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M-Review: Terminator Genisys

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Terminator è una di quelle proprietà intellettuali che, nonostante abbia ormai tre decenni sul groppone, ha ancora molto da dire. Certo, due film come quelli di James Cameron, con un sequel migliore del primo episodio, secondo i puristi non avrebbero dovuto avere alcuna continuazione, ma ci sono così tante storie da raccontare che a Hollywood ogni tanto resuscitano quei personaggi nella speranza di dare il via a una nuova saga. Terminator Genisys è senza dubbio il miglior Terminator cinematografico dal 1992 a oggi (The Sarah Connor Chronicles, la serie TV, era un prodotto davvero pregevole, ma è uscita in un momento sfavorevole per quel tipo di serialità), purtroppo non per meriti propri, ma per demeriti altrui. La trama, che grazie ai trailer dovreste conoscere già tutti, riprende quella del primo Terminator, con Kyle Reese inviato dal futuro nel 1984 per salvare Sarah Connor, solo che questa volta ci sono già un T-800 (che ha protetto la donna dagli anni ’70 in poi) e un T-1000 ancora più spietato di quello che conosciamo e molto altro ancora. La timeline è cambiata, Sarah non è più la donna impaurita che avevamo conosciuto nell’originale, ma un personaggio forte, a cui hanno ucciso i genitori da piccola, che vuole ribellarsi al futuro che sembra essere costretta ad avere.

Emilia

Le idee non mancano e alcune sono anche interessanti, ma è il modo in cui sono messe insieme a essere completamente sbagliato. Perché per un T-800 buono che può invecchiare, cosa che fornisce a Schwarzy la possibilità di dare vita alla sua miglior performance recitativa da quando è tornato a fare l’attore, ci sono altre cose, che non dettaglierò per evitare spoiler, da mani nei capelli. Al suo secondo film ad altissimo budget dopo Thor: The Dark World (e qualche episodio di Game of Thrones), Alan Taylor continua a dimostrare di essere solo un valido mestierante, ma di non avere nulla di distintivo nel suo stile in grado di differenziarlo da tanti dei registi di grido a Hollywood in questo periodo. Il vero errore di questo film è il cast: a parte Schwarzy, gli altri tre protagonisti sono fuori parte, dal primo all’ultimo. Emilia Clarke non c’entra proprio nulla con Sarah Connor (resta sempre bella puccettosa come sei, avrai sempre il mio amore), Jai Courtney tenta di imitare, anche a livello vocale, Michael Biehn ma non ci riesce e Jason Clarke è un villain troppo generico per apparire minaccioso. Ma nonostante questo pot-pourri di cose che non funzionano, Terminator Genisys riesce a essere divertente, a intrattenere dall’inizio alla fine e non avere mai un momento di noia. Come questo sia possibile è un mistero, però così vanno le cose. Il film doveva essere il primo di una trilogia, ma visti gli incassi decisamente sotto le aspettative, rischia di non avere futuro. E’ un peccato, perché personalmente sarei proprio curioso di vedere cosa avevano in mente gli sceneggiatori.

M-Review: Jurassic World

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Prima di parlare di Jurassic World, c’è una cosa che non mi è mai stata chiara. Ma cosa vi ha fatto di male The Lost World? Ok, magari non avrà avuto l’effetto WOW! del Jurassic Park originale, ma io l’ho sempre trovato molto più ricco ed efficace del primo film, che io tendo a ricordare soltanto per i 9 minuti in cui compaiono i dinosauri, mentre per il resto mi è sempre parso relativamente dimenticabile. Detto questo, l’attesa da parte del pubblico per Jurassic World era quasi alla pari con quella per il nuovo Star Wars. In sviluppo da più di 10 anni, da subito dopo l’uscita del terribile Jurassic Park III (che però incassò a sufficienza da far partire subito i lavori per un quarto episodio), il film è stato un vero parto produttivo, con svariate sceneggiature scartate e un bel numero di registi che hanno provato a più riprese a farlo diventare realtà. Ci è riuscito Colin Trevorrow, regista con all’attivo un solo piccolo film indipendente, il delizioso Safety Not Guaranteed, scelto personalmente da Steven Spielberg per questa difficilissima impresa.

