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M-Review: Ted 2

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Tre anni fa avevo definito Ted il miglior film del 2012. Solo un autore geniale e fantasioso come Seth MacFarlane poteva trasformare un incipit da film per bambini in una commedia lontana anni luce dal politically correct in cui si rideva tanto e spesso. Dopo aver incassato più di 500 milioni di dollari nel mondo, nonostante il flop del mediocre Un Milione di Modi per Morire nel West, il sequel era un’eventualità inevitabile. Questa volta, l’orsacchiotto vuole sentirsi sempre più umano: si sposa con la sua fidanzata Tami-Lynn e mette in cantiere l’arrivo di un figlio. Ma questa cosa, a qualcuno, non sta bene e Ted, con l’aiuto del suo rimbombamico John e della giovane avvocatessa Sam (L. Jackson di cognome), lotterà per fare in modo che le sue conquiste non siano vanificate da qualche stupido tribunale. Uscire nel medesimo weekend dell’approvazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso da parte della Corte Suprema americana è una coincidenza che potrebbe valere come enorme spinta promozionale per il film, viste le analogie tematiche.

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Il problema principale di Ted 2 è che non fa ridere come il primo episodio. C’è una trama, ci sono personaggi che subiscono un’evoluzione, ma è quasi completamente sparita la dinamica da sparring partner che aveva caratterizzato il primo film, tanto che il personaggio di Mark Wahlberg passa due terzi della storia in modalità “depressione”, per poi risvegliarsi quando comincia a nascere qualcosa tra lui e una Amanda Seyfried più bella e svitata che mai. La cattiveria di fondo c’è sempre e ci sono alcuni momenti davvero scorretti in cui si ride di gusto, ma sono troppo discontinui e anche il ritmo generale, così, ne risente parecchio. Anche in questo sequel, comunque, i cameo tipici dei lavori di MacFarlane non mancano e sono tra i momenti più divertenti del film, tra i quali va anche annoverato il gran finale al Comic-Con di New York dove si verifica una delle risse più improbabili e scombinate mai viste sul grande schermo. Ted è realizzato in modo ancora più impeccabile rispetto al primo episodio, tanto da sembrare un vero orsacchiotto di peluche e non una creatura digitale. Riassumendo, personalmente trovo che il film non sia valido quanto l’originale, ma riesce comunque a divertire nonostante i suoi difetti. Si ride meno ed è indubbio, ma si tratta comunque di risate belle fragorose, che è la cosa che conta di più.

M-Review: Mortdecai

Mortdecai

Quando vedo film come Mortdecai mi interrogo su quali siano le ragioni che possano avere spinto i produttori a finanziare quello che è un disastro sotto tutti i punti di vista. Nato con l’ambizione di dar vita a un nuovo franchise, sullo stile della Pantera Rosa (OMG!), l’unica ambizione che si ha guardando il film è quella di vederlo finire quanto più velocemente possibile, perché non è soltanto brutto, ma in alcuni momenti addirittura irritante. Il Charlie Mortdecai del titolo è uno squinternato trafficante d’arte che, a causa di giganteschi problemi finanziari, è costretto a tentare il tutto per tutto contrabbandando un Goya autentico in un’avventura che lo porterà in giro per il mondo, da Hong Kong a Los Angeles passando per la Russia e la sua amata Londra.

Mortdecai è anche la dimostrazione che ormai, quando non interpreta Jack Sparrow, Johnny Depp non ne azzecca più una. Sempre sopra le righe, con un accento british stranissimo e spesso incomprensibile, Depp cola a picco con tutto il resto della nave. Certo, la sceneggiatura asfittica e tutt’altro che divertente non lo aiuta, ma vi sfido, dopo 10 minuti di film, a non sperare che gli succeda qualcosa di brutto. Non che gli altri nomi noti, da Gwyneth Paltrow a Ewan McGregor, da Paul Bettany a Olivia Munn, se la cavino tanto meglio, in quanto danno l’impressione di essere lì dentro soltanto per la paga e nulla più. Non si salva nemmeno la regia dell’esperto David Koepp, evidentemente più a suo agio quando scrive (e questo non è il caso, visto che la sceneggiatura è opera di altri) che quando si trova dietro alla macchina da presa. Non vale la pena di spendere altre parole su Mortdecai, se non che si tratta di un qualcosa da evitare come la peste, a meno di non voler provare la sensazione di aver buttato due ore di vita (e qualche Euro) giù per lo scarico del gabinetto.

