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M-Review: Lucy

Lucy

A Hollywood vanno pazzi per tutto quello che è high concept, cioè per quanto può essere raccontato con completezza in modo davvero sintetico. Lucy ci è stato venduto dai trailer come la storia di una ragazza che diventa suo malgrado un “mulo” corriere di una potentissima droga, che le finisce inaspettatamente in circolo e la trasforma in una specie di supereroe. E questo è quanto accade nella prima mezz’ora, dal ritmo un po’ altalenante, con parecchi echi dal passato di Luc Besson (Nikita in primis) e tutto sommato divertenti. Poi, però, come la sua protagonista, il film comincia a soffrire del delirio di onnipotenza e deraglia in maniera disastrosa. Se Lucy mantiene una parvenza di guardabilità, il merito è tutto di Scarlett Johansson. Sì, come ben sapete per me lei è la mia donna dei sogni, ma bisogna oggettivamente dire che il film si regge completamente sulle sue spalle e con una protagonista meno carismatica e capace la tentazione di alzarsi dalla propria poltrona e uscire dalla sala sarebbe stata molto forte.

Ciò che funziona è l’evoluzione del personaggio, da ragazza ingenua e caduta in qualcosa di molto più grande di lei a donna sempre più priva di umanità e, di conseguenza, decisa e spietata. Non aspettatevi nemmeno uno sfoggio delle sue abbondanti forme, perché a parte una sequenza da tre secondi in cui si mostra su un letto con addosso un reggiseno nero di pizzo (con conseguenti palpitazioni del sottoscritto), per il resto non c’è altro. Parlo tanto di Scarlett perché, ci tengo a ripeterlo, è l’unica cosa che conferisce un po’ di dignità a questo film. Gli altri momenti migliori sono quelli in cui Besson cita i suoi capolavori, ma forse perché sono le uniche idee decenti dalla mezz’ora in poi. Per il resto, la sceneggiatura sembra scritta aiutandosi con i dadi di D&D, mixando sequenze assurde e buchi giganteschi, fino a un finale talmente ridicolo da risultare involontariamente divertente. Anche Morgan Freeman pare sempre spaesato in questa sarabanda di inutilità. Lucy poteva essere il nuovo Nikita, ma Besson ha scelto di andare a sbattere a tutta velocità contro un muro, a causa di scelte assurde di script e non solo. Un action puro e semplice, senza divagazioni, come nella prima mezz’ora, avrebbe portato a casa il risultato con estrema facilità. Ma nonostante la bruttezza, pare che il film piaccia comunque, visto che i quasi 300 milioni di dollari incassati nel mondo sono il miglior incasso di sempre per il regista francese. E questo è davvero inspiegabile… forse sono davvero tutti fan di Scarlett.

M-Review: Sabotage

Sabotage

Da quando è tornato alla recitazione dopo il suo periodo da Governatore della California, il buon Schwarzy ha inanellato un flop dietro l’altro. Il punto è che questo non è avvenuto con film brutti, ma con degli action degni di tale nome (come The Last Stand o Escape Plan), che gli amanti del genere hanno apprezzato, ma che il grande pubblico ha invece evitato. Sì, a quanto pare il tipo di spettatori che va al cinema di questi tempi è cambiato tantissimo dagli anni ’80 e ’90 e certi action movie duri e puri, con budget moderati, senza troppi effetti speciali, hanno molte più chance di spuntarla sul mercato casalingo. In Sabotage, l’ex-Terminator è a capo di un team della DEA specializzato nella lotta ai trafficanti di droga. Spariscono 10 milioni di dollari, l’intero squadrone viene sospeso per qualche tempo per poi tornare in attività ma a un certo punto, i suoi membri cominciano a morire uno a uno, in modi piuttosto macabri.

