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M-Review: Run All Night: Una Notte per Sopravvivere

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Terza collaborazione tra il regista spagnolo Jaume Collet-Serra e Liam Neeson, Run All Night è l’action più tradizionale tra quelli che li hanno visti lavorare insieme, dopo Unknown: Senza Identità e il frenetico Non-Stop, ma allo stesso tempo il più riuscito del lotto. Neeson è di nuovo un padre, ma questa volta dalla parte sbagliata della legge, perché il suo personaggio è quello di un sicario al soldo della malavita irlandese a New York. Per proteggere il figlio, onesto, con famiglia e lavoro, testimone di un omicidio compiuto dal figlio del suo “datore” di lavoro, non si fermerà davanti a nulla, nemmeno a chi gli ha permesso di vivere per la sua intera esistenza.

Per quanto non offra particolari colpi di scena e scorra in modo molto lineare, Run All Night riesce a intrattenere per tutti i suoi 110 e più minuti di durata. Merito di un Liam Neeson molto più umano del solito, di un Ed Harris contraltare di primissimo livello, del detective che ha il volto del redivivo Vincent D’Onofrio e dello spietatissimo sicario interpretato da Common, mentre Joel Kinnaman e l’unico personaggio femminile di una certa importanza, quello della moglie interpretata da Genesis Rodriguez, ne escono abbastanza con le ossa rotte. Sorretto da una sceneggiatura che va veloce come una fuoriserie, visto che tutto si svolge nell’arco di una notte, Collet-Serra prova come suo solito a inserire qualche elemento registico innovativo, azzeccando ogni scelta e rendendo il film ancora più fluido di quello che avrebbe potuto essere, chiudendo i conti con un doppio finale in stile western davvero soddisfacente. Se amate l’azione, cercate di recuperarlo in sala finché sarà disponibile (e domani, mercoledì 13 maggio, sarà proiettato in lingua originale in tutti gli UCI Cinemas), non resterete delusi.

M-Review: The Equalizer

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Quanti di voi ricordano la serie TV da cui è tratto The Equalizer? Anzi, riformulo la domanda: quanti di voi sanno che il film in questione si basa su Un Giustiziere a New York (in originale, appunto, The Equalizer), serie TV americana andata in onda sulla CBS dal 1985 al 1989 e da noi qualche anno dopo su Rai 2 prima del telegiornale? Probabilmente me lo ricordo solo io, visto che da un veloce sondaggio fatto con amici appassionati di cinema e serie, è risultato che nessuno se ne ricordasse. The Equalizer prende la premessa e la storia del prodotto televisivo, quella di Robert McCall, un ex-agente della CIA (anche se nel telefilm l’organizzazione non aveva in nome ufficiale) ritirato che non si fa scrupoli a usare la violenza e tutto quanto ha imparato nei suoi anni di lavoro per aiutare i più deboli. In questo caso, la molla che fa scattare la storia sono le violenze che una giovanissima prostituta dell’Est subisce dai suoi sfruttatori. McCall, sotto copertura come dipendente di un grande magazzino, scoperchierà una pentola che coinvolgerà parecchie persone, anche insospettabili, senza fermarsi davanti a nulla per mettere fine alle loro malefatte.

