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M-Review: Burying the Ex #LeVieDelCinema

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Joe Dante fa parte di quel gruppo di registi di culto degli anni ’90 (John Landis è un altro esponente della categoria, tanto per fare un esempio), che a un certo punto della loro carriera sono stati messi da parte da Hollywood, che ha preferito loro ondate di mestieranti dal dubbio talento. Il regista dei due Gremlins e di Salto Nel Buio, trio di film che non rivedo colpevolmente da troppo tempo, si diletta da un po’ di anni con pellicole più piccole ed episodi di serie TV. Burying the Ex, presentato una manciata di settimane fa all’ultimo Festival del Cinema di Venezia è una commedia horror dalla premessa molto semplice, che mette in scena uno stranissimo triangolo amoroso. Ci sono un ragazzo appassionato di film horror e commesso in un negozio che vende gadget macabri, la sua ragazza blogger e vegana, gelosissima di lui e il terzo incomodo, una gelataia dal cuore d’oro appassionata anche lei di zombi e pellicole sanguinolente. La blogger muore per una fatalità, ma un giuramento fatto dal ragazzo su uno strano oggetto diabolico quando i due erano ancora insieme, la riporta inaspettamente in vita, ma in versione zombi.

Inutile dire che questa cosa avrà conseguenze sia su di lui che sulla sua nuova relazione. Anton Yelchin è il protagonista maschile, la vegana rinata zombie è la Ashley Greene di Twilight, mentre la gelataia è una radiosa Alexandra Daddario (che da True Detective in poi vediamo proprio con gli occhi dell’amore). Dante mette in scena un altro film indirizzato al pubblico più giovane, dopo The Hole, horror in 3D senza infamia e senza loro. Anche Burying the Ex, per quanto molto divertente e mai noioso, essenziale nella sua durata (meno di 90 minuti), risulta riuscito soltanto a metà. Da una parte, ci sono dialoghi davvero azzeccati e un trio di attori, con in aggiunta il Seth Rogen della situazione (Oliver Cooper, visto in Project X) che recitano molto bene e dimostrano di divertirsi loro stessi. Dall’altra ci sono invece alcune scelte di sceneggiatura piuttosto incomprensibili, in primis la scelta di procedere verso il finale più ovvio e banale, quando prendersi qualche rischio in più avrebbe sicuramente reso tutto ancora più divertente. Al momento la pellicola non ha ancora un distributore nemmeno negli USA, ma credo che l’uscita direttamente in VOD/home video sia la scelta più logica, visto che si tratta del film perfetto per una serata tra amici, magari con le proprie compagne, viste le venature sentimental-romantiche di parte della trama. Nonostante i difetti, a me è piaciuto, quindi non posso che consigliarvi di vederlo, appena si renderà disponibile in qualche modo. Ben fatto, Joe… ora però convinci qualcuno che è il momento di far tornare i Gremlins al cinema.

M-Review: Transformers 4: L’Era dell’Estinzione

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Michael Bay, lo sai che ti adoro. Lo sai che ho visto The Rock più di 90 volte (anche se non è il mio film preferito), che Armageddon e Bad Boys II li vedo quando sono giù di morale e ho bisogno di divertirmi e che trovo sia The Island che Pain & Gain dei film tremendamente sottovalutati. Se c’è una cosa che non ti ho mai perdonato, oltre a Pearl Harbor, c’è tutta la prima trilogia dei Transformers. Va bene gli incassi, va bene i soldi facili, ma stare dietro a questi robottoni non ti è mai stato congeniale. Certo, il tuo stile si vede tutto, ma le sceneggiature non ti permettono di mostrare davvero quello che sai fare quando dietro c’è una scrittura degna di tale nome (certo, è anche colpa tua che non fai molto per opporti). Speravamo che, come avevi dichiarato, mollassi questa saga, ma invece sei tornato per acclamazione popolare a dirigere Transformers 4: L’Era dell’Estinzione. Questa volta ci sono un inventore (Mark Wahlberg, LOL) con figlia 17enne a carico (la gnocchissima e 19enne Nicola Peltz), un cacciatore di taglie alieno e un uomo d’affari che ha scoperto il Transformium, la molecola alla base delle trasformazioni ma non si capisce da che parte sta.

