenti 12 mesi. Oramai escono talmente tanti videogiochi per una pletora di piattaforme diverse che risulta facile farsi sfuggire anche titoli molto validi, che non sono riusciti a emergere per tanti motivi. Per questo motivo, abbiamo deciso di elencare quei giochi che, pur non essendo stati premiati dalle vendite durante l’anno, andrebbero assolutamente recuperati.

Binary Domain (PS3/X360)
Ci sono giochi che devono essere provati per comprenderne appieno le potenzialità. Binary Domain, action game in terza persona ad ambientazione fantascientifica targato Sega, è sicuramente uno di questi. Prodotto dalle stesse menti che hanno realizzato Yakuza, questo titolo si è differenziato dalla massa grazie a una serie di elementi di gioco decisamente innovativi, come il Consequence System, sistema basato sulla fiducia che varia il comportamento degli altri membri del plotone che il giocatore controlla e che, quindi, influenza anche la storia. Peccato che Binary Domain sia praticamente rimasto invisibile agli occhi dei videogiocatori al di fuori del Giappone, paese in cui ha venduto di più. Davvero strano, per un gioco dallo stile tutt’altro che orientale. Il nostro consiglio è di recuperarlo quanto prima: chi ama il genere, difficilmente ne resterà deluso.

Tokyo Jungle (PSN)
Il bello degli store digitali come PSN e Xbox Live Arcade è che lasciano ancora molto spazio all’originalità, permettendo a titoli che non potrebbero mai giungere sugli scaffali di emergere ed essere giocati da un sacco di persone: Tokyo Jungle è proprio uno di questi. Un gioco davvero fuori di testa, una via di mezzo tra videogioco GTA-style e picchiaduro a scorrimento orizzontale in cui ci si trova a impersonare, in una Tokyo post-apocalittica, diverse decine di animali diversi, ognuno con le sue abilità peculiari. Un titolo che sembrava destinato a non uscire in occidente, ma che dopo il successo nel paese del Sol Levante ha trovato la via dei PlayStation Store europeo e americano. Peccato che l’accoglienza, nonostante le recensioni piuttosto favorevoli, sia stata alquanto fredda. Se a Natale non sai cosa regalarti e desideri un videogioco che ti faccia divertire in modo quasi isterico, hai trovato quel che fa al caso tuo.

Skullgirls (PSN/XBLA)
Il problema degli store digitali, collegandosi a quanto detto in precedenza è che, spesso e volentieri, portano vere e proprie gemme videoludiche a passare inosservate. Un altro di quei giochi davvero meritevoli di essere giocati, uscito soltanto su PSN e XBLA, è Skullgirls, picchiaduro 2D manga-style, a squadre, in cui si possono usare soltanto personaggi femminili.  Anche in questo caso, le recensioni sono state unanimemente positive, ma il pubblico sembra non aver apprezzato. Certo, si gioca meno ai picchiaduro rispetto a una volta e il 2D è apprezzato ormai soltanto da chi è nato prima degli anni ‘90, ma perdersi un gioco così ben bilanciato e divertente, se piace mazzuolare virtualmente, è davvero un reato.

X-Com: Enemy Unknown (PC/PS3/X360)
La serie X-Com, nota inizialmente come UFO, nata a metà degli anni ‘90, ha letteralmente segnato un’epoca, perché nessuno era mai riuscito a mischiare strategia a turni e fantascienza in quel modo. Dopo tre episodi, Microprose e Hasbro diedero vita ad alcuni spin-off che cercavano di portare il brand su altri generi, dallo sparatutto in terza persona alla space-sim, senza però mai riuscire a centrare il bersaglio. Ci sono voluti 15 anni da X-Com Interceptor per vedere un altro strategico a turni. X-Com Enemy Unknown, sviluppato dalla Firaxis di Sid Meier, è un gioco davvero sontuoso, che unisce un gameplay profondo come pochi a una grafica spettacolare, mossa dal potentissimo Unreal Engine 3. Il problema è che il pubblico odierno, soprattutto su console, preferisce pensare meno e agire di più e si trova davvero spaesato davanti a un titolo simile. Il punteggio medio delle recensioni è davvero impressionante, ma il milione di copie, traguardo minimo per un videogioco di questo calibro, al momento pare davvero irraggiungibile.

