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M-Review: Il Racconto dei Racconti

TaleOfTales

Che il 2015 sia l’anno in cui il cinema italiano torna a farsi sentire con veemenza anche al di fuori dai propri confini? Il Racconto dei Racconti è un film che non ti aspetteresti di veder arrivare dallo stivale (tanto che è stato finanziato quasi totalmente con capitali esteri), visto che si tratta di un fantasy girato in inglese con un cast davvero ricco, degno di una produzione americana. Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones e John C. Reilly sono i protagonisti di questo adattamento di tre favole di Giambattista Basile, scrittore napoletano del ‘600, che hanno tutte a che fare, nonostante la presenza di draghi, pulci giganti, orchi e sortilegi, con l’amore, anche se nelle sue forme più malate. La napoletanità è forse l’unico elemento in comune tra questo film e le due precedenti opere del regista Matteo Garrone, cioè Gomorra e Reality, visto che per il resto ci troviamo di fronte a un lavoro a metà tra Pasolini e Fellini, dal respiro poetico e con ambientazioni che mozzano il fiato per la loro bellezza (ma che luoghi pazzeschi che abbiamo in Italia!).

Dodici milioni di Euro di budget possono sembrare tanti per la media del cinema italiano, ma per un genere come il fantasy non sono una cifra così elevata (per fare un paragone, sono il costo di un episodio e mezzo di Game of Thones). Se il film risulta soddisfacente dal punto di vista della storia, anche se con qualche lungaggine di troppo e alcuni momenti piuttosto confusi e incomprensibili, dal punto di vista tecnico i limiti di budget sono chiari ed evidenti. Nonostante la fotografia sia del maestro Peter Suschitzky, collaboratore storico di David Cronenberg, il film sembra purtroppo girato come una fiction: la camera è sempre troppo stretta, probabilmente per non essere costretti a modificare in digitale tutto quanto accade attorno. E anche gli effetti visivi sono un po’ posticci, in primis la pulce di cui si parlava all’inizio e la fuga dall’orco nel finale. Ma nonostante questi difetti, c’è un cast che se la cava davvero bene, con la Hayek in stato di grazia e la giovane debuttante Bebe Cave a fare la parte del leone. Nel complesso, si tratta di un film che merita di essere visto, se non altro per dare coraggio ai produttori italiani e fargli capire che anche da noi c’è spazio per prodotti di genere come questo. Bravo Garrone, bravi tutti.

Replay: Back from the Past #3 – Intervista a Gianmarco Tognazzi su La Strada per El Dorado, SMAU, Ottobre 2000

Replay, questa settimana, torna nuovamente al 2000, al mio periodo in GameLoft. Ad Ottobre di quell’anno uscì il tie-in di La Strada per El Dorado, bel film animato targato Dreamworks, di cui Ubi Soft realizzò un’avventura discretamente riuscita. Durante lo SMAU milanese di Ottobre di quell’anno mi capitò di intervistare Gianmarco Tognazzi, voce italiana di uno dei due personaggi protagonisti del film (che in originale erano doppiati da Kevin Kline e Kenneth Branagh, mentre l’altra voce italica era quella di Alessandro Gassman).

Un’intervista molto piacevole, che faceva capire quanto Tognazzi fosse uno di noi, un appassionato di videogiochi dotato inoltre anche di una buona cultura videoludica. Il filmato, che è rimasto in archivio fino a qualche anno fa, risente purtroppo degli scarsi mezzi utilizzati all’epoca per realizzarlo. Buona visione, comunque. :)

Per i pigri, abbiamo pure la trascrizione dell’intervista. :)

Fabio Cristi: Ti piacciono i videogiochi?
Gianmarco Tognazzi: Beh, io, come credo tutti voi, sono cresciuto con i videogiochi. Mi ricordo che agli inizi, giocavo con quel gioco in cui c’erano delle stanghette che si muovevano ai lati e si doveva respingere una pallina (Pong… ndR) e io fingevo che quelle stanghette fossero un tennista. Poi dopo quello c’è stato il Vic 20, il Commodore 64, l’Atari, e poi finalmente, siamo arrivati alla PlayStation che, ovviamente, possiede una qualità maggiore di quella dei giochi di diversi anni fa e che sta comunque in mezzo tra i primi videogiochi e gli ultimi. Vivevo in campagna, e avevo tre cose nella vita che facevo molto spesso, cioè l’autoerotismo (seguono risate a profusione…), la vita a contatto con la natura e, appunto, i videogiochi. Queste sono le tre cose che hanno caratterizzato la mia infanzia. In special modo l’autoerotismo e i videogiochi

FC: Quali sono i tuoi videogiochi preferiti, attualmente?
GT: Attualmente utilizzo solamente videogiochi sportivi, o quelli che hanno a che fare più strettamente con la cinematografia, come Metal Gear Solid o Syphon Filter, perché hanno caratteristiche di interazione sulla storia, che è sempre ben congeniata. Ho provato parecchi giochi di sport, poi, anche quelli di corse automobilistiche, ma non mi piacciono molto; preferisco quelli in cui si può essere uno del gruppo, o il gruppo stesso e questi ultimi sono quelli che mi interessano di più. Però ho una mia teoria, quella che il videogioco, come il computer e come tutte le forme di comunicazione debbano essere utilizzate con parsimonia. Va bene avere un mondo virtuale nel quale si può interagire, però questo non deve levare spazio alla vita. La vita deve rimanere sempre quella e nei momenti in cui è possibile, si gioca, un po’ di più, un po’ di meno a seconda di ciò che si deve fare. Mi preoccupa un po’ di più quando diventa alienazione, perché non vorrei che la gente vivesse un’altra vita rispetto a quella che è invece la vita reale.