Ah, poi ovviamente ci sono tutti gli Autobot, qualche traccia di Decepticon e pure i Dinobot (anche se solo per due minuti alla fine), oltre a un sacco di personaggi inutili. Perché senza questi ultimi sarebbe impossibile riuscire ad allungare il brodo per ben 2 ore e 45 di nulla, in cui Bay salta di palo in frasca fregandosene totalmente di buchi di sceneggiatura così grandi da farci passare Optimus Prime in tutta tranquillità. Certo, ci sono le trasformazioni, le esplosioni, i soliti dialoghi perfetti per un bimbo di 10 anni e le classiche inquadrature altezza lato B del regista americano (solo che la Peltz è molto più giovane di tutte le sue omologhe del passato). Ma si respira pure un senso di noia e di “ma quando finisce sta roba?” e pure gli effetti speciali non sono così impeccabili come sempre. A essere onesti bisognerebbe pure dire che Bay muove la camera con molta più calma rispetto al solito, probabilmente a causa delle cineprese IMAX che lo limitano fortunatamente nel movimento e che Stanley Tucci è l’unico attore che non ne esce con le ossa rotte (ma questa è un po’ una costante di tutti i Transformers, in cui di solito a salvarsi sono solo i veri attori). Il punto è che Transformers 4, nonostante gli incassi abbiano sfracellato i record dei precedenti un po’ in tutto il mondo, Cina in primis, è davvero una cagata pazzesca. Se i primi tre film avevano qualche elemento di redenzione, qui invece siamo davvero al disastro più totale. Nota di merito finale per il cinema UCI Romagna di Savignano, che l’ha proiettato in lingua originale in una delle sue sale per un intero weekend di fine luglio. Vuoi per il periodo vacanziero, vuoi perché c’era bel tempo, ero da solo in sala. Speriamo che i risultati scoraggianti non li facciano demordere e comincino a proporre proiezioni di questo tipo anche in altri momenti dell’anno.

M-Review: Under the Skin

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Scarlett Johansson nuda. Basterebbero queste tre parole per convincere molti, soprattutto i fan della bellezza della fascinosa e sinuosa attrice americana, ad andare a vedere Under the Skin. E’ passato quasi un anno dalla sua premiere al Festival di Venezia e visto che la distribuzione italiana dorme (anche se mi giunge voce che BIM lo distribuirà a fine agosto), me lo sono recuperato in altro modo, da buon fan di Scarlett che si rispetti. Sarebbe molto ingeneroso nei confronti del regista Jonathan Glazer, che da buon clipparo ha sempre puntato tantissimo sulla forza visiva delle sue immagini, dire che la maggior attrazione del film sia quel paio di minuti di nudità celestiali. Under the Skin, tratto dall’omonimo romanzo di Michel Faber, è un lavoro per palati finissimi, un “character study” che ha pochi eguali negli ultimi anni e, soprattutto, un film che svela nuovi dettagli a ogni visione. Sono le immagini ad accompagnare lo spettatore nella storia di questa misteriosa creatura che, dopo aver spogliato un corpo di donna in un ambiente bianco e totalmente asettico, ne assume i panni e comincia a girare per la Scozia a bordo di un furgoncino dal quale ferma i passanti che poi seduce con il suo incredibile fascino. L’incontro con un giovane dall’aspetto mostruoso a causa di una grave malattia, la porteranno a riflettere su sé stessa e sulla sua condizione.