La chiave metacinematografica (non spoilero, scopritelo da voi) è forse la cosa che funziona di più di questo Jurassic World, tra dinosauri dalla CG troppo evidente e personaggi che più bidimensionali non si può. E si scopre che non è Chris Pratt, che ormai recita con il pilota automatico, il vero protagonista, ma la brava e bella Bryce Dallas Howard, il cui personaggio è l’unico ad avere un minimo di evoluzione. Trevorrow cita a manetta Spielberg e non solo (una delle sequenze più riuscite ricorda tantissimo Aliens), ma non dimostra una grande identità dal punto di vista registico. Nonostante questo, riesce a tenere tutto sotto controllo, riuscendo a non sbracare dove sarebbe stato facilissimo farlo. L’idea dei raptor addomesticati (e delle loro conseguenze) è una variazione di quella degli ibridi umano-dinosauro del vecchio script di John Sayles, ma ha un arco talmente prevedibile che l’unico colpo di scena che potrebbe esserci risulta telefonatissimo. Alla fine della fiera, Jurassic World è un giocattolone senza infamia e senza lode, che ha comunque il merito di aver riportato i dinosauri sul grande schermo e che riesce a intrattenere senza grossi problemi per tutte le due ore di durata. E fidatevi, di questi tempi vuol dire tantissimo.

M-Review: Jupiter Ascending

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Io non riesco a voler male ai Wachowski. A parte i due sequel di Matrix, che trovo imbarazzanti se paragonati al primo episodio, trovo che i due registi americani abbiano sempre realizzato film buoni o molto buoni, che però non hanno mai ottenuto al botteghino i risultati che avrebbero meritato. Penso a Speed Racer, divertente e spensierato (oltre che tecnicamente fighissimo), ma anche a Cloud Atlas, il cui unico difetto era quello di essere troppo complesso per il pubblico medio. Se proprio si deve trovare una colpa da imputare a questi due ex-sceneggiatori di fumetti, è quella di scrivere storie molto ricche, forse troppo per i gusti degli spettatori, che preferiscono cose decisamente più light (se Transformers 4 passa il miliardo di dollari di incassi worldwide, un motivo c’è). Jupiter Ascending è il loro tentativo di avvicinarsi a un genere molto gradito dal pubblico, quello della fantascienza “young adult”, a quale appartengono prodotti come i vari Hunger Games, The Maze Runner e via dicendo. Una sceneggiatura completamente originale, che in questi tempi di sequel e adattamenti è come un miraggio nel deserto, ma che purtroppo presenta i classici problemi di tutti i loro lavori: è troppo complicata, ci sono troppi personaggi, accadono troppe cose. E questo al pubblico, l’abbiamo capito, non va assolutamente a genio.

In soldoni, la storia è quella di Jupiter Jones (Mila Kunis), bella e giovane terrestre che lavora come donna delle pulizie e che scopre, dopo l’arrivo dallo spazio di Caine (Channing Tatum), guerriero intergalattico geneticamente modificato e incrociato con geni canini, di essere l’erede della Terra. Una situazione che la porterà a essere inseguita da cacciatori di taglie provenienti da un altro pianeta, mutaforma dall’aspetto mostruoso e chi più ne ha più ne metta. Il primo aggettivo con cui mi viene da giudicare Jupiter Ascending è “squinternato“: succede tutto e il contrario di tutto, il ritmo è incredibilmente frenetico perché in due ore capita davvero l’impossibile, si passa da un pianeta e da un’astronave all’altra con una velocità che manco nel miglior Star Trek. Poi, certo, va anche detto che la sceneggiatura è un susseguirsi di cliché, ma questo elemento di familiarità rende meno faticoso seguire la trama. Parrebbe un disastro, invece l’ho trovato molto divertente. Merito della mano salda con cui i Wachowski dirigono, di un cast che se la cava discretamente (l’unico fuori parte è un Eddie Redmayne che gigioneggia un po’ troppo) e di una realizzazione tecnica di altissimo livello (e ci credo, con 175 milioni di budget). Non è il film che vi cambierà la vita, ma se vi piace la fantascienza passerete due ore con l’acceleratore a tavoletta, senza annoiarvi mai e forse restandone anche piacevolmente sorpresi.