Lollipop Chainsaw (PS3/X360)
Cosa succede quando si mettono assieme l’estro e l’originalità di Goichi Suda, creatore di genialate del calibro di Killer 7 e No More Heroes e l’abilità nella scrittura di James Gunn, futuro regista dei Guardiani della Galassia targati Marvel. Il risultato è Lollipop Chainsaw, un sanguinolento action game in terza persona in cui si vestono i panni di una bionda e formosa teenager americana, che si ritrova all’improvviso a dover affrontare, con il solo aiuto della testa decapitata del suo ragazzo, una devastante epidemia zombie. La grafica coloratissima e le atmosfere da teen movie contrastano con l’ estrema violenza di cui si rende responsabile la protagonista, ma il bello del gioco sta proprio in questo ossimoro. Purtroppo, però, nonostante le grandi aspettative degli sviluppatori, Lollipop Chainsaw ha abbastanza deluso, muovendo meno di 1 milione di copie in tutto il mondo. Chi apprezza il genere deve assolutamente recuperarlo.

Gravity Rush (PSVita)
Tra i tanti problemi di PlayStation Vita, a un anno dalla sua uscita, c’è la mancanza di una o più killer application capaci di attirare il pubblico degli appassionati e portarli a comprare la console. Sony riponeva molta fiducia in Gravity Rush, stiloso action-RPG di produzione nipponica, esclusiva PSVita, dotato di una grafica in stile cartoon e un gameplay decisamente innovativo, che sfrutta finalmente a dovere alcune delle tanto sbandierate feature della console. Se però a diversi mesi dall’uscita sono state mosse meno di 300 mila copie, beh, diciamo che è il caso di farsi qualche domanda, soprattutto sul futuro di PlayStation Vita.

M-Review: Looper

Di Looper avevo già parlato qualche mese fa, in occasione dell’uscita del primo trailer. Anche in quel caso, come per diversi film di quest’anno, hype a manetta. Un’arma a doppio taglio, perché porta a caricarsi di aspettative che, spesso e volentieri, restano deluse. La pellicola di Rian Johnson, invece, non delude e, anzi, mostra pure alcune carte in più rispetto a quelle presentate inizialmente (tutta la seconda parte del film, infatti, non viene menzionata manco di striscio nel trailer, ma eviterò di spoilerare per non rovinarvi la sorpresa). Come già detto l’altra volta, i looper sono assassini che hanno il compito di uccidere bersagli provenienti dal futuro, dove è possibile, pur essendo illegale, viaggiare nel tempo, ricompensati con una serie di lingotti d’argento attaccati alla schiena della vittima. Il giovane Joe si ritrova ad affrontare un dilemma morale quando scopre di dover uccidere il sé stesso più anziano di circa 30 anni.

Aggiungete a questa intrigante premessa un’ambientazione futuristica plausibile, famiglie con poteri telecinetici, serial killer che portano lo stesso nome di un romanzo di John Grisham e gli ovvi paradossi temporali per capire che ci troviamo di fronte a un mix potenzialmente esplosivo, che può dare origine sia a un capolavoro che a una cagata pazzesca di fantozziana memoria. Fortunatamente, siamo più dalle parti del primo che della seconda, grazie a un ottimo lavoro del cast, in primis Joseph-Gordon Levitt e Bruce Willis, a una trama che regge nonostante qualche piccolissimo e inevitabile buco e a un crescendo finale che soddisfa tantissimo e chiude il film ancora meglio di come era iniziato. Looper è la dimostrazione che Rian Johnson merita di passare a pellicole con un budget più alto, ma in cui deve riuscire a mantenere la sua libertà creativa. Tenete d’occhio questo nome, perché ora ci ha regalato uno dei migliori film sci-fi dal 2000 in poi, in futuro chissà. Looper esce in Italia il 31 Gennaio e immagino che dopo aver letto questa recensione anche l’hype da parte vostra salirà a livelli inenarrabili. Ultraconsigliato.