Si potrebbe dire che The Equalizer è l’ideale seguito di Man On Fire, il film di Tony Scott di una decina di anni fa che aveva come protagonista proprio Denzel Washington, nei panni di un agente/bodyguard spinto da più o meno le stesse motivazioni di Robert McCall. Qui, per fortuna, rispetto all’opera del compianto fratello Scott, c’è una regia essenziale, a servizio della trama e della recitazione, che evita i virtuosismi e porta sullo schermo un film d’azione deciso e crudo quanto basta. Niente da dire sulla performance attoriale dell’attore americano, assolutamente a suo agio nei panni di questo giustiziere dei giorni nostri, come molto bravo si dimostra anche il cattivo Marton Csokas, spietato come non mai, ma che non può nulla contro l’astuzia, la decisione e la violenza del nostro eroe. Chloe Grace Moretz ricorda la Jodie Foster dei tempi di Taxi Driver, ma per quanto sia dichiarata co-protagonista, il suo ruolo è davvero breve, in termini di tempo. Nel cast troviamo anche altri volti noti come Bill Pullman, Melissa Leo e Haley Bennett, secondo me molto sottoutilizzata dal cinema che conta. Alla fine della fiera, come avrete già capito dalle mie parole, The Equalizer è un film che tiene incollati alla poltrona e intrattiene per un paio d’ore, senza mai annoiare. Il buon Denzel è sempre una sicurezza e con un regista competente nel genere come Antoine Fuqua, si va sul sicuro. Promosso.

M-Review: Storia d’Inverno

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Di questi tempi, se non si leggono recensioni di un film fino al giorno precedente la sua uscita in sala c’è qualcosa che non quadra, ancor più se nel cast ci sono Colin Farrell, Russell Crowe e Jennifer Connelly. Storia d’Inverno è stato venduto dai trailer come un puro film romantico, cosa suggerita anche dall’uscita avvenuta in tutto il mondo nel weekend di San Valentino. Si tratta dell’opera prima sul grande schermo di Akiva Goldsman, sceneggiatore che nella sua ventennale carriera ha alternato cose discrete (Il Cliente, A Beautiful Mind, Il Momento di Uccidere) a script da mani nei capelli (Batman & Robin, Lost in Space, Il Codice Da Vinci), oltre ad aver scritto e diretto alcuni dei migliori episodi di Fringe. La storia è quella di Peter Lake, un ladruncolo figlio di emigrati che nella New York di inizio 1900 si innamora di Beverly, ragazza bellissima e di famiglia ricca, ma gravemente malata. L’amore tra i due è ostacolato dal perfido Pearly Somes, che vorrebbe invece vedere morto il ragazzo. Dove sta il trucco? Beh, Peter possiede un cavallo alato, Pearly è un demone immortale e Beverly soffre di tubercolosi ed è costretta a vivere sempre “al fresco”, per tenere lontana la morte.

Tratto da un romanzo degli anni ’80, che Martin Scorsese aveva ritenuto infilmabile (già questo dovrebbe significare qualcosa), Storia d’Inverno è una delle cose più ridicole viste al cinema da parecchio. E’ chiaro che gli attori abbiano accettato di lavorare per Goldsman per amicizia, perché non posso credere che lo abbiano deciso sulla base della sceneggiatura. Ed è ancora più lampante che pure Warner Bros. abbia investito 60 milioni di dollari nella produzione del film soltanto come favore per tutto quello che il regista ha fatto per loro in passato. Tra cavalli bianchi che volano, gangster che ogni tanto perdono le staffe e assumono sembianze disgustose, ma soltanto per qualche frazione di secondo (probabilmente con gli effetti speciali avrebbero sforato il budget), personaggi che inspiegabilmente si risvegliano ai giorni nostri senza essere invecchiati di un solo giorno e Will Smith nei panni di un Lucifero in cuffie e maglietta (uno dei momenti più WTF della storia del cinema), si resta senza parole, ma per lo sconforto. L’unica cosa che si salva sono i due protagonisti, Colin Farrell e la giovane Jessica Brown Findlay (da Downtown Abbey), che sono davvero convincenti come innamorati. Il resto fa venire le lacrime, ma per la disperazione, non per la commozione. Il mio consiglio, comunque, è di recuperarlo quando uscirà in home video, perché è così brutto da diventare quasi sublime. Vorrei concludere questa recensione invitando Akiva Goldsman a darsi all’ippica, gli converrebbe…