M-Review: Interstellar

Interstellar

Se c’è una cosa di cui bisogna dare atto a Christopher Nolan è che, nonostante sia ormai completamente invischiato nei meccanismi hollywoodiani (lapalissiano, con i budget che maneggia), il suo cinema resta una spanna sopra quel che la mecca del cinema produce abitualmente. Interstellar è un film molto più ambizioso di quello che era stato Inception, in grado di far digerire a un pubblico che generalmente si ciba di blockbuster ad alto contenuto di testosterone e poco di materia grigia un meccanismo a incastri tutt’altro che banale. Qui ci sono vera fantascienza, un presente/futuro alternativo in cui la terra è sull’orlo del collasso, missioni spaziali dall’esito tutt’altro che scontato, ma soprattutto il rapporto tra un padre e una figlia che trascende i confini dello spazio e del tempo.

Nolan è rimasto uno dei pochi a fare cinema come una volta, in pellicola, cercando di realizzare gli effetti speciali direttamente in camera (ove possibile) e non soltanto al computer. Sono tutte cose che in Interstellar si vedono eccome ed evidenziano l’ambizione da parte del regista britannico di realizzare un film che unisca autorialità e spettacolarità. Il cast è un ensemble di nomi di un certo spessore, ma tutto si regge sulle spalle di quel Matthew McConaughey che ha scoperto solo da pochi anni di essere un vero attore. Non siamo ai livelli raggiunti con Dallas Buyers Club, ma si prova empatia per quanto sta accadendo grazie alla sua performance. Bravissime anche la piccola Mackenzie Foy (la Renesmee di Twilight) e la splendida Jessica Chastain, due età diverse dello stesso personaggio. Gli altri, invece, da Michael Caine ad Anne Hathaway, da John Lithgow a Matt Damon (ah sì, c’è pure lui), se la cavano bene, ma non in modo da finire negli annali. I due talloni d’Achille sono i dialoghi, spesso un po’ troppo ovvi e forzati e il terzo atto, in cui il film tende a incartarsi su sé stesso, con una conclusione non proprio soddisfacente. Con questo non si vuole dire che Interstellar sia un brutto film (ce ne fossero così), ma che questa volta Nolan è volato troppo in alto ed è lui stesso finito nel wormhole in cui i suoi personaggi si imbattono nel corso della storia. La messa in scena è sontuosa, la regia è eccellente come il cast, ma la sceneggiatura non proprio esaltante lo rende soltanto un buon film e non un capolavoro. Se vi definite appassionati di cinema, non perdete tempo e andate a vederlo.

M-Review: Into the Storm

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Sentivo proprio il bisogno di un bel film catastrofico. Ma non di quelli della Asylum, perché in questi casi anche l’occhio vuole la sua parte. Il maggior difetto di Into the Storm è che, se non fosse per le decine di milioni di dollari spese (il budget è di circa 50 milioni di dollari), lo spessore della trama e dei personaggi sarebbe tranquillamente paragonabile a quello di una media produzione Asylum. Ma non è questo che ci interessa in un film del genere, giusto? Ci interessa vedere disastri quanto più possibile realistici, con effetti speciali di un certo livello e che ci facciano proprio sentire dentro all’apocalisse che si sta scatenando sullo schermo. Quel poco di trama che c’è è soltanto di servizio agli effetti visivi usati per creare la serie di tornado più grande, violenta e devastante della storia, che si scatena sulla piccola cittadina di Silverton, nel Michigan. Da una parte ci sono le beghe di una famiglia, con padre vedovo e vicepreside del locale liceo e i due figli adolescenti, uno dei quali si metterà nei guai per stare vicino alla ragazza di cui è segretamente innamorato (e aggiungo, ha ottimi gusti), dall’altra le avventure di un gruppo di cacciatori di tornado, ma di quelli che girano documentari per Discovery et similia, con mezzi corazzati, tecnologie avanzatissime e videocamere in ogni dove.

Steven Quale, una vita passata a fianco di James Cameron, è al suo secondo vero film dopo il dimenticabile Final Destination 5. Aver aiutato il regista di Avatar e Titanic nella regia del suo Ghosts of the Abyss, documentario che ha ormai una decina d’anni sul groppone, gli è probabilmente servito a molto, visto che è l’approccio simil-documentaristico, assieme agli effetti speciali, a salvare Into the Storm trasformandolo in qualcosa di più che uno squallido B-movie destinato ad affollare i cestoni dei BluRay delle catene di elettronica. L’alternanza tra found footage e riprese esterne garantisce allo stesso tempo coinvolgimento e la possibilità di capire cosa accade al di fuori di quel che stanno vedendo i protagonisti. Inutile dire che le scene più efficaci, come Cloverfield insegna, sono quelle riprese da una “finta” videocamera digitale o da uno smartphone, mentre le altre non sono altro che uno showcase per gli effetti speciali che mostrano la distruttiva forza del tornado (vedi la sequenza dell’aeroporto presente anche nel trailer). Anche il cast finisce per passare in secondo piano rispetto alla calamità naturale senza nome, con volti noti soprattutto al pubblico televisivo, come Sarah Wayne Callies (Prison Break, The Walking Dead), Matt Walsh (Veep) e Richard Armitage (Strike Back, ma anche Thorin della trilogia dello Hobbit) e una pletora di sconosciuti. Non avrei scommesso molto su Into the Storm, ma nei suoi 80 minuti effettivi mi ha tenuto incollato alla poltrona e mi ha fatto uscire dal cinema tutto sommato soddisfatto. E di questi tempi, credetemi, è una cosa davvero difficile.