Arnold ne è il protagonista indiscusso, affiancato da parecchi volti noti televisivi come Joe Manganiello (True Blood), Josh Holloway (Lost), Mireille Enos (The Killing), Harold Perrineau (Lost) e Max Martini (Revenge), oltre a Terrence Howard (Iron Man), Olivia Williams (Il Sesto Senso) e un irriconoscibile Sam Worthington (Avatar). Il regista David Ayer ha invece tirato fuori alcuni dei polizieschi più interessanti e senza fronzoli degli ultimi anni, come End of Watch e Street Kings. Per sua fortuna, Sabotage prova a essere qualcosa di più di un semplice action movie. Certo, la base è quella, poi ci sono echi di Predator, per quanto il nemico sia qualcosa di concreto e non qualche creatura fantascientifica, mischiati a una struttura alla Dieci Piccoli Indiani. Ma è proprio questa sovrastruttura thriller a causare i maggiori problemi al film: ci sono troppi buchi di sceneggiatura, troppe cose inspiegate, che distolgono l’attenzione da quelli che sono i punti di forza. Il cast è davvero solido e ben affiatato, con interpretazioni molto valide (Worthington ed Enos in particolare), Ayer mostra una mano molto sicura nelle sequenze d’azione, sangue e sbudellamenti non ci vengono risparmiati, ma il WTF vige sovrano appena la trama cerca di mettersi in moto, con un finale che tocca vette di implausibilità piuttosto elevate. Da noi, Sabotage uscirà in home video il 17 settembre, saltando direttamente i cinema, visto il flop detonante scontato al botteghino americano. La visione casalinga ci sta tutta, ma sappiate che si tratta di un film abbastanza mediocre, nel complesso.

M-Review: Prisoners

Prisoners

Premessa: se siete molto appassionati di cinema, probabilmente sono anni che sentite parlare di Prisoners. E’ passato infatti ormai almeno un lustro da quando l’allora debuttante Aaron Guzikowski vendette a Warner Bros. per una cifra molto elevata la sceneggiatura del film, indicata allora come una delle migliori di quel periodo. Come spesso mi capitava allora, mi furono sufficienti un paio di minuti di ricerca approfondita in rete per recuperarla e leggermela. Giudizio? Una noia mortale, tanto da chiedermi se fossi io a non capire nulla o chi l’avesse acquistata (sì, lo so, non sono modesto). Fast forward allo scorso Settembre, in cui leggo recensioni entusiastiche della pellicola, che ha trovato cast e regista dopo anni di peripezie, in seguito alla sua premiere al Festival del Cinema di Toronto. Inutile dire che la curiosità è tantissima, quindi appena possibile, mi fiondo al cinema per vederlo. La storia è molto semplice: le bambine di due coppie di una cittadina della provincia americana vengono misteriosamente rapite durante il Giorno del Ringraziamento. Il padre di una delle due (Hugh Jackman) incolpa la polizia, guidata dal detective Loki (Jake Gyllenhaal) di non fare abbastanza e comincia un personale viaggio all’inferno alla ricerca delle piccole.

La realtà è che lo script di Prisoners era davvero difficile da trasporre, ad altissimo rischio di fallimento, con tutti i suoi silenzitempi dilatati e momenti riflessivi: col regista giusto, il canadese Denis Villeneuve (nominato all’Oscar tre anni fa per il suo Incendies), quel che è venuto fuori è un thriller che tiene incollati alla poltrona e, nonostante le sue due ore e mezza di durata, non provoca mai uno sbadiglio. L’attore australiano tira fuori quella che è probabilmente la sua miglior prova recitativa di sempre, dando vita a un padre che, dal rapimento della figlioletta, procede a tutta velocità su quella linea di confine tra il giusto e lo sbagliato (per evitare spoiler, non posso dire di più). Gyllenhaal sembra invece essere tornato attore dopo una serie di prove molto discutibili. I due sono comunque supportati da un cast di gente bravissima, che comprende Terrence Howard, Viola Davis, Maria Bello e Melissa Leo, oltre a una manciata di giovani molto meno noti. Da segnalare anche l’eccezionale fotografia di Roger Deakins, il preferito dai Coen, che trova il suo apice nelle meravigliose scene notturne. Prisoners è un film asciutto, dalle atmosfere rarefatte e sempre in tensione, dal primo all’ultimo minuto. Per me, assieme a Gravity (sempre di Warner Bros., tra l’altro le due pellicole sono uscite negli USA a una sola settimana di distanza l’una dall’altra), è uno dei migliori film dell’anno. Imperdibile.

M-Review: Come Ti Spaccio la Famiglia

Millers

Nel mare magnum delle commedie che escono ogni anno al cinema, di tanto in tanto esce qualcosa che, per motivazioni varie, si fa notare rispetto al resto. Come Ti Spaccio la Famiglia, discutibile traduzione italiana dell’originale We’re the Millers è senza dubbio la commedia più riuscita di questa estate cinematografica e, mi permetto di dire, anche dell’intero 2013. La storia è quella di un piccolo contrabbandiere che decide di accettare un lavoro che gli viene proposto, quello di varcare il confine col Messico per recuperare un carico di marijuana e riportarlo a casa. L’unico modo per farlo senza destare sospetti, però, è quello di assoldare una spogliarellista, un’adolescente ribelle e il suo imbranatissimo vicino di casa e fingere di essere una famiglia in vacanza, con tutti i problemi del caso.