M-Review: Resident Evil: Retribution 3D

Come al solito, ci avevo visto più o meno giusto. Qualche mese fa, infatti, avevo parlato del trailer di Resident Evil: Retribution 3D, presagendo la “cagatona fotonica, anche se ad alto tasso di intrattenimento”. Il problema è che solo una parte del giudizio si è rivelata corretta e non credo sia difficile immaginare quale. Dopo averlo visto, la speranza è che il film di Paul W.S. Anderson sia il canto del cigno di una serie cinematografica che ormai non ha più nulla da dire. L’unica cosa che potrebbe salvare Resident Evil sul grande schermo è infatti un reboot, più o meno quel che è successo al videogioco (per quanto i puristi non abbiano mai visto di buon occhio la cosa) dal quarto episodio in poi. Il problema di Resident Evil: Retribution è che risulta addirittura difficile riuscire a sintetizzarne la trama, perché non ce ne n’è traccia. Si potrebbe dire che si tratta dell’ennesimo combattimento continuo tra Alice (Milla Jovovich) e la Umbrella Corporation, ma è impossibile entrare nei dettagli.

Si salta infatti di palo in frasca da una sequenza all’altra, quasi come se si trattasse degli intermezzi di un videogioco, senza però uno straccio di collante tra loro. E il risultato finale è davvero fastidioso, perché non si riesce a capire davvero un’acca di ciò che sta succedendo. Anche le sequenze d’azione, a parte il catfight finale tra Alice e Jill Valentine (una Sienna Guillory molto più gnocca di quanto mi ricordassi), la scena iniziale e l’inseguimento nella finta Mosca, sono alquanto banali e vengono a noia abbastanza velocemente. Per quanto riguarda il 3D, nulla di particolare da segnalare: come al solito, infatti, viene utilizzato in maniera piuttosto mediocre, non tale da giustificare l’odiato sovrapprezzo. Questa volta, Anderson è riuscito addirittura a far rimpiangere Aliens vs. Predator e, credetemi, non era affatto facile. Sembra comunque che pure il pubblico abbia accolto in modo piuttosto freddo questo quinto episodio e, nonostante il finale aperto, marchio di fabbrica della saga, una vera conclusione potrebbe non esserci. E non è per nulla un male, anzi…

M-Review: Men in Black 3

Ma ve ne eravate accorti che erano ben 3 anni e mezzo che Will Smith non compariva sul grande schermo? Devo essere sincero, ma non ci avevo davvero fatto caso. Era infatti dai tempi di Sette Anime, il sottovalutatissimo ultimo film hollywoodiano di Gabriele Muccino, che l’attore americano non si faceva vedere al cinema. Men in Black 3 arriva a dieci anni di distanza dal pessimo secondo episodio, che nonostante i notevoli incassi, è un lavoro di rara bruttezza. Questa volta, gli agenti J e K si trovano a dover combattere un perfido criminale alieno, tale Boris l’Animale, che K aveva menomato e imprigionato in gioventù. L’evasione del personaggio e il suo successivo viaggio nel tempo per modificare il corso degli eventi spingono K a creare una distorsione spazio-temporale nella quale lui è morto da 40 anni, cosa che costringerà J a tornare indietro al 1969 per far tornare tutto alla normalità.

Quando un film si presenta con credenziali simili (sequel di un pessimo sequel di un decennio prima), la puzza di bruciato è fortissima sin dalla prima scena. Quello che sorprende è che Men in Black 3, in fin dei conti, non è poi così male. Il viaggio nel tempo, nonostante sia un espediente che, nella mia visione delle cose, denotano mancanza di idee, è invece uno degli elementi che riesce a salvare il film. L’altro punto di forza sono le new entry del cast, da un Josh Brolin assolutamente in parte nei panni del giovane K (sembra veramente Tommy Lee Jones con qualche decina di anni in meno) a un Jemaine Clement irriconoscibile nei panni del cattivo, passando per un simpaticissimo Michael Stuhlbarg (ve lo ricordate A Serious Man dei fratelli Coen?). Men in Black 3 riesce a intrattenere senza annoiare e permette di passare 100 minuti piacevoli: non me lo sarei mai aspettato. Certo, il primo MiB era tutt’altra cosa, ma direi che di questo secondo sequel non ci si può affatto lamentare.