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M-Review: Terminator Genisys

GenisysPoster

Terminator è una di quelle proprietà intellettuali che, nonostante abbia ormai tre decenni sul groppone, ha ancora molto da dire. Certo, due film come quelli di James Cameron, con un sequel migliore del primo episodio, secondo i puristi non avrebbero dovuto avere alcuna continuazione, ma ci sono così tante storie da raccontare che a Hollywood ogni tanto resuscitano quei personaggi nella speranza di dare il via a una nuova saga. Terminator Genisys è senza dubbio il miglior Terminator cinematografico dal 1992 a oggi (The Sarah Connor Chronicles, la serie TV, era un prodotto davvero pregevole, ma è uscita in un momento sfavorevole per quel tipo di serialità), purtroppo non per meriti propri, ma per demeriti altrui. La trama, che grazie ai trailer dovreste conoscere già tutti, riprende quella del primo Terminator, con Kyle Reese inviato dal futuro nel 1984 per salvare Sarah Connor, solo che questa volta ci sono già un T-800 (che ha protetto la donna dagli anni ’70 in poi) e un T-1000 ancora più spietato di quello che conosciamo e molto altro ancora. La timeline è cambiata, Sarah non è più la donna impaurita che avevamo conosciuto nell’originale, ma un personaggio forte, a cui hanno ucciso i genitori da piccola, che vuole ribellarsi al futuro che sembra essere costretta ad avere.

Emilia

Le idee non mancano e alcune sono anche interessanti, ma è il modo in cui sono messe insieme a essere completamente sbagliato. Perché per un T-800 buono che può invecchiare, cosa che fornisce a Schwarzy la possibilità di dare vita alla sua miglior performance recitativa da quando è tornato a fare l’attore, ci sono altre cose, che non dettaglierò per evitare spoiler, da mani nei capelli. Al suo secondo film ad altissimo budget dopo Thor: The Dark World (e qualche episodio di Game of Thrones), Alan Taylor continua a dimostrare di essere solo un valido mestierante, ma di non avere nulla di distintivo nel suo stile in grado di differenziarlo da tanti dei registi di grido a Hollywood in questo periodo. Il vero errore di questo film è il cast: a parte Schwarzy, gli altri tre protagonisti sono fuori parte, dal primo all’ultimo. Emilia Clarke non c’entra proprio nulla con Sarah Connor (resta sempre bella puccettosa come sei, avrai sempre il mio amore), Jai Courtney tenta di imitare, anche a livello vocale, Michael Biehn ma non ci riesce e Jason Clarke è un villain troppo generico per apparire minaccioso. Ma nonostante questo pot-pourri di cose che non funzionano, Terminator Genisys riesce a essere divertente, a intrattenere dall’inizio alla fine e non avere mai un momento di noia. Come questo sia possibile è un mistero, però così vanno le cose. Il film doveva essere il primo di una trilogia, ma visti gli incassi decisamente sotto le aspettative, rischia di non avere futuro. E’ un peccato, perché personalmente sarei proprio curioso di vedere cosa avevano in mente gli sceneggiatori.

Alien, tutti i videogiochi ispirati alla saga (da Wired.it)

alienisolation

La scorsa settimana è finalmente uscito  Alien Isolation, sparatutto pubblicato da Sega e sviluppato dagli inglesi di Creative Assembly, che sembra essere finalmente quello che i fan dei mostri creati da H.R. Giger cercano: uno sparatutto claustrofobico e terrorizzante, con un’atmosfera che ricalca quella del leggendario film di Ridley Scott.

Se volete leggere il resto dell’articolo, lo trovate su Wired.it all’indirizzo: http://www.wired.it/gadget/videogiochi/2014/10/07/alien-storia-in-videogiochi/

M-Review: The One I Love

TheOneILove

Consultando molti siti che parlano di cinema, a volte capita di leggere recensioni di piccoli film indipendenti, dalla distribuzione estremamente limitata, che però ottengono giudizi unanimemente positivi. Inutile dire che, da buon appassionato della settima arte, mi fiondo subito alla ricerca del film in questione, sia attraverso metodi legali (Netflix) che non. The One I Love è una stranissima commedia che ha come protagonista una coppia (Mark Duplass ed Elizabeth Moss) in crisi, a cui un terapeuta (Ted Danson, in un ruolo da un paio di minuti) consiglia come cura quella di passare un weekend in un luogo ameno, dove i due potranno provare a riconciliarsi e rilanciare il loro matrimonio. Non posso raccontare nient’altro per una ragione ben precisa, cioè che il primo colpo di scena si ha dopo appena dieci minuti, quindi tutto quel che viene in seguito è assolutamente da scoprire.