M-Review: Italiano Medio

Scopareeeeeee

Da fan di Maccio Capatonda attendevo con impazienza il suo esordio al cinema, dopo anni di produzioni di vario genere sia per la TV che per il web. Era un momento che prima o poi sarebbe dovuto arrivare, anche perché l’artista chietino ha sempre strizzato l’occhio al grande schermo fin dai primi mitici ed esilaranti trailer, dimostrando comunque di non essere un comico finito dietro la macchina da presa per caso, come capita molto spesso in Italia, ma un professionista che conosce bene la materia (non avrebbe una sua casa di produzione pubblicitaria da anni, probabilmente). Italiano Medio, come tutti sapete, nasce come finto trailer qualche anno fa e il film utilizza proprio lo stesso incipit, che poi è lo stesso di prodotti di successo come Limitless e il più recente Lucy. Solo che in questo caso, la pillola magica non amplifica l’utilizzo del cervello, ma lo riduce dal 20% al 2%, con tutte le conseguenze del caso. Maccio veste i panni di Giulio Verme, personaggio dal nome un po’ fantascientifico, un po’ neorealista, che pare una versione iperbolizzata dello stereotipo grillino, un uomo che ha praticamente smesso di vivere per il rispetto del mondo e di ciò che lo popola.

L’incontro, dopo anni, con l’ex-compagno di classe Alfonzo Scarabocchi, che da piccolo voleva fare l’usciere (con spettatori in lacrime dalle risate per la scenetta che viene dopo), lo porterà a ingerire la pillola di cui sopra, che darà vita a un alter ego per cui le cose più importanti sono la famiglia, la gazosa e la prostituzione, mentre l’unico obiettivo nella vita è, ovviamente, SCOPAREEEEEEE! (e qui al cinema è partito un applauso). Per prima cosa va detto che Italiano Medio è un vero film, non uno sketch allungato. Certo, ci sono alcune cose che non funzionano soprattutto nella risoluzione finale e magari si poteva anche tagliare qualcosa per questioni di ritmo, ma il risultato è assolutamente buono e, soprattutto, davvero divertente. Certo, chi conosce l’opera omnia di Maccio troverà parecchie citazioni ai precedenti lavori e, magari, riderà molto di più di chi si approccia al personaggio per la prima volta. Ma anche i neofiti si divertiranno parecchio, perché l’umorismo nonsense di Maccio, Herbert Ballerina, Ivo Avido e Rupert Sciamenna è cattivissimo, come raramente capita dalle nostre parti, oltre a essere totalmente privo di pietà nei confronti di chicchessia. Nessuno viene salvato: buoni e cattivi, poveri e ricchi sono trattati alla stessa maniera, a pesci in faccia. Nel complesso, però, va detto che ci sono ampi margini di miglioramento, ma siamo sicuri che alla sua prossima prova sul grande schermo (che visti gli ottimi incassi probabilmente non tarderà più di tanto), il buon Maccio riuscirà a non ripetere gli errori di gioventù commessi in questo film e crescerà tantissimo. Se non siete ancora andati al cinema a vedere Italiano Medio, cosa state aspettando? Se avete bisogno di ridere, anche se con un po’ di amarezza (perché il ritratto che viene fatto dell’italiano medio è tristemente piuttosto realistico) questo è il film che fa per voi.

M-Review: Horrible Bosses 2 (Come Ammazzare il Capo 2)

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Il primo Horrible Bosses (il titolo italiano lo uso solo per l’indicizzazione) è uno di quei film che sono diventati un successo grazie al passaparola, cosa che capita soltanto quando il prodotto è degno di nota. Hollywood, però, continua a compiere il tremendo errore di voler dare un sequel anche a tutte quelle storie per cui non sarebbe necessario: d’altronde si rischia meno sull’usato sicuro che non sul nuovo, anche se le statistiche dicono che i seguiti che sono andati peggio dell’originale sono la stragrande maggioranza. Dopo essersi aiutati reciprocamente a vendicarsi dei propri datori di lavoro, i tre protagonisti, interpretati sempre dal trio Jason Bateman, Jason Sudeikis e Charlie Day, se la devono vedere questa volta con un malvagio duo padre/figlio, proprietari di un’azienda che vuole accaparrarsi il brevetto di una loro invenzione e che sfrutterà la loro ingenuità per fregarli. Inutile dire che, anche in questo caso, il terzetto dovrà darsi da fare per riportare la situazione a proprio favore.