Diretto da Rawson Marshall Thurber, di cui avevamo già apprezzato il divertente Dodgeball con Ben Stiller e Vince Vaughn, il film mette da parte ogni traccia di politically correct e va dritto al punto, con un umorismo pungente, battute prevalentemente a sfondo sessuale e situazioni esilaranti. Bravi i due protagonisti Jason Sudeikis, ormai legato a doppio filo ai ruoli da adorabile bastardo, e Jennifer Aniston, che dimostra di essere sempre a suo agio in questo genere di film. Abbastanza insipida Emma Roberts, mentre è una rivelazione il britannico Will Poulter (visto nel cult Son of Rambow, ma noto soprattutto per uno dei Narnia), protagonista di molti dei momenti più divertenti e meglio scritti della pellicola. Lo script regge fino a 10 minuti dalla fine, poi come capita a molte delle commedie hollywoodiane, si chiude tutto a tarallucci e vino, cosa che stona un po’ vista la cattiveria che pervade il film in generale. Nonostante questo, We’re the Millers (mi rifiuto di scrivere ancora il titolo italiano) merita di essere visto, magari in lingua originale, per non perdersi molte delle battute che sicuramente diventeranno meno efficaci per colpa del doppiaggio. Per me, comunque, promosso.

M-Review: The Congress #cannesedintorni

Congress

Ogni anno, a Milano, nella prima metà di Giugno, si tiene una rassegna chiamata Cannes e Dintorni, che fornisce la possibilità di vedere in anteprima alcuni dei film presentati qualche settimana prima al Festival della Palma d’Oro. Due anni fa ci avevo visto quel capolavoro assoluto di Drive, l’anno scorso il commovente Amour di Michael Haneke (vincitore 2012), mentre quest’anno avrei voluto fare lo stesso con La Vie d’Adele (e non solo per le scene lesbo). Per una serie di coincidenze, impegni saltati e rischedulati e altre amenità, mi sono ritrovato invece in sala per The Congress, pellicola che mi aveva incuriosito molto dal trailer (che trovate poco più sotto), ma che non avevo preventivato di vedere. Robin Wright interpreta sé stessa in questa storia, ambientata in un presente alternativo/futuro prossimo, con una Hollywood in cui è rimasto un solo studio cinematografico, chiamato Miramount, che propone agli attori di ritirarsi e dedicarsi alla propria vita offrendogli in cambio di essere digitalizzati per poter recitare in eterno e restare sempre giovani agli occhi del pubblico, senza limitazioni di utilizzo, però, da parte dello studio.

Diretto da Ari Folman, regista del bellissimo Waltz for Bashir, il film è una critica tutt’altro che velata al mondo degli studios hollywoodiani e al modo in cui trattano gli attori, veri e propri burattini al loro servizio. La pellicola è divisa in due parti: la prima, live action, bella e appassionante, in cui vediamo recitare un cast di tutto rispetto, di cui fanno parte, oltre alla protagonista, anche Harvey Keitel, Danny Huston, Paul Giamatti, Sarah Shahi e il giovane Kodi Smit-McPhee, mentre la seconda, distopica, quasi completamente animata e ispirata all’omonimo romanzo di Stanislaw Lem (l’autore di Solaris, proprio lui), dallo stile che richiama i mitici cartoon di Max Fleischer, è un vero e proprio trip mentale, che si chiude con un finale che commuove ma in cui, allo stesso tempo, il WTF regna sovrano. Pur non essendo del tutto riuscito, The Congress è un’opera molto coraggiosa, che merita la visione, sia per il tema trattato che per lo stile con cui è stata messa in scena. Personalmente, lo ritengo un film tutt’altro che perfetto, ma in questo caso è davvero questione di gusto. Se dovesse mai uscire ufficialmente in sala, andate a vederlo.