Il film si regge interamente sulla coppia Duplass/Moss: lui ha partecipato a parecchie pellicole indie, lei la conosciamo soprattutto per Mad Men e per la bellissima miniserie Top of the Lake. Ci sono soltanto loro due in scena, a parte il brevissimo cameo di Ted Danson, per tutta l’ora e mezza di durata del film. I primi due atti sono perfetti, il mistero si infittisce sempre più, solo che nell’ultima mezz’ora tutto il castello di carte che è stato lentamente costruito crolla miseramente. C’è una spiegazione da dare, ma regista e sceneggiatore preferiscono lasciare al pubblico l’onere di capire i perché sono accadute certe cose. Per carità, ci può anche stare, ma a meno che non ti chiami David Lynch, che comunque dissemina l’intero film di indizi che possono portare a una soluzione più o meno credibile, chiunque altro non possa permettersi di farlo. Ed è per questo motivo che The One I Love, preso come puro divertissement, risulta una piacevolissima commedia, mentre come film va a sbattere contro gli iceberg che si è creato in modo totalmente autonomo. Faccio quindi molta fatica a comprendere le critiche positive: come detto, c’è un’ottima base, ma è la parte finale a fare acqua da tutte le parti.

M-Review: Dawn of the Planet of the Apes (Apes Revolution: Il Pianeta delle Scimmie)

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Rise of the Planet of the Apes è stato la sorpresa cinematografica dell’estate 2011. Nessuno avrebbe scommesso mezzo cent su questo reboot, soprattutto dopo il disastroso remake targato Tim Burton, ma la trasformazione del tutto in una origin story e lo spostamento del focus dagli umani alle scimmie hanno reso il film un ottimo nuovo inizio per questa saga. Dawn of the Planet of the Apes si svolge dieci anni dopo le vicende narrate nel primo episodio: il virus che ha reso intelligenti i primati ha decimato la razza umana e i pochi sopravvissuti di San Francisco decidono di provare a trattare con Caesar e il resto delle scimmie, che vivono in pace e tranquillità all’interno della foresta, per accedere a una diga che potrebbe fornire loro nuovamente energia. Non sto a dirvi come procedono le cose perché ci arrivate benissimo da soli (nel caso non troviate la soluzione, magari guardate pure il trailer qua sotto).

Dawn of the Planet of the Apes (mi rifiuto di usare il titolo italiano) ci dimostra che le tecnologie di performance capture sono giunte a livelli impensabili solo 3 anni fa e che le scimmie sono molto più realistiche di qualsiasi attore truccato o animatronico. Il lavoro di Andy Serkis, Toby Kebbell (futuro Doctor Doom dei nuovi Fantastici 4 e qui nei panni del vero villain, il cattivissimo Koba) e degli altri performer è davvero eccellente e continuo a chiedermi perché non si voglia finalmente candidarli a qualche premio importante. Il film scorre via che è un piacere, è ben recitato e, come già detto, eccelle soprattutto dal punto di vista tecnico. Si potrebbe dire che l’unico suo problema è proprio la presenza degli umani: in questo caso sono personaggi davvero inutili, che si comportano quasi sempre in modo stupido e non fanno praticamente nulla per opporsi alle scimmie, se non cose ancora più stupide. Il finale è praticamente un’introduzione a quello che vedremo nell’ovvio terzo episodio (confermato dal gran successo ai botteghini di tutto il mondo) e la speranza è che si arrivi presto a un film in cui non compaia nessun umano. Si potrebbe essere d’accordo con Koba, qui sono gli umani i veri nemici.

M-Review: RoboCop

RoboCop

Per noi che siamo nati negli anni ’80, RoboCop è quello che può essere definito “film seminale“. Esordio hollywoodiano di Paul Verhoeven e produzione indipendente della celebre Orion Pictures, purtroppo fallita pochi anni dopo, era un misto di azione, ultraviolenza e satira, che ha smesso di funzionare nel momento in cui a Hollywood hanno cercato di lucrare sul personaggio, con sequel terribili e una serie TV da dimenticare (nota a margine: nelle scorse settimane li ho rivisti, tanto per rinfrescare la memoria). Il parallelismo più grosso tra il reboot e l’originale è che si tratta sempre di un esordio registico hollywoodiano, quello del brasiliano Jose Padillha (autore dei due bellissimi e brutali Tropa de Elite, che vi invito a recuperare), che però alla fine della fiera risulta molto più annacquato, a causa della necessità di rendere il nuovo RoboCop un film per un pubblico molto più ampio. La storia di Alex Murphy è più o meno la stessa, ma viene raccontata in modo completamente diverso. Lo svedese Joel Kinnaman, noto per la serie The Killing, riesce a umanizzare il personaggio quando ce n’è bisogno e risulta credibile, allo stesso tempo, quando invece l’umanità si ritrova a perderla. Il nuovo RoboCop, nell’intenzione degli sceneggiatori, è una specie di Captain America futuristico, a metà tra marketing e necessità di lottare contro il crimine. L’elemento satirico e di critica è proprio legato a questo aspetto ed è impersonificato dal conduttore di talk show interpretato da Samuel L. Jackson, favorevole ai robot a differenza di gran parte dell’opinione pubblica e del governo.

