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M-Review: Ted 2

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Tre anni fa avevo definito Ted il miglior film del 2012. Solo un autore geniale e fantasioso come Seth MacFarlane poteva trasformare un incipit da film per bambini in una commedia lontana anni luce dal politically correct in cui si rideva tanto e spesso. Dopo aver incassato più di 500 milioni di dollari nel mondo, nonostante il flop del mediocre Un Milione di Modi per Morire nel West, il sequel era un’eventualità inevitabile. Questa volta, l’orsacchiotto vuole sentirsi sempre più umano: si sposa con la sua fidanzata Tami-Lynn e mette in cantiere l’arrivo di un figlio. Ma questa cosa, a qualcuno, non sta bene e Ted, con l’aiuto del suo rimbombamico John e della giovane avvocatessa Sam (L. Jackson di cognome), lotterà per fare in modo che le sue conquiste non siano vanificate da qualche stupido tribunale. Uscire nel medesimo weekend dell’approvazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso da parte della Corte Suprema americana è una coincidenza che potrebbe valere come enorme spinta promozionale per il film, viste le analogie tematiche.

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Il problema principale di Ted 2 è che non fa ridere come il primo episodio. C’è una trama, ci sono personaggi che subiscono un’evoluzione, ma è quasi completamente sparita la dinamica da sparring partner che aveva caratterizzato il primo film, tanto che il personaggio di Mark Wahlberg passa due terzi della storia in modalità “depressione”, per poi risvegliarsi quando comincia a nascere qualcosa tra lui e una Amanda Seyfried più bella e svitata che mai. La cattiveria di fondo c’è sempre e ci sono alcuni momenti davvero scorretti in cui si ride di gusto, ma sono troppo discontinui e anche il ritmo generale, così, ne risente parecchio. Anche in questo sequel, comunque, i cameo tipici dei lavori di MacFarlane non mancano e sono tra i momenti più divertenti del film, tra i quali va anche annoverato il gran finale al Comic-Con di New York dove si verifica una delle risse più improbabili e scombinate mai viste sul grande schermo. Ted è realizzato in modo ancora più impeccabile rispetto al primo episodio, tanto da sembrare un vero orsacchiotto di peluche e non una creatura digitale. Riassumendo, personalmente trovo che il film non sia valido quanto l’originale, ma riesce comunque a divertire nonostante i suoi difetti. Si ride meno ed è indubbio, ma si tratta comunque di risate belle fragorose, che è la cosa che conta di più.

M-Review: Transformers 4: L’Era dell’Estinzione

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Michael Bay, lo sai che ti adoro. Lo sai che ho visto The Rock più di 90 volte (anche se non è il mio film preferito), che Armageddon e Bad Boys II li vedo quando sono giù di morale e ho bisogno di divertirmi e che trovo sia The Island che Pain & Gain dei film tremendamente sottovalutati. Se c’è una cosa che non ti ho mai perdonato, oltre a Pearl Harbor, c’è tutta la prima trilogia dei Transformers. Va bene gli incassi, va bene i soldi facili, ma stare dietro a questi robottoni non ti è mai stato congeniale. Certo, il tuo stile si vede tutto, ma le sceneggiature non ti permettono di mostrare davvero quello che sai fare quando dietro c’è una scrittura degna di tale nome (certo, è anche colpa tua che non fai molto per opporti). Speravamo che, come avevi dichiarato, mollassi questa saga, ma invece sei tornato per acclamazione popolare a dirigere Transformers 4: L’Era dell’Estinzione. Questa volta ci sono un inventore (Mark Wahlberg, LOL) con figlia 17enne a carico (la gnocchissima e 19enne Nicola Peltz), un cacciatore di taglie alieno e un uomo d’affari che ha scoperto il Transformium, la molecola alla base delle trasformazioni ma non si capisce da che parte sta.