Il regista britannico sforna un film davvero unico, a metà tra la fantascienza e l’opera d’arte minimalista. Pochissimi dialoghi, ma immagini forti e ricche di significato, in un’ambientazione che riesce a intensificare il senso di solitudine provato dalla protagonista. Non sono chiare le motivazioni per cui seduca tutti questi uomini e nemmeno perché sia seguita da un uomo in motocicletta (l’ex-pilota di 500 e MotoGP Jeremy McWilliams), sempre col casco addosso. Le scene di seduzione sono davvero ipnotiche, grazie al fascino di Scarlett e all’inquietante colonna sonora di Mica Levi, che sembra provenire direttamente dagli anni ’50. La Johansson è l’unico volto noto presente nel film, che regge completamente sulle sue spalle: è una creatura che sembra sicura di sé, ma che rivela man mano le sue fragilità, per chiudere con un finale allo stesso tempo disperato e risolutivo. Come avrete capito, i due minuti in cui Scarlett Johansson si mostra come mamma l’ha fatta (tanti complimenti) sono solo la punta dell’iceberg di un film che ha tantissimo da offrire, ma che sicuramente è molto difficile e, va ribadito, non è per tutti. Se amate il buon cinema, Under the Skin non può mancare alla lista delle vostre visioni.

M-Review: Captain America: The Winter Soldier

CaptainAmerica

L’Universo Cinematografico Marvel procede a vele spiegate e Captain America: The Winter Soldier è il terzo passo di avvicinamento, dopo Iron Man 3 e Thor: The Dark World all’attesissimo The Avengers 2: Age of Ultron, che uscirà fra poco più di 12 mesi (e di cui, per la cronaca, stanno girando diverse scene in Val d’Aosta). Certo, c’è anche Guardians of the Galaxy, ma dubito impatterà così tanto sulla continuity come i film sopracitati. Questa volta, l’eroe americano per eccellenza si trova a dover affrontare una minaccia che conosce bene, proveniente dal suo passato, giunta all’interno dello stesso S.H.I.E.L.D.. E’ uno Steve Rogers combattuto, che si sta adattando sempre di più alla modernità, ma che non riesce ancora ad amare e non si rassegna alla perdita del suo antico amore, inevitabilmente invecchiato a differenza sua. Ed è rimasto uno dei pochi ad avere ancora dei valori, in una Washington contemporanea e decisamente realistica. The Winter Soldier è probabilmente il meno “supereroistico” dei film di casa Marvel e questo è sicuramente un bene. Se il primo mediocre episodio aveva molti punti in comune con le avventure in stile Indiana Jones e La Mummia, qui l’ispirazione sono i film di spionaggio americani degli anni ’70. E la presenza di Robert Redford, nei panni di Alexander Pearce, capo dello S.H.I.E.L.D (e non solo) è tutt’altro che una casualità.

Chris Evans è sempre più convincente nei panni del Capitano e l’accoppiata con Scarlett Johansson in versione Vedova Nera, complice il fatto che i due siano al quarto film insieme, è molto azzeccata. La recitazione è generalmente buona, come è ormai la norma in casa Marvel. Il fatto che ci siano tanti personaggi in scena, nonostante la durata monstre di 136 minuti, porta a non approfondirne qualcuno: un’altra brutta tradizione Marvel è quella di rendere i villain didascalici e di non andare a fondo con loro, cosa che capita anche con il Soldato d’Inverno, la cui backstory viene affrontata in maniera abbastanza blanda. Si vede pochissimo anche quella che sarà la futura compagna del nostro eroe, quella Sharon Carter (nipote di Peggy), interpretata da Emily Van Camp (tanti cuoricioni), il cui nome però non viene mai menzionato. La sceneggiatura è discreta, ma le sorprese sono abbastanza telefonate, soprattutto se avete seguito la lavorazione del film in questi mesi. I fratelli Russo si dimostrano davvero abili con le sequenze action, nonostante un passato fatto solo di serie TV e commedie, tanto che Marvel ha deciso di riconfermarli per il terzo episodio, per cui dovremo aspettare soltanto due anni. Inutile dirvelo, ma restate durante i titoli di coda, sia per vedere tre nuovi personaggi che avranno un ruolo molto importante in The Avengers 2, sia per capire dove probabilmente Captain America 3 andrà a parare. Captain America: The Winter Soldier, pur con qualche difetto abbastanza marchiano, è uno dei migliori prodotti dell’Universo Cinematografico Marvel, quindi non fatevi grossi problemi ad andare a vederlo al cinema.