M-Review: The Wolf of Wall Street

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Credo di avervi già raccontato che ai tempi del liceo, come molti altri ragazzi della mia età, probabilmente, odiavo Leonardo DiCaprio. Titanic era appena uscito e lo aveva fatto diventare una superstar, le ragazzine impazzivano per lui e noi liceali avremmo voluto vederlo affondare realmente. Poi arriva l’età della ragione, metti da parte le bambinate e ti rendi conto che il buon Leo è senza dubbio uno dei migliori attori della sua generazione, che si sceglie i film da interpretare con cura e che non sbaglia mai praticamente un colpo. The Wolf of Wall Street, ispirato alla vera storia di Jordan Belfort, trader americano diventato straricco con metodi tutt’altro che legali, è un’opera eccellente, diretta da un Martin Scorsese in grandissima forma, sorretta dall’ottima sceneggiatura del fido Terrence Winter e con un DiCaprio che se quest’anno non vince l’Oscar, davvero, non lo vincerà mai più. Belfort è un personaggio borderline ed eccessivo, che l’attore di Django Unchained e Shutter Island riesce a far suo in maniera fastidiosamente perfetta.

Nonostante le tre ore di durata, il film è così denso di eventi e di battute che non si ha praticamente mai tempo per respirare (diventa chiaro perché Scorsese e la sua montatrice Thelma Schoonmaker abbiano faticato a tagliare via un’ora e mezza). Frenetica, irriverente e spesso molto cattiva, la pellicola non ha un momento morto. Ma non è solo DiCaprio a eccellere, ma anche il resto del cast, con il cameo iniziale di Matthew McConaughey che resterà negli annali e un Jonah Hill davvero in palla. E poi c’è Margot Robbie (per cui avevo predetto grandi cose ai tempi di Pan-Am, serie andata in onda un paio di anni fa e cancellata brutalmente dopo pochi episodi), giovane australiana che oltre a essere tremendamente bella e avere un fisico da sballo (ci sono un paio di scene di nudo in cui potrete ammirarla in tutto il suo splendore) si scopre pure molto brava. La sua carriera esploderà dopo questo film, potete starne certi. Per il resto, non c’è davvero nulla di storto, nemmeno dal punto di vista tecnico. La colonna sonora, che contiene esclusivamente musica anni ’70 e ’80, include anche Gloria di Umberto Tozzi, utilizzata addirittura in una delle scene clou. Personalmente, ritengo che The Wolf of Wall Street sia il miglior film di Scorsese dai tempi di Casinò e che avrebbe surclassato anche Rush nella mia classifica dei migliori del 2013 se l’avessi visto nell’anno vecchio. Per il 2014 sarà molto difficile scalzarlo.

M-Review: American Hustle

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Squadra che vince non si cambia. Probabilmente questo è uno dei pensieri balenati nella mente di David O’ Russell pensando al cast del suo nuovo film, American Hustle, che arriva a meno di un anno di distanza dal grande successo di Il Lato Positivo e a una manciata di anni dall’ottimo The Fighter. I protagonisti del suo nuovo lavoro sono infatti quelli dei film sopracitati: Bradley Cooper e Jennifer Lawrence dal primo, Christian Bale e Amy Adams dal secondo. La storia è ispirata a un’operazione compiuta dall’FBI tra gli anni ’70 e gli anni ’80, con l’obiettivo di stanare politici corrotti. L’attore di Batman e la principessa di Come d’Incanto sono due artisti della truffa colti in flagrante e costretti a collaborare con il governo americano per dare una ripulita alla politica, soprattutto locale, di quel periodo.