M-Review: Dawn of the Planet of the Apes (Apes Revolution: Il Pianeta delle Scimmie)

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Rise of the Planet of the Apes è stato la sorpresa cinematografica dell’estate 2011. Nessuno avrebbe scommesso mezzo cent su questo reboot, soprattutto dopo il disastroso remake targato Tim Burton, ma la trasformazione del tutto in una origin story e lo spostamento del focus dagli umani alle scimmie hanno reso il film un ottimo nuovo inizio per questa saga. Dawn of the Planet of the Apes si svolge dieci anni dopo le vicende narrate nel primo episodio: il virus che ha reso intelligenti i primati ha decimato la razza umana e i pochi sopravvissuti di San Francisco decidono di provare a trattare con Caesar e il resto delle scimmie, che vivono in pace e tranquillità all’interno della foresta, per accedere a una diga che potrebbe fornire loro nuovamente energia. Non sto a dirvi come procedono le cose perché ci arrivate benissimo da soli (nel caso non troviate la soluzione, magari guardate pure il trailer qua sotto).

Dawn of the Planet of the Apes (mi rifiuto di usare il titolo italiano) ci dimostra che le tecnologie di performance capture sono giunte a livelli impensabili solo 3 anni fa e che le scimmie sono molto più realistiche di qualsiasi attore truccato o animatronico. Il lavoro di Andy Serkis, Toby Kebbell (futuro Doctor Doom dei nuovi Fantastici 4 e qui nei panni del vero villain, il cattivissimo Koba) e degli altri performer è davvero eccellente e continuo a chiedermi perché non si voglia finalmente candidarli a qualche premio importante. Il film scorre via che è un piacere, è ben recitato e, come già detto, eccelle soprattutto dal punto di vista tecnico. Si potrebbe dire che l’unico suo problema è proprio la presenza degli umani: in questo caso sono personaggi davvero inutili, che si comportano quasi sempre in modo stupido e non fanno praticamente nulla per opporsi alle scimmie, se non cose ancora più stupide. Il finale è praticamente un’introduzione a quello che vedremo nell’ovvio terzo episodio (confermato dal gran successo ai botteghini di tutto il mondo) e la speranza è che si arrivi presto a un film in cui non compaia nessun umano. Si potrebbe essere d’accordo con Koba, qui sono gli umani i veri nemici.

TV-Review: Constantine (Pilot)

Constantine

Nessun leak è casuale. Il fatto che il pilot di Constantine, nuova serie che la NBC manderà in onda a partire da ottobre, tratta da un fumetto di casa DC Comics, sia leakato esattamente una settimana dopo quello di The Flash, a me pare tutto tranne che un caso. Una scelta un po’ insolita per il network del pavone, al quale mancava una serie “di genere” da affiancare a Grimm (che personalmente ho sempre detestato) il venerdì sera nella prima parte di stagione, dopo la cancellazione del terribile Dracula, visto che la mid-season appartiene a quel capolavoro assoluto di Hannibal. Tutto comincia nella piovosa Inghilterra, paese di cui il buon John Constantine è originario: il mago si è fatto internare in manicomio per poter seguire il caso di Astra Logue, donna vittima di un esorcismo finito male che l’ha portata direttamente all’inferno. Gli eventi successivi lo porteranno al di là dell’oceano, dove avranno il via le sue avventure, tra angeli guardiani, assistenti che possono vedere i fantasmi e demoni sempre più insistenti.