Ah, poi ovviamente ci sono tutti gli Autobot, qualche traccia di Decepticon e pure i Dinobot (anche se solo per due minuti alla fine), oltre a un sacco di personaggi inutili. Perché senza questi ultimi sarebbe impossibile riuscire ad allungare il brodo per ben 2 ore e 45 di nulla, in cui Bay salta di palo in frasca fregandosene totalmente di buchi di sceneggiatura così grandi da farci passare Optimus Prime in tutta tranquillità. Certo, ci sono le trasformazioni, le esplosioni, i soliti dialoghi perfetti per un bimbo di 10 anni e le classiche inquadrature altezza lato B del regista americano (solo che la Peltz è molto più giovane di tutte le sue omologhe del passato). Ma si respira pure un senso di noia e di “ma quando finisce sta roba?” e pure gli effetti speciali non sono così impeccabili come sempre. A essere onesti bisognerebbe pure dire che Bay muove la camera con molta più calma rispetto al solito, probabilmente a causa delle cineprese IMAX che lo limitano fortunatamente nel movimento e che Stanley Tucci è l’unico attore che non ne esce con le ossa rotte (ma questa è un po’ una costante di tutti i Transformers, in cui di solito a salvarsi sono solo i veri attori). Il punto è che Transformers 4, nonostante gli incassi abbiano sfracellato i record dei precedenti un po’ in tutto il mondo, Cina in primis, è davvero una cagata pazzesca. Se i primi tre film avevano qualche elemento di redenzione, qui invece siamo davvero al disastro più totale. Nota di merito finale per il cinema UCI Romagna di Savignano, che l’ha proiettato in lingua originale in una delle sue sale per un intero weekend di fine luglio. Vuoi per il periodo vacanziero, vuoi perché c’era bel tempo, ero da solo in sala. Speriamo che i risultati scoraggianti non li facciano demordere e comincino a proporre proiezioni di questo tipo anche in altri momenti dell’anno.

M-Review: Pain & Gain

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Leggere “Michael Bay” e “film personale” nella stessa frase pare quasi un ossimoro, ma dopo anni di blockbuster costosissimi, in cui esplosioni e distruzioni la facevano da padroni, il regista americano ha deciso, dopo svariati rinvii, di provare qualcosa di diverso. In realtà, Pain & Gain è un film in cui l’unica cosa diversa è il budget, pari a soli 26 milioni di dollari (con cui di solito Bay gira dieci minuti di un qualsiasi altro film), visto che lo stile del regista di The Rock e dei tre Transformers resta intatto e intonso dalla prima all’ultima scena. La pellicola, ispirata a una storia vera, racconta in modo piuttosto grottesco di tre culturisti avidi di denaro per mantenere un certo stile di vita che, nella Florida degli anni ’80, rapiscono o ammazzano facoltosi ricconi per riuscire a portare a termine i loro obiettivi. Tutto questo, fino a quando una delle loro “vittime” decide di assoldare un investigatore privato per prenderli in castagna e assicurarli alla giustizia.

Mark Wahlberg e Dwayne “The Rock” Johnson riescono a risultare piuttosto credibili come idioti rincretiniti dagli steroidi e dalla mente semplice, mentre Anthony Mackie non può assolutamente competere con gli altri due. Nell’ampio cast di comprimari, svettano invece Rebel Wilson, Tony Shalhoub e la modella israeliana Bar Paly, bellezza piuttosto appariscente che riesce a far suo un personaggio non proprio facilissimo, mentre Ed Harris è un pochettino sotto tono rispetto al solito. Pain & Gain ha un solo e, purtroppo, grosso difetto, che risiede nella sceneggiatura. La scelta di utilizzare non una, non due, ma ben cinque voci fuori campo per narrare la storia, è un espediente davvero pessimo, che risulta spesso e volentieri fuori luogo. Nonostante questo, si tratta di un film che vi terrà incollati alla poltrona per le sue due ore e passa di durata e che è senz’ombra di dubbio il miglior lavoro targato Michael Bay dai tempi di The Island.

M-Review: Broken City

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Per cominciare, una piccola curiosità: questo film ha la bellezza, secondo i credits su IMDB (ma lo noterete anche osservando i titoli di coda), di 21 produttori. Il budget, stranamente, è inferiore ai 40 milioni di dollari e non è che sia un male, anzi, ma analizzato assieme al dato di cui sopra, non fa presagire buone cose. Dopo averlo visto, comunque, non si può dire che Broken City sia un brutto film, ma soltanto una gigantesca occasione sprecata. Perché quando disponi di un cast con gente come Russell Crowe, Mark Wahlberg e Catherine Zeta-Jones nei ruoli principali e svariati volti noti come Barry Pepper, Griffin Dunne, Kyle Chandler e Jeffrey Wright in quelli di contorno e ciò che riesci a tirare fuori è una pellicola da seconda serata sfigata su Italia 1, forse è meglio farsi qualche domanda. Il problema del film di Allen Hughes, alla sua prima regia in solitaria senza il fratello Albert, è il suo essere davvero ordinario, oltre a non fornire particolari emozioni, compiendo una serie di peccati davvero mortali.