A complicare le cose ci si mettono una storia d’amore inattesa, una moglie bellissima ma stabile quanto una polveriera e tanti personaggi poco raccomandabili. O’ Russell dirige un film frenetico, che procede a ritmo forsennato per tutte le due ore di durata, con una sceneggiatura ricca di capovolgimenti di fronte e dialoghi frizzanti, sorretto da un cast che è la sua più grande forza. Bale, ingrassato di almeno di 30 kg, si dimostra il Robert De Niro (che qui appare in un breve cameo, non accreditato) della sua generazione. La Adams è affascinante e intrigante, la Lawrence è come sempre straordinaria (oltre a sembrare più gnocca del solito, come vedete dalla locandina in alto), mentre Cooper è forse quello più sottotono tra i quattro. Questo è un altro di quei film che rischia di fare incetta di Oscar, soprattutto lato recitazione e, personalmente, devo dire di averlo davvero apprezzato molto. Promosso a pieni voti.

M-Review: Broken City

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Per cominciare, una piccola curiosità: questo film ha la bellezza, secondo i credits su IMDB (ma lo noterete anche osservando i titoli di coda), di 21 produttori. Il budget, stranamente, è inferiore ai 40 milioni di dollari e non è che sia un male, anzi, ma analizzato assieme al dato di cui sopra, non fa presagire buone cose. Dopo averlo visto, comunque, non si può dire che Broken City sia un brutto film, ma soltanto una gigantesca occasione sprecata. Perché quando disponi di un cast con gente come Russell Crowe, Mark Wahlberg e Catherine Zeta-Jones nei ruoli principali e svariati volti noti come Barry Pepper, Griffin Dunne, Kyle Chandler e Jeffrey Wright in quelli di contorno e ciò che riesci a tirare fuori è una pellicola da seconda serata sfigata su Italia 1, forse è meglio farsi qualche domanda. Il problema del film di Allen Hughes, alla sua prima regia in solitaria senza il fratello Albert, è il suo essere davvero ordinario, oltre a non fornire particolari emozioni, compiendo una serie di peccati davvero mortali.

La storia è quella di un ex-poliziotto che, riciclatosi investigatore privato, viene assoldato dal sindaco di New York in periodo pre-elettorale per seguire la moglie fedifraga. Inutile dire che il tradimento non è altro che la punta dell’iceberg di una vicenda con qualche colpo di scena (molto prevedibile, state tranquilli) che metterà a dura prova le persone coinvolte. Nessun membro del cast si impegna più di tanto, in primis i due protagonisti. Sia Crowe che Wahlberg, infatti, si limitano a portare a casa la pagnotta, come tutti gli altri. Aggiungiamoci una regia senza particolari guizzi e una sceneggiatura poco brillante e potete capire a cosa ci troviamo davanti. Il problema è che non ci sono nemmeno difetti così grossi con cui potersela prendere. Broken City è un film che non si prende né rischi né topiche clamorose, ma per cui risulta difficile trovare elementi per consigliare o sconsigliare di vederlo. C’è di peggio in giro, ma anche tanto di meglio.

M-Review: Resident Evil: Retribution 3D

Come al solito, ci avevo visto più o meno giusto. Qualche mese fa, infatti, avevo parlato del trailer di Resident Evil: Retribution 3D, presagendo la “cagatona fotonica, anche se ad alto tasso di intrattenimento”. Il problema è che solo una parte del giudizio si è rivelata corretta e non credo sia difficile immaginare quale. Dopo averlo visto, la speranza è che il film di Paul W.S. Anderson sia il canto del cigno di una serie cinematografica che ormai non ha più nulla da dire. L’unica cosa che potrebbe salvare Resident Evil sul grande schermo è infatti un reboot, più o meno quel che è successo al videogioco (per quanto i puristi non abbiano mai visto di buon occhio la cosa) dal quarto episodio in poi. Il problema di Resident Evil: Retribution è che risulta addirittura difficile riuscire a sintetizzarne la trama, perché non ce ne n’è traccia. Si potrebbe dire che si tratta dell’ennesimo combattimento continuo tra Alice (Milla Jovovich) e la Umbrella Corporation, ma è impossibile entrare nei dettagli.