M-Review: 300: L’Alba di un Impero

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L’esperienza insegna che quando passa troppo tempo tra l’uscita di un film e quella del suo sequel, solitamente non è buon segno. Se poi a questo si aggiunge un’uscita annunciata per l’estate 2013, successivamente rimandata fino al marzo 2014, allora diventa naturale insospettirsi. Stavolta, però, Warner Bros. ha giocato bene le sue carte e questo 300: L’Alba di un Impero è un film che, pur nelle mani di un nuovo regista (l’israeliano Noam Munro, un quasi cinquantenne veterano del mondo pubblicitario), rispetta lo stile stabilto da Frank Miller con la sua graphic novel e da Zack Snyder col suo adattamento cinematografico, riuscendo però a metterci comunque in mezzo qualche trovata che non fa assolutamente rimpiangere l’originale. Ispirato da un’altra graphic novel di Miller, intitolata Xerxes, che dovrebbe finalmente uscire quest’anno in libreria, il film non è altro che un’estensione della storia raccontata qualche anno fa, siccome le vicende narrate si svolgono prima, durante e dopo quanto visto nel primo 300. Il focus è tutto sui personaggi di Artemisia, astuta e fortissima guerriera di origini greche ma a capo della flotta persiana e Temistocle, valoroso combattente ateniese il cui carisma, purtroppo, è pari a quello di una sogliola.

Ed è proprio Sullivan Stapleton (Strike Back), che lo interpreta, il punto debole del film, soprattutto se paragonato a una Eva Green in stato di grazia: affascinante come sempre, ma con quel pizzico di follia e intelligenza che la rende a dir poco irresistibile. Aggiungiamoci una scena di sesso tra le più “hot” degli ultimi tempi, che pur mostrando nudità solo per qualche istante, riesce a essere incredibilmente erotica ed efficace (tranquilli, in quei pochi secondi in cui la Green mostra le sue grazie conferma ancora una volta di avere un fisico che rasenta la perfezione). Artemisia è uno dei migliori cattivi cinematografici da un po’ di tempo a questa parte, fidatevi. Dal punto di vista della confezione, Munro dimostra di non essere uno sprovveduto: sangue a fiumi (e in 3D rende straordinariamente), sequenze che sembrano prese pari pari da certi videogiochi di ultima generazione (e non è un male, ve lo assicuro) e una slow motion usata con criterio che riesce a non essere per nulla fastidiosa. Il risultato è un film leggermente inferiore all’originale per diversi elementi, ma che intrattiene, si lascia guardare piacevolmente e che, devo essere sincero, è molto meglio di quanto mi aspettassi.

Una visita all’EICMA 2013 #myEICMA

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Mi era già capitato di visitare EICMA nel 2011, per lavoro. Essendomi occupato quasi esclusivamente di giochi motociclistici negli ultimi due anni e mezzo della mia carriera lavorativa, la visita in fiera era praticamente una necessità: lo scopo della giornata, in quel caso, era quello di recuperare alcune reference fotografiche per MUD: FIM Motocross World Championship, titolo uscito nei primi mesi del 2012, di cui ero Assistant Producer. Ovviamente, non mi ero limitato a fare quello, ma avevo accompagnato tutto con un bel giro tra i padiglioni, ricchi di moto, belle ragazze e tanto altro.

Quest’anno ho invece deciso di accettare un bell’invito da parte di Microsoft per passare una giornata in fiera a Rho, con la possibilità di provare un Nokia Lumia 1020, il modello top tra gli smartphone prodotti dall’azienda finlandese, ormai di proprietà del gigante di Redmond.