M-Review: La Casa

EvilDead

I remake, soprattutto quando l’originale è un pezzo di storia del cinema o ci si è particolarmente legati, sono film in cui la dilusione (Crozza-Bastianich docet) è sempre dietro l’angolo. Sono ormai 20 anni che il pubblico chiede a gran voce a Sam Raimi un sequel per la sua trilogia più celebre, quella cominciata nel 1983 con il primo Evil Dead e terminata, per ora, nel 1992 col divertentissimo L’Armata delle Tenebre. Ma mentre il regista americano preferisce, da una parte, dedicarsi a film che come già detto spesso e volentieri, secondo me non gli appartengono, dall’altra, con la sua casa di produzione, sostiene giovani registi che realizzano film mirati allo stesso tipo di pubblico che lo aveva sostenuto inizialmente. Fede Alvarez è un giovane uruguaiano che si è fatto conoscere con Panic Attack, un corto ricco di effetti speciali pubblicato su YouTube, realizzato con due soldi, ma che ha catturato l’attenzione di Raimi, il quale ha assegnato al regista un compito difficilissimo, quello di girare un remake di La Casa. E il fatto che sia Raimi stesso ad aver promosso e finanziato il rifacimento, beh, fa ben sperare.

In questa versione 2013 del film, gli occupanti della casa in mezzo ai boschi sono un gruppo di amici, che hanno portato lì Mia, sorella di uno di loro, tossicodipendente, con l’obiettivo di tenerla lontana dal suo demone: la droga. La lettura di un misterioso e gigantesco volume evocherà una creatura demoniaca che prenderà possesso della ragazza e che comincerà brutalmente a uccidere i giovani uno per uno. La maggiore differenza tra originale e remake è che in questa versione l’ironia è stata completamente messa da parte. Il risultato è sorprendentemente efficace: siamo infatti di fronte a uno dei migliori horror da un bel po’ di tempo a questa parte, con sangue che scorre a fiumi, effetti di trucco pazzeschi e morti che più cruente non si può. Alvarez ha uno stile di regia che si addice perfettamente alla storia che sta portando in scena e la sceneggiatura cita spesso momenti e situazioni dell’originale. L’unico anello debole del film è il cast che, a parte una bravissima Jane Levy (che è la protagonista di Suburgatory, per chi ama le serie TV), non brilla particolarmente. Personalmente, ho apprezzato molto questo remake e l’ho trovato una buona modernizzazione dell’originale. E se gli ottimi risultati al botteghino sono un preludio al ritorno di Ash e compagnia cantante, beh, ben venga davvero.

M-Review: Spring Breakers #figaamazzi

Spring Breaker HeaderLa coppia Larry Clark/Harmony Korine ha saputo descrivere, più di chiunque altro, la gioventù americana degli ultimi 20 anni. Sin dai tempi di Kids, di cui il primo era regista, mentre il secondo sceneggiatore, i due hanno illustrato con notevole realismo quella facciata dei giovani che tutti, a volte, fingiamo di non conoscere. Spring Breakers procede su questa linea e, nonostante la trama all’apparenza banale, ha al suo arco una serie di frecce di un certo peso. La storia è quella di un gruppetto di giovani e disinibite (oltre che stragnocche) studentesse universitarie che decidono di rapinare un fast food per potersi permettere di partecipare allo Spring Break, la settimana di puro divertimento e perdita di controllo, vero e proprio rito di passaggio all’età adulta per gli adolescenti americani. Il colpo di genio del regista sta nell’aver chiamato a interpretare le protagoniste tre starlette di casa Disney, che siamo solitamente abituati a vedere in tutt’altre vesti.

Se Vanessa Hudgens e la mia cotta personale Ashley Benson sono un po’ più smaliziate (ovviamente non vi linkerò gli autoscatti nudi della Hudgens, siete abbastanza grandi per trovarveli da soli), Selena Gomez invece dà vita a un personaggio molto più fragile ed è quella che ne esce meglio a livello di recitazione. C’è poi anche la giovane moglie del regista, Rachel Korine, che è alla fine l’unica delle quattro a mostrarsi come mamma l’ha fatta. James Franco dà vita a un’interpretazione quasi perfetta, con un personaggio che funge da catalizzatore della storia, oltre a essere protagonista della sequenza più bella del film, una cover al pianoforte di Everytime di Britney Spears, con una rapina sullo sfondo, a metà tra surreale e completa pazzia. Echi di Drive nello stile registico e un montaggio non cronologico sono gli elementi che risaltano di questo film, il cui maggiore problema è quello di suscitare nello spettatore, alla fine, un semplice “E quindi?“. Non si capisce dove voglia parlare il regista, non c’è una morale chiara. Per carità, Spring Breakers non è assolutamente un brutto film, solo che non si capisce dove vuole andare a parare e, purtroppo, questo è il suo limite maggiore. Da vedere, ma non aspettatevi nulla di straordinario.

