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M-Review: Run All Night: Una Notte per Sopravvivere

runallnight

Terza collaborazione tra il regista spagnolo Jaume Collet-Serra e Liam Neeson, Run All Night è l’action più tradizionale tra quelli che li hanno visti lavorare insieme, dopo Unknown: Senza Identità e il frenetico Non-Stop, ma allo stesso tempo il più riuscito del lotto. Neeson è di nuovo un padre, ma questa volta dalla parte sbagliata della legge, perché il suo personaggio è quello di un sicario al soldo della malavita irlandese a New York. Per proteggere il figlio, onesto, con famiglia e lavoro, testimone di un omicidio compiuto dal figlio del suo “datore” di lavoro, non si fermerà davanti a nulla, nemmeno a chi gli ha permesso di vivere per la sua intera esistenza.

Per quanto non offra particolari colpi di scena e scorra in modo molto lineare, Run All Night riesce a intrattenere per tutti i suoi 110 e più minuti di durata. Merito di un Liam Neeson molto più umano del solito, di un Ed Harris contraltare di primissimo livello, del detective che ha il volto del redivivo Vincent D’Onofrio e dello spietatissimo sicario interpretato da Common, mentre Joel Kinnaman e l’unico personaggio femminile di una certa importanza, quello della moglie interpretata da Genesis Rodriguez, ne escono abbastanza con le ossa rotte. Sorretto da una sceneggiatura che va veloce come una fuoriserie, visto che tutto si svolge nell’arco di una notte, Collet-Serra prova come suo solito a inserire qualche elemento registico innovativo, azzeccando ogni scelta e rendendo il film ancora più fluido di quello che avrebbe potuto essere, chiudendo i conti con un doppio finale in stile western davvero soddisfacente. Se amate l’azione, cercate di recuperarlo in sala finché sarà disponibile (e domani, mercoledì 13 maggio, sarà proiettato in lingua originale in tutti gli UCI Cinemas), non resterete delusi.

M-Review: RoboCop

RoboCop

Per noi che siamo nati negli anni ’80, RoboCop è quello che può essere definito “film seminale“. Esordio hollywoodiano di Paul Verhoeven e produzione indipendente della celebre Orion Pictures, purtroppo fallita pochi anni dopo, era un misto di azione, ultraviolenza e satira, che ha smesso di funzionare nel momento in cui a Hollywood hanno cercato di lucrare sul personaggio, con sequel terribili e una serie TV da dimenticare (nota a margine: nelle scorse settimane li ho rivisti, tanto per rinfrescare la memoria). Il parallelismo più grosso tra il reboot e l’originale è che si tratta sempre di un esordio registico hollywoodiano, quello del brasiliano Jose Padillha (autore dei due bellissimi e brutali Tropa de Elite, che vi invito a recuperare), che però alla fine della fiera risulta molto più annacquato, a causa della necessità di rendere il nuovo RoboCop un film per un pubblico molto più ampio. La storia di Alex Murphy è più o meno la stessa, ma viene raccontata in modo completamente diverso. Lo svedese Joel Kinnaman, noto per la serie The Killing, riesce a umanizzare il personaggio quando ce n’è bisogno e risulta credibile, allo stesso tempo, quando invece l’umanità si ritrova a perderla. Il nuovo RoboCop, nell’intenzione degli sceneggiatori, è una specie di Captain America futuristico, a metà tra marketing e necessità di lottare contro il crimine. L’elemento satirico e di critica è proprio legato a questo aspetto ed è impersonificato dal conduttore di talk show interpretato da Samuel L. Jackson, favorevole ai robot a differenza di gran parte dell’opinione pubblica e del governo.

Abbiamo poi una moglie (Abbie Cornish) e un figlio, visti soltanto di sfuggita nell’originale ma qui centrali alla trama, a differenza del collega detective (Michael K. Williams), finito invece nelle retrovie. Il dottor Norton di Gary Oldman è un altro personaggio pieno di dubbi, a differenza di quanto accadeva al suo corrispettivo originale. Michael Keaton è un villain molto meno minaccioso di quelli del 1987: un update contemporaneo, si potrebbe dire, privo però di quella malvagità caricaturale che sarebbe perfetta in questi casi. Lo stesso Murphy subisce una parabola molto differente: se nel film di Verhoeven il personaggio scopriva pian piano di essere ancora umano, qui invece viene progressivamente disumanizzato (anche se nel finale comincia pure lui a nutrire dubbi sulla sua vera essenza). Questo nuovo RoboCop è un film che, pur funzionando abbastanza per un’ora e mezza, nonostante la scarsità d’azione e i cattivi all’acqua di rose, degenera nel finale, quando le cose prendono improvvisamente una piega abbastanza ridicola, rovinando quanto di buono si era visto in precedenza. Se Padillha avesse avuto la libertà avuta da Verhoeven 27 anni orsono, sono convinto che avremmo avuto un film molto diverso, ma la necessità del PG-13 e, quindi, di ampliarne il potenziale pubblico, ha avuto la meglio. Sia chiaro, non è un brutto film, ma è molto peggio di quel che sarebbe potuto essere.