Le foto che vedete nella gallery qua sopra sono tutte state scattate proprio con il Lumia, dotato di una fotocamera da 41 megapixel, capace di garantire un livello di dettaglio davvero impressionante in qualsiasi frangente. Per alcune delle fotografie è poi stata una delle funzionalità “smart” del software Nokia Camera, che permetteva di ottenere immagini ferme e senza sbavature anche quando il soggetto della foto era in movimento (vedi alla voce “moto che giravano su piedistalli”).

C’è poi stata la possibilità di scambiare due chiacchiere con Nico Cereghini, giornalista di Italia 1 che tutti gli appassionati di due ruote conoscono molto bene, il quale ha illustrato ai blogger presenti tutte le novità mostrate in fiera. Qualcuno del gruppo ha poi anche avuto la possibilità di farsi un giro su una Suzuki 750, ma non il sottoscritto, che è privo di patente e, soprattutto, non sale su due ruote motorizzate da tempo immemore (da quando mi sono fratturato un polso cadendo in scooter nel lontanissimo 1999). Nel complesso, una bella giornata, in cui mi ha fatto piacere soprattutto poter provare per qualche ora il Nokia Lumia, davvero un ottimo dispositivo. Se Microsoft saprà giocare bene le proprie carte, Apple e Google avranno filo da torcere.

M-Review: 20 Anni di Meno

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La capacità del cinema francese di sfornare film perfetti per essere portati sui mercati internazionali è nota ormai da tempo. Personalmente, a differenza di molti, la ritengo davvero un’ottima cosa, anzi, mi piacerebbe che altri paesi europei (soprattutto noi italiani), seguissero l’esempio. 20 Anni di Meno è un film che, in un’eventuale versione americana, sarebbe perfetto per una Katherine Heigl (che forse è ancora troppo giovane) o una Heather Graham (l’età è giusta, il fisico da stragnocca pure). La storia è quella di una redattrice di un settimanale fashion, anal-retentive, divorziata e con una figlia, che continua a vedersi surclassata dalle colleghe. Dopo aver incontrato per caso, sull’aereo di ritorno da un viaggio di lavoro, un giovane universitario che le sbava dietro, decide di fingere di essere interessata a lui, per apparire più interessante agli occhi del suo capo e far rifiorire la propria carriera. Non vi sto a dire come va avanti perché lo capite pure voi (non è di certo la trama il punto di forza del film, è abbastanza chiaro).

Diretto dallo specialista in film horror David Moreau, regista del remake americano di The Eye e dell’ottimo Them, il film è una commedia modernissima, ricca di situazioni divertenti e riferimenti all’attualità, che riesce a gestire la situazione MILF-ragazzo in maniera tutt’altro che volgare e senza mai scadere nel banale. Come detto prima, a far da contraltare a una trama abbastanza prevedibile sono una sceneggiatura ricca di battute frizzanti, una regia funzionale allo scopo e le due ottime interpretazioni dei protagonisti: l’attrice belga Virgine Efira (che di anni ne ha 36 ed è davvero una gnocca stratosferica), bellissima e bravissima, e il giovane Pierre Niney, attore brillante e con una probabile fulgida carriera davanti a sé. In soldoni, il film mi ha divertito molto e averlo recuperato nella settimana della Festa del Cinema, a soli 3 Euro, è stato davvero un affare, anche se è giusto dire che non mi sarebbe dispiaciuto nemmeno pagando a prezzo pieno. Promosso, senza dubbio.