La storia è quella di un ex-poliziotto che, riciclatosi investigatore privato, viene assoldato dal sindaco di New York in periodo pre-elettorale per seguire la moglie fedifraga. Inutile dire che il tradimento non è altro che la punta dell’iceberg di una vicenda con qualche colpo di scena (molto prevedibile, state tranquilli) che metterà a dura prova le persone coinvolte. Nessun membro del cast si impegna più di tanto, in primis i due protagonisti. Sia Crowe che Wahlberg, infatti, si limitano a portare a casa la pagnotta, come tutti gli altri. Aggiungiamoci una regia senza particolari guizzi e una sceneggiatura poco brillante e potete capire a cosa ci troviamo davanti. Il problema è che non ci sono nemmeno difetti così grossi con cui potersela prendere. Broken City è un film che non si prende né rischi né topiche clamorose, ma per cui risulta difficile trovare elementi per consigliare o sconsigliare di vederlo. C’è di peggio in giro, ma anche tanto di meglio.

M-Review: Ted

Io non sono assolutamente un fan de I Griffin. Potrei dire che, in generale, detesto tutta quell’animazione lo-fi (stile Simpson, South Park e gli stessi Griffin, per intenderci), cosa che mi rende quasi impossibile la visione di queste serie. So perfettamente che il livello di scrittura e la qualità delle battute è eccelsa, ma essendo cresciuto a pane e Disney, questo tipo di “cartoon” mi è totalmente indigesto. La mia speranza è che, prima o poi, venga realizzato un film tratto dalla serie in questione, come è successo per i Simpson e per South Park, visto che in questi casi la qualità dell’animazione è decisamente superiore. Questo, per I Griffin, non è ancora accaduto, ma Ted condivide molte cose, visto che nasce dalla fervida mente di Seth MacFarlane, con la popolare serie. Ted è un orsacchiotto che prende magicamente vita in una notte di Natale, dopo un desiderio espresso dal suo padrone John, un bambino bistrattato dai coetanei e senza amici. 25 anni dopo, Ted è ancora il miglior amico di John, ma rispetto al passato fuma, beve come una spugna, fa sesso casuale con escort e altre donne e così via dicendo.

John si è invece fidanzato con la bellissima Lori, che accetta la presenza dell’ingombrante (psicologicamente) orsacchiotto, ma che a un certo punto si ritrova a chiedere all’uomo di scegliere tra lei e Ted. Come andrà a finire è piuttosto palese, ma non è assolutamente un problema nell’economia del film. Ted è una pellicola geniale, scritta in maniera quasi perfetta, con continue citazioni e trovate a dir poco spettacolari e originali (l’infatuazione di John nei confronti di Flash Gordon e tutto quello che ne consegue è una cosa a dir poco surreale, ma che caratterizza perfettamente il personaggio), momenti in cui si sbellica dal ridere, personaggi che si evolvono nel corso del film e tante altre belle cose. Certo, si nota che MacFarlane non è un regista, ma soltanto un bravo autore, però anche in questo caso non è un problema. Mark Wahlberg e una Mila Kunis ancora più gnocca del solito fanno da ottime controparti all’orsetto animato in CG, che in originale ha la voce del suo creatore e che assomiglia un po’ troppo a Peter Griffin (e la battuta in cui MacFarlane si autocita è letteralmente da applausi), ma che risulta uno dei personaggi “virtuali” più credibili mai visti al cinema. Di cose che funzionano, nel film, ce ne sono tantissime, ma non posso elencarvele perché è giusto che le scopriate da voi al cinema. Per me, Ted è finora il miglior film del 2012 e se non avete ancora avuto modo di vederlo, precipitatevi al cinema senza esitare.