Si salta infatti di palo in frasca da una sequenza all’altra, quasi come se si trattasse degli intermezzi di un videogioco, senza però uno straccio di collante tra loro. E il risultato finale è davvero fastidioso, perché non si riesce a capire davvero un’acca di ciò che sta succedendo. Anche le sequenze d’azione, a parte il catfight finale tra Alice e Jill Valentine (una Sienna Guillory molto più gnocca di quanto mi ricordassi), la scena iniziale e l’inseguimento nella finta Mosca, sono alquanto banali e vengono a noia abbastanza velocemente. Per quanto riguarda il 3D, nulla di particolare da segnalare: come al solito, infatti, viene utilizzato in maniera piuttosto mediocre, non tale da giustificare l’odiato sovrapprezzo. Questa volta, Anderson è riuscito addirittura a far rimpiangere Aliens vs. Predator e, credetemi, non era affatto facile. Sembra comunque che pure il pubblico abbia accolto in modo piuttosto freddo questo quinto episodio e, nonostante il finale aperto, marchio di fabbrica della saga, una vera conclusione potrebbe non esserci. E non è per nulla un male, anzi…

Trailer: Bullet to the Head/The Last Stand

Lo scorso weekend è uscito in sala l’attesissimo sequel dei Mercenari, occasione per tutti gli amanti del cinema action di vedere assieme i protagonisti del primo episodio, ma soprattutto Chuck Norris e Jean Claude Van Damme. Certo, mancano ancora Steven Seagal, Michael Dudikoff, Don “The Dragon” Wilson e altri nomi minori, ma direi che possiamo accontentarci. Inutile dire che ne parlerò su queste pagine fra qualche settimana, appena tornerò a Milano e andrò a vederlo. Nel frattempo, approfittando dell’uscita del film, Warner Bros e Lions Gate hanno rilasciato i trailer delle due pellicole di prossima uscita che vedranno protagonisti il buon Sly Stallone e, per la prima volta dopo 10 anni (visto che il suo ultimo ruolo da protagonista risale a Terminator 3), anche il grande Schwarzy. E tra l’altro, entrambi i trailer suscitano un’ottima impressione.

Bullet to the Head è il titolo del film, tratto da una graphic novel francese, che vede Sly nei panni di un sicario che decide di allearsi con un poliziotto durante una rischiosissima indagine che porterà i due uomini nei bassifondi di New Orleans. Ovviamente, si prevedono botte da orbi, azione a go-go e dialoghi con una buona dose di humor, in perfetto stile anni ’80. E da quel decennio arriva anche il regista, ossia Walter Hill, tornato alla regia cinematografica dopo 10 anni da Undisputed, ma che sembra ancora tremendamente in forma, come ai tempi di 48 Ore, Ricercati Ufficialmente Morti e Danko. Cast che vede la partecipazione di Jason Momoa (il Khal Drogo di Game of Thrones, ma anche l’ultimo Conan) nei panni del cattivo, Sarah Shahi (ve la ricordate nella prima serie di Alias? Io sì, con molto piacere…) e una vera icona anni ’80, Christian Slater. L’uscita americana, inizialmente prevista entro fine 2012, è stata rimandata a Febbraio 2013, mentre per quella italiana prevedo più o meno lo stesso periodo.

Il ritorno da protagonista di Arnold si intitola invece The Last Stand e vede il teutonico ex-governatore della California nei panni di uno sceriffo alle prese con dei trafficanti di droga messicani. Anche in questo caso, il trailer mostra una spiccata ironia (d’altronde, a quello serve Johnny Knoxvile), spari, esplosioni e scene d’azione caratterizzate da una regia iperstilosa. Dietro la macchina da presa c’è infatti quel genietto del coreano Kim-Ji-Woon, regista dei bellissimi A Tale of Two Sisters, I Saw the Devil e The Good, The Bad and The Weird, al suo debutto americano. Nel cast troviamo anche Forest Whitaker, lo spagnolo Eduardo Noriega (attore feticcio di Amenàbar, poco usato dal cinema americano), Rodrigo Santoro, Peter Stormare nei panni del cattivo e le due bellissime Genesis Rodriguez (se avete visto 40 Carati, sapete di chi sto parlando) e Jaimie Alexander (la Sif di Thor). L’uscita americana è prevista per Gennaio, mentre non mi azzardo a fare previsioni, in questo caso, su quella italiana. Hype altissimo, comunque.