Abbiamo poi una moglie (Abbie Cornish) e un figlio, visti soltanto di sfuggita nell’originale ma qui centrali alla trama, a differenza del collega detective (Michael K. Williams), finito invece nelle retrovie. Il dottor Norton di Gary Oldman è un altro personaggio pieno di dubbi, a differenza di quanto accadeva al suo corrispettivo originale. Michael Keaton è un villain molto meno minaccioso di quelli del 1987: un update contemporaneo, si potrebbe dire, privo però di quella malvagità caricaturale che sarebbe perfetta in questi casi. Lo stesso Murphy subisce una parabola molto differente: se nel film di Verhoeven il personaggio scopriva pian piano di essere ancora umano, qui invece viene progressivamente disumanizzato (anche se nel finale comincia pure lui a nutrire dubbi sulla sua vera essenza). Questo nuovo RoboCop è un film che, pur funzionando abbastanza per un’ora e mezza, nonostante la scarsità d’azione e i cattivi all’acqua di rose, degenera nel finale, quando le cose prendono improvvisamente una piega abbastanza ridicola, rovinando quanto di buono si era visto in precedenza. Se Padillha avesse avuto la libertà avuta da Verhoeven 27 anni orsono, sono convinto che avremmo avuto un film molto diverso, ma la necessità del PG-13 e, quindi, di ampliarne il potenziale pubblico, ha avuto la meglio. Sia chiaro, non è un brutto film, ma è molto peggio di quel che sarebbe potuto essere.

M-Review: Gravity

Gravity

Ci sono film per cui si genera un hype elevatissimo, ma che spesso viene miseramente disatteso. Gravity è stato un progetto in lavorazione per quasi un lustro, di cui si sono dette molte cose, ma che ha cominciato a mostrare qualcosa di sé soltanto qualche mese fa. Lo potremmo definire un thriller fantascientifico, in cui i veri protagonisti non sono Sandra Bullock e George Clooney, che vestono i panni di due astronauti americani (una meno esperta, l’altro un veterano), ma lo spazio profondo, con la sua immensità e l’incredibile senso di vuoto e di paura che può provocare. La trama è molto semplice: mentre sono al lavoro per riparare una stazione spaziale, una pioggia di meteoriti e detriti colpisce la zona in cui si trovano i due cosmonauti, uccidendo chiunque altro eccetto loro e costringendoli a dover lottare con tutte le loro forze per sopravvivere e tornare sulla terra sani e salvi.

Un film che si apre con un piano sequenza da 18 minuti è l’equivalente di un orgasmo dal punto di vista registico e il lavoro svolto da Cuaron, di cui conosciamo l’abilità e la maestria nell’utilizzo della macchina da presa, è a dir poco incredibile. Gravity è un film che va visto assolutamente al cinema, perché non credo esista nessuna soluzione casalinga che permetta di sentirsi così immersi e quindi così dentro l’avventura dei protagonisti: non è solo l’aspetto visivo a essere fenomenale, ma anche tutto il sound design e, soprattutto, l’utilizzo del 3D, senza dubbio il più convincente dai tempi di Avatar. E a convincere è anche la recitazione della Bullock, che nonostante sia letteralmente circondata dagli effetti speciali, cosa che a memoria non le era mai capitata in precedenza, riesce a dar vita a un personaggio molto umano e ben caratterizzato, mentre Clooney si limita a fare il veterano spaccone come spesso gli è accaduto in passato. Come avrete capito, Gravity mi è piaciuto davvero tantissimo, anche se non lo ritengo il capolavoro assoluto che molti hanno dipinto (qualche difetto di sceneggiatura c’è e ci sono un paio di momenti in cui il ritmo rallenta eccessivamente e non dovrebbe). Visione obbligatoria, anche se non vi piace la fantascienza. Vi ricrederete.