M-Review: Flight

Flight

Il buon Robert Zemeckis è sempre stato uno dei miei registi preferiti. D’altronde, come si fa a non adorare chi ha portato al cinema Marty McFly, Roger Rabbit e Forrest Gump? Per me, Zemeckis è sempre stato quello che Spielberg avrebbe potuto essere e non è mai stato. Un regista che, in un certo senso, spesso ha precorso i tempi, ma non ha mai rinunciato a sperimentare e fare cose che non sembravano nelle sue corde. Non sono mai riuscito ad apprezzare Le Verità Nascoste, però. e non ho mai capito la sua attrazione quasi magnetica nei confronti del performance capture, visto che nessuno dei tre film che ha girato in questo modo (Polar Express, A Christmas Carol e Beowulf) brillasse particolarmente. Inutile dire che il suo ritorno al live-action dopo ben 12 anni da Cast Away fosse uno di quei lavori che attendevo con impazienza. Dalle premesse, questo Flight pareva molto interessante.

Denzel Washington interpreta un pilota di aerei che, dopo una notte di sesso, alcool e droga con un’assistente di volo, si ritrova a salvare i passeggeri dell’aereo che controlla da un possibile disastro aereo. E da questo punto, il film comincia a seguire la sua storia e quella di Nicole, una giovane che sta cercando di disintossicarsi dalla dipendenza dall’eroina, con cui Whip, nome del personaggio interpretato dall’attore americano, intraprenderà una love story. Mentre Nicole, però, cerca di disintossicarsi, Whip sprofonda sempre di più nel baratro, con conseguenze abbastanza ovvie. Sembra un gioco di parole, ma il maggior problema di Flight è che si tratta di un film che non è in grado di decollare. Dopo un primo atto che promette botti, colpi di scena e sorprese a non finire, la pellicola va letteralmente in stallo, scegliendo di proseguire in modo assolutamente lineare, con la noia che comincia a farla da padrona molto presto (il film dura 2 ore e 20, un po’ troppo). L’ottimo Denzel è affiancato da un cast altrettanto valido, che vede nomi come Kelly Reilly (per cui ho una cotta mortale sin dai tempi di L’Appartamento Spagnolo), John Goodman e Don Cheadle. Purtroppo, però, all’ottima recitazione fanno da contraltare una regia un po’ zoppa e una sceneggiatura che non ha mai particolari guizzi. Ritengo che Zemeckis sia in grado di fare cose molto superiori a questo Flight, grossa delusione almeno per quanto mi riguarda.

M-Review: Ted

Io non sono assolutamente un fan de I Griffin. Potrei dire che, in generale, detesto tutta quell’animazione lo-fi (stile Simpson, South Park e gli stessi Griffin, per intenderci), cosa che mi rende quasi impossibile la visione di queste serie. So perfettamente che il livello di scrittura e la qualità delle battute è eccelsa, ma essendo cresciuto a pane e Disney, questo tipo di “cartoon” mi è totalmente indigesto. La mia speranza è che, prima o poi, venga realizzato un film tratto dalla serie in questione, come è successo per i Simpson e per South Park, visto che in questi casi la qualità dell’animazione è decisamente superiore. Questo, per I Griffin, non è ancora accaduto, ma Ted condivide molte cose, visto che nasce dalla fervida mente di Seth MacFarlane, con la popolare serie. Ted è un orsacchiotto che prende magicamente vita in una notte di Natale, dopo un desiderio espresso dal suo padrone John, un bambino bistrattato dai coetanei e senza amici. 25 anni dopo, Ted è ancora il miglior amico di John, ma rispetto al passato fuma, beve come una spugna, fa sesso casuale con escort e altre donne e così via dicendo.