M-Review: Spring Breakers #figaamazzi

Spring Breaker HeaderLa coppia Larry Clark/Harmony Korine ha saputo descrivere, più di chiunque altro, la gioventù americana degli ultimi 20 anni. Sin dai tempi di Kids, di cui il primo era regista, mentre il secondo sceneggiatore, i due hanno illustrato con notevole realismo quella facciata dei giovani che tutti, a volte, fingiamo di non conoscere. Spring Breakers procede su questa linea e, nonostante la trama all’apparenza banale, ha al suo arco una serie di frecce di un certo peso. La storia è quella di un gruppetto di giovani e disinibite (oltre che stragnocche) studentesse universitarie che decidono di rapinare un fast food per potersi permettere di partecipare allo Spring Break, la settimana di puro divertimento e perdita di controllo, vero e proprio rito di passaggio all’età adulta per gli adolescenti americani. Il colpo di genio del regista sta nell’aver chiamato a interpretare le protagoniste tre starlette di casa Disney, che siamo solitamente abituati a vedere in tutt’altre vesti.

Se Vanessa Hudgens e la mia cotta personale Ashley Benson sono un po’ più smaliziate (ovviamente non vi linkerò gli autoscatti nudi della Hudgens, siete abbastanza grandi per trovarveli da soli), Selena Gomez invece dà vita a un personaggio molto più fragile ed è quella che ne esce meglio a livello di recitazione. C’è poi anche la giovane moglie del regista, Rachel Korine, che è alla fine l’unica delle quattro a mostrarsi come mamma l’ha fatta. James Franco dà vita a un’interpretazione quasi perfetta, con un personaggio che funge da catalizzatore della storia, oltre a essere protagonista della sequenza più bella del film, una cover al pianoforte di Everytime di Britney Spears, con una rapina sullo sfondo, a metà tra surreale e completa pazzia. Echi di Drive nello stile registico e un montaggio non cronologico sono gli elementi che risaltano di questo film, il cui maggiore problema è quello di suscitare nello spettatore, alla fine, un semplice “E quindi?“. Non si capisce dove voglia parlare il regista, non c’è una morale chiara. Per carità, Spring Breakers non è assolutamente un brutto film, solo che non si capisce dove vuole andare a parare e, purtroppo, questo è il suo limite maggiore. Da vedere, ma non aspettatevi nulla di straordinario.

M-Review: Die Hard: Un Buon Giorno per Morire

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Ci sono personaggi entrati nella storia del cinema che, a un certo punto, dovrebbero essere lasciati stare e non più tirati in ballo in nessun modo. E’ giusto gli appassionati se ne ricordino nel modo migliore possibile. Quando Bruce Willis è tornato a interpretare il personaggio di John McClane, nel 2007, in Die Hard: Vivere o Morire, non potevo far altro che storcere il naso. Per carità, per quanto oltre il limite del ridicolo, il film era sicuramente piacevole da guardare, ma resta il fatto che scongelare questa icona degli action movie 12 anni dopo la sua ultima e memorabile apparizione cinematografica (il divertentissimo Die Hard: Duri a Morire), sia alquanto discutibile. Lo stesso vale per questo quinto episodio della serie, che marcava malissimo sin da quando è stato annunciato. La trama può essere riassunta in modo molto semplice: il buon John decide di recarsi a Mosca alla ricerca del figlio scomparso, per scoprire che il ragazzo ha deciso di seguire le orme del padre ed è un agente della CIA che sta seguendo una banda di criminali che vogliono portarsi a casa armi nucleari.

Diretto da quell’incapace di John Moore, regista che sembra la ruota di scorta che la 20th Century Fox usa quando non sa a chi far dirigere un film, Die Hard: Un Buon Giorno per Morire è un colpo al cuore per i fan del poliziotto interpretato da Bruce Willis. Botti concentrati all’inizio e alla fine, con tanta noia nel mezzo e la sensazione che qualche dirigente della major abbia fatto un po’ di spending review quando si trattava di mettere in piedi il film, cominciando dal cast. A parte Willis, il quasi debuttante Jai Courtney (che comunque un paio di cose grosse le ha fatte) e un paio di brevissime apparizioni di facce note, il resto è composto da misconosciuti volti provenienti dall’est europeo (anche il fattore gnocca è coperto, grazie alla bellissima Yuliya Snigir, peccato che a parte la scena vista nel trailer, successivamente sia sempre coperta dalla testa ai piedi). Poche ambientazioni, ritmo completamente traballante, regia poco ispirata, interpretazioni annoiate e all’insegna del “quando finiamo di girare?“. Questo ultimo Die Hard è un vero disastro, un film in cui i 92 milioni di $ spesi per mettere in scena il tutto non si vedono per niente in scena e una delusione per tutti quelli che ogni tanto mettono su il DVD di Trappola di Cristallo per vedersi gli action belli di una volta. John Moore e Skip Woods, andate a zappare i campi.