M-Review: Oblivion

Oblivion

Non sono molti i registi che riescono a passare senza problemi dal mondo della pubblicità e dei video musicali a quello del cinema. Per ogni Ridley Scott, David Fincher e Michael Bay ci sono diverse decine di nomi che non ce la fanno e dopo aver provato al massimo un paio di film vengono rispediti dove hanno dimostrato di saperci fare. Non è fortunatamente questo il caso di Joseph Kosinski, che con Tron Legacy, sua pellicola d’esordio, non ha certo confezionato un’opera prima perfetta, ma ha dimostrato di cavarsela dignitosamente con qualcosa di molto più complesso di uno spot pubblicitario (ma andatevi a vedere i due spot che il regista aveva girato per Halo 3 e Gears of War, davvero pazzeschi). Grazie alla credibilità ottenuta con questo sequel, Kosinski è riuscito in un’impresa davvero difficile di questi tempi, ossia quella di realizzare un film di fantascienza che non è né un sequel né un reboot, interpretato da una star di prima grandezza e con un budget di un certo livello. Oblivion è tratto da una graphic novel, scritta dallo stesso regista, mai uscita ufficialmente, ma che è riuscita nel difficilissimo compito di convincere i boss della Universal a tirare fuori 120 milioni di dollari (più marketing) per farne un film.

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La storia è quella di Jack, uno degli ultimi sopravvissuti alla catastrofe che ha segnato l’universo, incaricato da una strana organizzazione di estrarre le ultime risorse rimaste sulla terra in collaborazione con Victoria, misteriosa donna con cui fa squadra. La comparsa nella sua vita di un’affascinante sconosciuta, con cui in realtà ha un legame molto forte, comincerà a provocargli forti dubbi sulla sua missione e su chi egli sia in realtà. Oblivion è un film con un primo tempo atipico e quasi perfetto, in cui pur essendoci soltanto tre personaggi in scena, la storia va avanti senza problemi e cali di ritmo, mentre tende ad avvitarsi su sé stesso nella seconda parte, giungendo a un finale piuttosto deludente e scontato. Dal punto di vista visivo, il lavoro fatto a livello di scenografie, ambientazioni ed effetti speciali è davvero di prim’ordine, nonostante vada pesantemente a pescare, come la sceneggiatura, dalla fantascienza degli ultimi trenta anni. Ed è questo, probabilmente, il maggior problema del film di Kosinski: gli mancano idee originali e colpi di scena credibili, elementi a mio modo di vedere necessari per riuscire a creare un nuovo classico sci-fi. Per il resto, Tom Cruise è sempre molto convincente, Morgan Freeman fa quello che gli riesce meglio, mentre la giovane Andrea Riseborough (vista in W.E. di Madonna) dà vita a un personaggio algido e magnetico, forse il migliore della pellicola. Olga Kurylenko, invece, dimostra ancora una volta di essere soltanto un bel viso e un bel fisico, ma nulla più. Alla fine della fiera, Oblivion, comunque, non è un brutto film. Certo, ha difetti piuttosto macroscopici, ma merita la visione, magari su uno schermo grande a sufficienza per cogliere la magnificenza del mondo desolante e desolato che il regista ha creato. E per un genere bistrattato come la fantascienza, credetemi, è davvero molto di questi tempi.

M-Review: Total Recall: Atto di Forza

E così, pian piano, Hollywood è arrivata a rifare anche i film degli anni ’90, quelle pellicole a cui la gente della nostra generazione, nata tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, ha legato tantissimi ricordi, legati magari alle prime proiezioni cinematografiche da soli, senza genitori e con gli amici. Credo di aver visto Atto di Forza nel teatro/cinema del paesino piemontese dove ho vissuto i primi 14 anni della mia esistenza, ossia Trino Vercellese, apprezzandolo già alla prima visione per poi comprarmelo in DVD (in questa meravigliosa edizione). Uno Schwarzy in grandissima forma diretto da un Paul Verhoeven in stato di grazia, tre anni dopo Robocop e due prima di Basic Instinct, una “trilogia” che costituirà sempre l’apice della sua carriera (anche se Starship Troopers può tranquillamente dire la sua). Tratto da un racconto di Philip K. Dick, il film è una delle migliori pellicole fantascientifiche degli ultimi 30 anni e, dopo averlo rivisto recentemente, posso dire che è invecchiato benissimo.