Non ho mai letto il fumetto, ma ho apprezzato il film con Keanu Reeves del 2005, nonostante secondo i puristi si discostasse molto dalle caratteristiche originali dei personaggi (il fatto che Constantine fosse principalmente un mago e non un detective mi era sempre sfuggito). Uno dei punti di forza della serie, secondo i creatori, dovrebbe essere la fedeltà al fumetto, ma personalmente non lo ritengo né un plus né un punto debole, a me basta che tutto funzioni a dovere. Il problema è che in questo pilot di cose che funzionano ce ne sono proprio pochine: il gallese Matt Ryan, l’attore che interpreta il protagonista, è tutt’altro che carismatico, vuoi per limiti propri, vuoi per una sceneggiatura che non lo aiuta (e no, a me del fatto che Constantine fumi o non fumi interessa proprio poco, non è quello il problema). Neil Marshall, che per quanto riguarda la sua carriera televisiva ha probabilmente diretto i più spettacolari episodi di Game of Thrones, qui dà l’impressione di lavorare col freno a mano tirato. Certo, nonostante sia un pilot, il budget pare inferiore a quello di un normale episodio di GoT, cosa che si nota anche da effetti speciali non proprio esaltanti. Non ci sono guizzi, non ci sono momenti o scene che si ricordano, tutto veleggia nella mediocrità generale. Credo (e spero) che Constantine avrà vita breve, complice la collocazione nello slot della morte, quello del venerdì a tarda sera, che ha ucciso fior fior di serie TV in passato. Il creatore Daniel Cerrone e David S. Goyer (sì, proprio lui) hanno sbagliato tutto quel che si poteva sbagliare.

M-Review: Maleficent

Maleficent

Per la Disney, quello delle favole live-action è l’ennesimo filone d’oro. L’immeritato successo planetario di Alice, diretto da un irriconoscibile Tim Burton e i buoni risultati del Grande e Potente Oz targato Raimi, hanno convinto la House of Mouse a rivisitare La Bella Addormentata nel Bosco, raccontando la popolare favola dagli occhi del suo villain. Scopriamo così che è stato un amore finito male, quello per il Re Stefano, a trasformare Malefica, la fata più potente della brughiera nella cattiva che tutti conosciamo, la responsabile dell’incantesimo che farà cadere la giovane principessa Aurora, al compimento del 16° anno di età, in un sonno simile alla morte. Senza svelare troppi dettagli, è questo l’antefatto alla base dei 100 minuti di Maleficent, che mantiene alcuni degli elementi più noti della fiaba, ma ne modifica altri, spesso piuttosto significativi. Una Angelina Jolie magnetica come in poche altre occasioni, sembra davvero nata per interpretare questo ruolo ed è forse una delle poche attrici a essere in grado di gestire il modo in cui il personaggio evolve nella storia.

La Jolie è, però, anche una delle poche cose positive del film, ancora più disastroso, se vogliamo dirla tutta, rispetto alle precedenti esperienze favolistiche di casa Disney. La scelta di affidare la regia al debuttante Robert Stromberg, esperto scenografo, ha pagato molto dal punto di vista delle ambientazioni e della direzione artistica, ma per il resto non convince molto. Anche la sceneggiatura, decisamente didascalica e piuttosto discutibile in alcuni passaggi, non gli dà una grossa mano. Il problema maggiore è che quelli che dovrebbero essere momenti di pathos, quelli più significativi della trama, vengono trattati con freddezza, mentre i colpi di scena sono telefonatissimi. Magari le intenzioni erano buone, ma questo non traspare affatto dalla messa in scena. Anche il cast, a parte la Jolie e Sam Riley, corvo trasformato in uomo e schiavo di Malefica, a cui però non viene dato molto spazio, non è proprio al meglio. Elle Fanning sembra perennemente fatta, Sharlto Copley è in modalità standard “cattivo” sin dal primo istante e le tre fatine (tra cui la mia amata Juno Temple), sia quando sono CG che live action sono a dir poco insopportabili. A quanto pare, però, il pubblico sta apprezzando molto Maleficent, che si preannuncia come uno dei maggiori successi dell’estate e come il miglior incasso di sempre per la Jolie. Come avrete capito, non ho assolutamente apprezzato il film: l’idea di base era buona, la tecnica è ovviamente sopraffina, ma l’esecuzione è davvero mediocre. Per me, è un no.