FC: Ci sono differenze tra il doppiaggio di un film e quello di un videogioco?
GT: Certo, e sono parecchie. Nel doppiaggio del film, tu hai le immagini che ti scorrono davanti e devi andare a sincrono, per cui la maggiore difficoltà, sia nei film che nei cartoni animati, è mantenere il sincronismo e la precisione con quello che si vede sullo schermo. L’altra difficoltà è che, quando si arriva da un film che è già stato doppiato negli USA e la società di doppiaggio vuole che tu sia estremamente preciso anche nelle intenzioni, che sono molto simili a quelle usate dai due doppiatori originali che, nell’ordine, erano Kevin Kline e Kenneth Branagh. Io doppio il personaggio di Kevin Kline, mentre quello di Kenneth Branagh è doppiato in italiano da Alessandro Gassman. Nel gioco della Ubi Soft, invece, la difficoltà che abbiamo avuto è dovuta al fatto che il gioco viene programmato contemporaneamente al doppiaggio, per cui non si ha la possibilità di doppiare vedendo le schermate di gioco. Allora, bisogna andare un po’ ad intuito, ma noi eravamo avvantaggiati dal fatto che avevamo già effettuato il lavoro sul film e che il videogioco, fortunatamente, è molto simile al film, soprattutto graficamente. Per cui, la maggiore difficoltà è stata quella: da una parte c’erano le immagini, ma dall’altra c’era più liberta nell’interazione con i personaggi, per cui, rispetto al film, ci siamo potuti permettere qualche distrazione e qualche divertimento in più.

FC: Quando sono stati doppiati il film e il videogioco?
GT: Il gioco è stato doppiato a Settembre, mentre al film avevamo lavorato a Luglio.

FC: E’ stata un’esperienza positiva? Avevi mai avuto esperienze di doppiaggio in precedenza?
GT: Di doppiare altri attori mai, perché mi era capitato di doppiarmi solamente nei film che avevo interpretato io. Non avevo mai avuto l’occasione. Notizia di oggi: proprio stamattina mi hanno chiamato per doppiare un film, che non ho interpretato io, ma comunque dovranno ancora decidere se sarò io a farlo o no. Comunque, è stata un’esperienza molto interessante, perché ti rapporti con qualcosa di molto distante da te e dove puoi dare una caratterizzazione diversa al personaggio, perché sei meno coinvolto, anche visivamente, chiaramente… Però, invece, l’esperienza di doppiare un videogioco, proprio perché sono cresciuto con i videogiochi, ha una notevole valenza per me. Essere protagonista di un videogioco è probabilmente stato il sogno di tutti noi, nella vita; se fossi io il personaggio del videogioco, credo che rasenteremmo l’autoerotismo (seguono altre risate, ma il perché lo vedrete nel filmato…). A me piacerebbe sicuramente ripetere l’esperienza… Questo però è un videogioco il cui target è riferito ai molto giovani, un target che va dai 6 – 7 ai 15 anni. In realtà, mi piacerebbe poter fare anche un gioco un po’ più trasgressivo, dove non si deve eccedere nel volgare o nell’autoerotismo, però qualche cosa che sia più vicino ad una generazione come la nostra, dove ci si possa permettere qualcosa in più e dove si possa ironizzare di più sui problemi, sempre tenendo presente che, però, un videogioco può finire anche nelle mani di un bambino.

Il prossimo Replay ci porterà all’estate del 2008, con un’intervista a un altro attore, questa volta, però, per cose più legate al film di cui si doveva parlare che non ai videogiochi. :)

M-Review: Il Gatto con gli Stivali

L’annosa disfida Pixar-Dreamworks ha per me, da sempre, un unico vincitore. Quasi tutti i film di Lasseter e soci (Cars 2 me lo voglio dimenticare) sono infinitamente superiori alle proposte della rivale, nonostante spesso e volentieri gli incassi, soprattutto in Italia, tendano a premiare quest’ultima. Il Gatto con gli Stivali è un film ambizioso negli intenti, perché riuscire a creare una storia attorno a uno dei personaggi provenienti da un’altra serie (Shrek), per quanto sia il più interessante tra quelli disponibili non era opera facile. Previsto inizialmente per il mercato home video e promosso successivamente all’uscita cinematografica, Il Gatto con gli Stivali è un film piacevole, che intrattiene grandi e piccini e che riesce addirittura a sorprendere in alcuni frangenti.

Certo, tecnicamente le opere Dreamworks non sono valide quanto quelle Pixar e nemmeno in quanto a contenuti si trovano cose molto profonde, però questa volta gli uomini di Spielberg e Katzenberg sono riusciti a creare una storia con personaggi ben caratterizzati, qualche messaggio più “forte” del solito e un tremendo rischio di sceneggiatura nel finale che avrebbe potuto trasformarsi in una debacle, ma che invece dà una marcia in più a tutto l’insieme. Per il resto, un lavoro di buon livello, anche se va segnalata quella che è l’unica nota ultranegativa: il doppiaggio italiano del protagonista, a opera di Antonio Banderas (che, come sapete, è anche la sua voce in originale) è un vero crimine. Avendo visto gli ultimi due Shrek, dove si ripeteva questo strazio, soltanto in originale, non sapevo cosa aspettarmi (e forse era meglio che restassi con questo dubbio).

Alla fine della fiera, si può dire che Il Gatto con gli Stivali consente di passare un’ora e mezza spensierata sia ai bambini che a chi non è più infante da un pezzo. E gli incassi lo dimostrano, visto che il film è stato uno dei più visti in Italia durante le feste appena concluse.