John si è invece fidanzato con la bellissima Lori, che accetta la presenza dell’ingombrante (psicologicamente) orsacchiotto, ma che a un certo punto si ritrova a chiedere all’uomo di scegliere tra lei e Ted. Come andrà a finire è piuttosto palese, ma non è assolutamente un problema nell’economia del film. Ted è una pellicola geniale, scritta in maniera quasi perfetta, con continue citazioni e trovate a dir poco spettacolari e originali (l’infatuazione di John nei confronti di Flash Gordon e tutto quello che ne consegue è una cosa a dir poco surreale, ma che caratterizza perfettamente il personaggio), momenti in cui si sbellica dal ridere, personaggi che si evolvono nel corso del film e tante altre belle cose. Certo, si nota che MacFarlane non è un regista, ma soltanto un bravo autore, però anche in questo caso non è un problema. Mark Wahlberg e una Mila Kunis ancora più gnocca del solito fanno da ottime controparti all’orsetto animato in CG, che in originale ha la voce del suo creatore e che assomiglia un po’ troppo a Peter Griffin (e la battuta in cui MacFarlane si autocita è letteralmente da applausi), ma che risulta uno dei personaggi “virtuali” più credibili mai visti al cinema. Di cose che funzionano, nel film, ce ne sono tantissime, ma non posso elencarvele perché è giusto che le scopriate da voi al cinema. Per me, Ted è finora il miglior film del 2012 e se non avete ancora avuto modo di vederlo, precipitatevi al cinema senza esitare.

Trailer: Bullet to the Head/The Last Stand

Lo scorso weekend è uscito in sala l’attesissimo sequel dei Mercenari, occasione per tutti gli amanti del cinema action di vedere assieme i protagonisti del primo episodio, ma soprattutto Chuck Norris e Jean Claude Van Damme. Certo, mancano ancora Steven Seagal, Michael Dudikoff, Don “The Dragon” Wilson e altri nomi minori, ma direi che possiamo accontentarci. Inutile dire che ne parlerò su queste pagine fra qualche settimana, appena tornerò a Milano e andrò a vederlo. Nel frattempo, approfittando dell’uscita del film, Warner Bros e Lions Gate hanno rilasciato i trailer delle due pellicole di prossima uscita che vedranno protagonisti il buon Sly Stallone e, per la prima volta dopo 10 anni (visto che il suo ultimo ruolo da protagonista risale a Terminator 3), anche il grande Schwarzy. E tra l’altro, entrambi i trailer suscitano un’ottima impressione.

Bullet to the Head è il titolo del film, tratto da una graphic novel francese, che vede Sly nei panni di un sicario che decide di allearsi con un poliziotto durante una rischiosissima indagine che porterà i due uomini nei bassifondi di New Orleans. Ovviamente, si prevedono botte da orbi, azione a go-go e dialoghi con una buona dose di humor, in perfetto stile anni ’80. E da quel decennio arriva anche il regista, ossia Walter Hill, tornato alla regia cinematografica dopo 10 anni da Undisputed, ma che sembra ancora tremendamente in forma, come ai tempi di 48 Ore, Ricercati Ufficialmente Morti e Danko. Cast che vede la partecipazione di Jason Momoa (il Khal Drogo di Game of Thrones, ma anche l’ultimo Conan) nei panni del cattivo, Sarah Shahi (ve la ricordate nella prima serie di Alias? Io sì, con molto piacere…) e una vera icona anni ’80, Christian Slater. L’uscita americana, inizialmente prevista entro fine 2012, è stata rimandata a Febbraio 2013, mentre per quella italiana prevedo più o meno lo stesso periodo.

Il ritorno da protagonista di Arnold si intitola invece The Last Stand e vede il teutonico ex-governatore della California nei panni di uno sceriffo alle prese con dei trafficanti di droga messicani. Anche in questo caso, il trailer mostra una spiccata ironia (d’altronde, a quello serve Johnny Knoxvile), spari, esplosioni e scene d’azione caratterizzate da una regia iperstilosa. Dietro la macchina da presa c’è infatti quel genietto del coreano Kim-Ji-Woon, regista dei bellissimi A Tale of Two Sisters, I Saw the Devil e The Good, The Bad and The Weird, al suo debutto americano. Nel cast troviamo anche Forest Whitaker, lo spagnolo Eduardo Noriega (attore feticcio di Amenàbar, poco usato dal cinema americano), Rodrigo Santoro, Peter Stormare nei panni del cattivo e le due bellissime Genesis Rodriguez (se avete visto 40 Carati, sapete di chi sto parlando) e Jaimie Alexander (la Sif di Thor). L’uscita americana è prevista per Gennaio, mentre non mi azzardo a fare previsioni, in questo caso, su quella italiana. Hype altissimo, comunque.