M-Review: I 2 Soliti Idioti

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Poco più di un anno fa mi ero espresso favorevolmente su I Soliti Idioti. Vuoi per l’effetto novità al cinema, vuoi perché gli episodi televisivi non mi avevano mai suscitato molto interesse, ma mi ero divertito un sacco. Inutile dire che, complici gli ottimi incassi, il produttore Pietro Valsecchi, lo stesso dei vari Distretto di Polizia, R.I.S. e dei film di Checco Zalone, ha deciso di battere il ferro finché è caldo e di dare il via alla produzione di un sequel, collocandone l’uscita a Natale, per approfittare dell’assenza del classico cinepanettone. Il problema è che, però, I 2 Soliti Idioti sembra aver assorbito tutta la volgarità dei film con De Sica e compagnia bella, oltre ad aver perso quasi completamente la freschezza che caratterizzava l’originale. Ma c’era da aspettarselo, perché imbastire un nuovo film in così poco tempo è cosa alquanto difficile. L’utilizzo di una vera e propria storia principale poteva essere il perfetto antidoto alle battute poco ispirate, quasi sempre ripetizioni dei celebri tormentoni (con aggiunta di ulteriori volgarità), ma la messa in scena risulta davvero disastrosa.

Sono piacevoli i sottotesti riferiti all’attualità, con la contrapposizione tra un Ruggero De Ceglie figlio del berlusconismo e il professore interpretato da un Teo Teocoli più sottotono che mai (colpa della sceneggiatura), sosia quasi speculare di Mario Monti. Funzionano le parti metafilmiche (girate all’UCI Cinemas di Assago, che frequento spesso durante l’anno) con Patrick, Alexio e i loro “Minchia boh“, “Figa oh“, “Ammazzati” e via dicendo, come va lodata la totale mancanza di buonismo e di conciliazione in qualsiasi momento (esistono pochi personaggi cattivi, amorali e bastardi quanto Ruggero De Ceglie, ricordatelo). Il problema è che non funziona tutto il resto, nemmeno le forti strizzate d’occhio a Karate Kid e Lost, citazioni che si perdono nel marasma generale. Mandelli e Biggio danno come sempre il loro meglio, ma il materiale che devono recitare (scritto da loro, tra l’altro) non li aiuta. Quella che ne esce meglio, per simpatia e per la bellezza da ragazza della porta accanto, unita a un fisico burroso ed esplosivo, è la solita Miriam Giovanelli. Mi ero già sperticato in lodi sulle qualità fisiche della ragazza parlando di quella schifezza di Dracula 3D e qui mi ripeto. Tra l’altro, siccome ho l’occhio lungo, io l’avevo notata anni fa in una commedia spagnola intitolata Mentiras y Gordas (gli ultimi tre link sono NSFW, attenti) e le avevo previsto un futuro roseo. Mi fa piacere che l’abbiano capito anche da queste parti. Che dire quindi? I 2 Soliti Idioti rappresenta una grossa occasione mancata, anche perché dubito che la coppia di ex-VJ di MTV abbia la possibilità di redimersi sul grande schermo con un terzo episodio a livello del primo. Delusione fortissima.

P.S.: Dovete sapere che la scena che si vede durante i titoli di coda è stata girata la scorsa estate nel parcheggio che c’è sotto il mio ufficio. Qui e qui trovate un paio di foto scattate in quell’occasione.