M-Review: 300: L’Alba di un Impero

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L’esperienza insegna che quando passa troppo tempo tra l’uscita di un film e quella del suo sequel, solitamente non è buon segno. Se poi a questo si aggiunge un’uscita annunciata per l’estate 2013, successivamente rimandata fino al marzo 2014, allora diventa naturale insospettirsi. Stavolta, però, Warner Bros. ha giocato bene le sue carte e questo 300: L’Alba di un Impero è un film che, pur nelle mani di un nuovo regista (l’israeliano Noam Munro, un quasi cinquantenne veterano del mondo pubblicitario), rispetta lo stile stabilto da Frank Miller con la sua graphic novel e da Zack Snyder col suo adattamento cinematografico, riuscendo però a metterci comunque in mezzo qualche trovata che non fa assolutamente rimpiangere l’originale. Ispirato da un’altra graphic novel di Miller, intitolata Xerxes, che dovrebbe finalmente uscire quest’anno in libreria, il film non è altro che un’estensione della storia raccontata qualche anno fa, siccome le vicende narrate si svolgono prima, durante e dopo quanto visto nel primo 300. Il focus è tutto sui personaggi di Artemisia, astuta e fortissima guerriera di origini greche ma a capo della flotta persiana e Temistocle, valoroso combattente ateniese il cui carisma, purtroppo, è pari a quello di una sogliola.

Ed è proprio Sullivan Stapleton (Strike Back), che lo interpreta, il punto debole del film, soprattutto se paragonato a una Eva Green in stato di grazia: affascinante come sempre, ma con quel pizzico di follia e intelligenza che la rende a dir poco irresistibile. Aggiungiamoci una scena di sesso tra le più “hot” degli ultimi tempi, che pur mostrando nudità solo per qualche istante, riesce a essere incredibilmente erotica ed efficace (tranquilli, in quei pochi secondi in cui la Green mostra le sue grazie conferma ancora una volta di avere un fisico che rasenta la perfezione). Artemisia è uno dei migliori cattivi cinematografici da un po’ di tempo a questa parte, fidatevi. Dal punto di vista della confezione, Munro dimostra di non essere uno sprovveduto: sangue a fiumi (e in 3D rende straordinariamente), sequenze che sembrano prese pari pari da certi videogiochi di ultima generazione (e non è un male, ve lo assicuro) e una slow motion usata con criterio che riesce a non essere per nulla fastidiosa. Il risultato è un film leggermente inferiore all’originale per diversi elementi, ma che intrattiene, si lascia guardare piacevolmente e che, devo essere sincero, è molto meglio di quanto mi aspettassi.

M-Review: The Zero Theorem #LeVieDelCinema

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Il primo amore non si scorda mai e, per tornare alla regia qualche anno dopo The Imaginarium of Dr. Parnassus, film segnato dalla morte di Heath Ledger, il grande Terry Gilliam si è affidato a uno script “esterno”, in cui non ha sorprendentemente messo le mani (credo sia la prima volta che accade), per girare una storia distopica e che ricorda tantissimo, forse pure troppo, il suo capolavoro, Brazil. Presentato all’ultimo Festival di Venezia, The Zero Theorem è la storia di Qohen Leth, programmatore per una mega-corporazione, che stufo della sua routine quotidiana chiede di essere trasferito a lavorare a casa. Il permesso gli viene accordato, ma in cambio di uno sforzo extra: l’uomo dovrà risolvere il teorema zero, enigma che ha fatto impazzire più di una persona, ma che a quanto pare nasconde i segreti alla base dell’esistenza umana.

Christoph Waltz è come sempre un eccellente protagonista, la cosa migliore di un film che parte molto bene, ma che a un certo punto parte per la tangente e prende una piega abbastanza priva di senso. Gilliam dice che si tratta della pellicola più a basso budget che gli sia capitato di girare e devo dire che, se così fosse, il risultato ottenuto dal punto di vista visivo e tecnico è davvero eccellente, visto che ci sono un sacco di sequenze ricche di effetti speciali, che fanno pensare a budget decisamente superiori. Per quanto riguarda la recitazione, David Thewlis fa quel che può, mentre il cameo di Matt Damon è decisamente surreale. A svettare è comunque la bellissima Melanie Thierry, prostituta dal cuore d’oro che si innamora del protagonista, ma che nell’economia del film, mi tocca dirlo, è forse il personaggio meno sensato. Alla fine della fiera, The Zero Theorem è una grossa occasione mancata: forse Gilliam avrebbe dovuto intervenire di prepotenza sulla sceneggiatura. Peccato.