Trailer: The Avengers (ancora lui)

Difficilmente scrivo due post sullo stesso argomento, ma quando ritengo di aver detto inizialmente delle cose inesatte, la rettifica diventa quasi obbligatoria. Per prima cosa, va detto che il nuovo trailer di The Avengers, uscito la scorsa settimana, è stato visto più di 13 milioni di volte in pochissimi giorni, polverizzando il precedente record, detenuto dal secondo teaser di The Dark Knight Rises, cosa che fa capire quanto questo film sia atteso dal grande pubblico. E dopo aver visto questo trailer, beh, posso dire che forse ho sbagliato nel giudicare la regia di Joss Whedon il più grosso errore che potessero fare in Marvel per un prodotto del genere.

Caro Joss, con quello che ci hai fatto vedere qui, sei riuscito a farmi cambiare idea. Sequenze epiche, personaggi carismatici, una Black Widow che risalta molto di più rispetto alla sua prima apparizione cinematografica, ma soprattutto tanta bella azione e diretta in un modo che ricorda tanto il mio caro Michael Bay (quanti penseranno all’ultimo Transformers dopo aver visto l’ultima scena del trailer?). Pare che il Whedon regista cinematografico, come Serenity dimostrò qualche anno fa, sia quindi il fratello buono dell’autore di insopportabili serie TV come Buffy, Angel, Firefly e Dollhouse (sì, dico questo apposta per farmi trollare). L’hype qui è salito a mille e non vedo l’ora che sia il 24 Aprile (o il 20, giorno del mio compleanno e della probabile premiere milanese con tutto il cast, Scarlett inclusa) per andarmi a gustare questo The Avengers.

P.S.: Sappiate che per me è estremamente difficile, psicologicamente parlando, ammettere di essermi sbagliato. Cercate di apprezzarlo. :)

Video: Lady GaGa – Marry the Night

L’uscita di un video di Lady GaGa è sempre un evento, anche se negli ultimi 12 mesi, la signorina Stefani Germanotta da New York ha perso diversi colpi. La brillantezza mostrata coi video tratti da The Fame si è andata a perdere, soprattutto per la scelta di affidarsi completamente al suo team creativo e rinunciare a collaborare con veri clipmaker, quelli che avevano reso video come Paparazzi, Telephone (entrambi di Jonas “Dio” Akerlund) e Bad Romance (Francis Lawrence) dei capolavori.

Il clip di Marry the Night, l’ultimo singolo tratto da Born This Way (avrei preferito Hair, sinceramente), narra la storia vissuta dalla nostra eroina prima di firmare il contratto con Interscope e volare a Los Angeles per diventare la GaGa che noi tutti conosciamo. Una sbrodolata di 13 minuti che, però, viene tranquillamente trasmessa in versione integrale dai canali musicali di tutto il mondo. C’è da dire che Lady GaGa, qui per la prima volta regista in solitaria, azzecca decisamente tutta la prima parte, quella soltanto di narrazione, indovinando inquadrature, ritmo e tutto il resto, ma canna completamente il clip vero e proprio, i 4 minuti finali del mini-film, diretti in modo confuso e con parecchie scelte discutibili.

Non si tratta di un brutto video, sia chiaro, però raccomando a Miss Germanotta di tornare a scegliersi un vero regista per un eventuale nuovo singolo. Paparazzi e Telephone me li riguardo ogni tanto ancora adesso, per Marry the Night mi sono bastate un paio di visioni.