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M-Review: Blackhat

Blackhat

I gusti del pubblico sono sempre in evoluzione. Certo, si potrebbe obiettare sul fatto che, più che di evoluzione, forse è il caso di parlare di involuzione. E le vittime di questi gusti in movimento sono sempre più i registi storici, quelli che hanno fatto la storia del cinema e che pian piano si ritrovano a essere marginali (per il mercato attuale, intendiamoci) e a non poter contare più sull’appoggio del pubblico e, di conseguenza, di chi finanzia i loro film. Blackhat, l’ultimo lavoro di Michael Mann, è la dimostrazione di questa spiacevole situazione. E’ uno di quei thriller cupi e serrati che sono la specialità del regista di Heat e Collateral, a mio avviso uno degli ultimi maestri del cinema ancora in attività. Ci sono hacker, agenti speciali, spietati criminali e soprattutto una serie di ambientazioni asiatiche davvero da urlo, in cui il contrasto tra modernità spinta e tradizione può essere considerato a tutti gli effetti uno dei protagonisti del film.

Massacrato dai critici americani, i maggiori responsabili del suo flop tonante in patria, Blackhat è secondo il mio modesto parere il miglior film di Mann dai tempi di Collateral, con cui condivide la fotografia poco luminosa e il ritmo all’apparenza lento. E’ probabilmente anche quello che offre in generale la visione più realistica sul mondo dell’hacking, con qualche licenza artistica sia chiaro, ma evitando tutte quelle pacchianate che vengono sempre tirate fuori da Hollywood quando si attraversano i cavi di rete. Ok, Chris Hemsworth è credibile come hacker quanto io lo sia come latin lover, ma è necessario avere un protagonista con un certo physique-du-role, almeno per avvicinarsi al pubblico. Ma è inutile, non è un film per tutti, perché richiede un livello di attenzione superiore alla media e perché lo stile iperrealistico del regista, unito all’utilizzo del digitale, non è così digeribile per lo spettatore tipo. E’ un peccato che sia stato smontato dalle sale così velocemente e diventa quindi, se non l’avete visto, un prodotto da recuperare immediatamente non appena si renderà disponibile in home video. Fidatevi di me, non ve ne pentirete.

M-Review: Lei

Her

La tecnologia ha cambiato tantissimo il nostro modo di interagire con gli altri e di vivere rapporti e relazioni. E’ sufficiente questa brevissima introduzione per far capire quali sono le tematiche generali di Lei, il nuovo film di Spike Jonze, regista di pellicole come Essere John Malkovich e Nel Paese delle Creature Selvagge. La storia è quella di Theodore, uno scrittore solitario, recentemente lasciato dalla moglie, che si innamora di Samantha, la voce del sistema operativo del suo computer. Una trama che, nelle mani sbagliate, si sarebbe facilmente trasformata in qualcosa di ridicolo. La sensibilità e la poetica del cineasta americano rendono invece quasi naturale questa storia d’amore molto particolare, oltre a farci riflettere su quanto la tecnologia possa darci l’impressione di essere molto socievoli, quando in realtà siamo profondamente soli.

L’interpretazione di Joaquin Phoenix è davvero incredibile: si percepisce subito quanto Theodore sia smarrito e solo dopo la fine del matrimonio (la moglie, Rooney Mara, la vediamo solo in alcuni flashback) e quanto si senta sempre più coinvolto nella relazione che crea con il suo sistema operativo. Amy Adams è un’altra di quelle attrici che raramente sbaglia e la donna fragile che interpreta in questa occasione è letteralmente agli antipodi del suo personaggio in American Hustle. La bravura di un’attrice si vede anche da queste cose. Ma la vera sorpresa e il motivo per cui questo film non dovrebbe essere doppiato, in nessun modo, è Scarlett Johansson. O meglio, la sua voce, perché se anche fosse apparsa soltanto in foto, la forza della sua performance non sarebbe stata la stessa. Jonze è riuscito a convincere anche noi, grazie alla stupenda performance vocale della donna più bella del mondo (eh sì), come Theodore, dell’umanità di questa voce e dell’empatia che ha nei confronti del suo utilizzatore. Una metafora profondissima su come gestiamo le relazioni di questi tempi, nulla da dire. Da segnalare anche una stupenda fotografia, mentre la colonna sonora strumentale degli Arcade Fire non mi è sembrata nulla di che. L’uscita italiana è prevista per il 13 Marzo: se potrete vederlo in originale, fatelo, perché il doppiaggio italiano in questo caso è davvero un crimine (mi spiace, ma tra Scarlett e Micaela Ramazzotti c’è un abisso senza fondo).