Il remake diretto da Len Wiseman, invece, mantiene soltanto alcuni degli elementi dell’originale, sposta la location principale da Marte alla Terra, strizza l’occhio con qualche citazione (la donna tri-tettuta, per esempio), ma non è altro che un discreto action movie che di fantascientifico ha soltanto l’ambientazione e tutto quello che fa da contorno alla storia. Colin Farrell è piuttosto anonimo nei panni del protagonista e anche Jessica Biel non spicca particolarmente nel ruolo che Rachel Ticotin rivestiva nell’originale. Kate Beckinsale, moglie del regista, è affascinante come sempre e alquanto efficace nei panni della cattiva, mentre sorprende particolarmente Bryan Cranston (il protagonista di Breaking Bad, per intenderci), con un’interpretazione che dimostra la sua versatilità d’attore. Per il resto, buoni effetti speciali e scenografie spettacolari, ma poco altro. Ah, i simil-Stormtroopers e le scene stile Naboo di Star Wars ce le potevamo evitare. :) Total Recall è un action movie che non annoia, ma nulla più. Senza infamia e senza lode.

M-Review: Prometheus

L’hype è una brutta bestia, soprattutto quando poi viene disatteso. Ne avevo avuto il sentore dopo aver letto alcune delle recensioni provenienti da oltreoceano e mi tocca confermarlo dopo aver visto il film personalmente. Prometheus prometteva davvero tantissimo, ma il risultato finale è una pellicola con troppi punti oscuri, un sacco di incertezze di scrittura, soprattutto nella seconda parte, oltre a una somiglianza abbastanza eccessiva al film di cui dovrebbe essere il prequel, pur non essendolo del tutto (l’eventuale sequel, infatti, dovrebbe collegare in modo più completo le vicende di Prometheus con quelle di Alien). Riassumere la trama è molto semplice: in un futuro prossimo, un gruppo di scienziati viene inviato su un pianeta sconosciuto alla ricerca di nuove forme di vita, che ovviamente si riveleranno tutt’altro che amichevoli.

Trovare elementi positivi in Prometheus non è difficile. A parte una Noomi Rapace inadatta a diventare la nuova Sigourney Weaver, il resto del cast se la cava davvero bene, a partire da una Charlize Theron bastardissima e incredibilmente gnocca, seguita da un Michael Fassbender che continua a non sbagliare davvero un colpo. Anche tutta la confezione scenica, dalla scenografia agli effetti speciali, è davvero di altissimo livello. Non ho ancora avuto modo di vedere il film in 3D, ma chi lo ha fatto spergiura che si tratta di uno dei migliori 3D visti finora. Per il resto, Prometheus mostra un’ottima prima metà, seguita da una seconda parte in cui tutto il castello di carte creato in precedenza crolla miseramente. Troppi passaggi insensati, troppi comportamenti strani da parte dei personaggi. Non so se la colpa sia di Ridley Scott o dello sceneggiatore Damon Lindelof, ma i punti interrogativi, a partire da un certo momento, si sprecano. Ed è davvero un peccato, perché una pellicola del genere avrebbe potuto facilmente diventare un classico della fantascienza, ma così è soltanto un mediocre sci-fi horror che prometteva tanto, ma che alla fine si è rivelato davvero poca cosa. Amen.

Replay: Back from the Past #5: Videointervista a Terry Gilliam su Tideland, Montone (PG), Luglio 2006

Con Replay torniamo, questa volta, all’estate del 2006. Il sottoscritto venne a sapere che Terry Gilliam era ospite all’Umbria Film Festival, piccolo festival cinematografico che si teneva in un paesino delle colline umbre, Montone. Il regista di origine americana si accingeva a presentare in anteprima Tideland, che ai tempi era l’ultimo film su cui aveva lavorato. Complice il fatto che ai tempi collaborassi con una casa editrice che pubblicava una rivista di cinema, un paio di telefonate e mi feci accreditare per partecipare all’anteprima e intervistare il buon Terry. Una volta organizzata tutta la parte “di lavoro”, decido di chiamare un paio d’amici, grandissimi fan dell’ex-Monty Python, per farmi accompagnare all’evento e dare anche a loro la possibilità di incontrare questo mito del grande schermo. Arrivati a Montone ci troviamo a cenare spalla a spalla con Gilliam e quello che ne segue sono quindici minuti di intervista, prima della proiezione del film, in cui il regista risponde alle domande del sottoscritto (un po’ agitato perché non capita tutti i giorni di trovarsi di fronte a un simile mito). Questa intervista è una delle cose della mia vita professionale di cui vado più orgoglioso, e non è difficile capire perché. Guardatevela. :)

Da questa intervista nacque poi un bellissimo speciale su cinque pagine, pubblicato da Hot Dog (era questa la rivista di cui parlavo prima), che riassume l’illuminante conversazione avuta col buon Terry in Umbria. Sappiate che lui è un grande, punto. :)