Horrible Bosses 2 segue il detto “squadra che vince non si cambia“, almeno davanti alla macchina da presa, visto che il cast è praticamente quello del primo episodio, con l’aggiunta della coppia Christoph Waltz/Chris Pine, nel ruolo dei due villain. Sean Anders, sceneggiatore del film e di altre commedie come Scemo & Più Scemo 2 e We’re the Millers, prende invece il posto dell’esperto Seth Gordon dietro la camera. Ci si diverte a sufficienza, per carità, ma c’è qualcosa che non funziona più nel meccanismo che aveva portato l’originale a essere così esilarante e a ottenere i risultati che ha ottenuto. Il problema più grosso sta forse nel fatto che le brevi apparizioni di Kevin Spacey, Jennifer Aniston e Jamie Foxx sono molto più efficaci di quelle dei nuovi cattivi: Christoph Waltz è letteralmente sprecato, mentre Chris Pine si impegna un po’ di più, ma non riesce a convincere. Per il resto, le dinamiche nel trio di protagonisti sono esattamente le stesse del primo episodio, con Sudeikis e Day a gestire le gag principali (spesso poco divertenti) e Bateman a fare da contraltare semi-serio. Qualche idea di regia c’è, ma la sceneggiatura non brilla, i dialoghi e le situazioni divertono a sprazzi e il colpo di scena è esageratamente telefonato. Nel complesso, comunque, pur non convincendo del tutto, il film risulta godibile e riesce a strappare qualche risata, anche se qualcuno di voi potrebbe uscire dalla sala con l’amaro in bocca. Da vedere solo se siete grandi amanti del genere.

M-Review: Ogni Maledetto Natale

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In un panorama cinematografico desolato come quello italiano, qualsiasi cosa sfornata dal trio creativo dietro a quel capolavoro di serie TV che risponde al nome di Boris, viene vista più o meno come l’avvento dei messia della commedia, grazie alla loro capacità di prendere un genere e di decostruirlo in maniera tale da crearne un’esilarante parodia. Il suo trailer ha venduto Ogni Maledetto Natale come la loro versione delle tipiche commedie natalizie che, purtroppo, portano un sacco di gente in sala. L’incipit è uno di quelli tipici del genere: due ragazzi (Alessandro Cattelan e la splendida Alessandra Mastronardi) di diversa estrazione sociale che si conoscono un giorno per caso e si innamorano l’uno dell’altra alla velocità della luce. Poi capita che la ragazza chieda a lui di passare la vigilia di Natale a casa della sua famiglia, in un casolare sperduto nelle campagne della Tuscia. Ed è qui che comincia la tragedia e, quindi, nel nostro caso, si comincia a ridere.

L’idea geniale del trio Vendruscolo/Ciarrapico/Torre è stata quella di prendere un gruppo di attori, la quasi totalità proveniente da Boris (Pannofino, Sartoretti, Caterina e Corrado Guzzanti) o dalla loro precedente sit-com Buttafuori (Giallini, Mastandrea), con l’aggiunta di una favolosa Laura Morante e del corpulento Stefano Fresi (Smetto Quando Voglio) e di fargli interpretare sia la famiglia di lei, i provinciali e campagnoli Colardo e quella di lui, i ricchissimi e surreali Martinelli Lops, parodia non troppo celata delle famiglie stile-Agnelli o simili. Sono tutti fantastici, in particolare Guzzanti e Mastandrea, che sono i depositari delle battute migliori e dei personaggi più esilaranti, in grado di provocare risate ogni volta che compaiono in scena. Se nella prima parte ci si sganascia per il contrasto tra l’urbano e borghese Cattelan e la terribile famiglia di lei, nella seconda parte il focus si sposta sulle vicende interne al clan, con un tipo di commedia molto meno immediata e che purtroppo non fa ridere come dovrebbe, nonostante alcuni momenti letteralmente da pancia in mano. Il risultato è un film che dà una sensazione di incompiuto e che avrebbe potuto far ridere molto di più, ma per colpa di una sceneggiatura un po’ svogliata, in alcuni momenti (quante volte avranno premuto F4?), cala parecchio di ritmo. La scelta di Cattelan, poi, è inspiegabile, visto che il conduttore alessandrino recita come se stesse presentando una puntata di X-Factor, con un tono totalmente monocorde. A Milano si dice “Ofelé fa el to mesté” e mi sento di sposare pienamente questo proverbio, nel suo caso. Nonostante i difetti, Ogni Maledetto Natale è un film da andare a vedere, se non altro per cercare di convincere i produttori italiani a investire molto di più su prodotti di questo tipo.

M-Review: Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) #LeVieDelCinema

Birdman

Pare che uno dei trend del cinema americano di questo 2014 sia quello di raccontare sé stesso o, per essere più precisi, i personaggi che popolano questo mondo. Se in The Humbling (di prossima recensione su queste pagine), Al Pacino interpreta un attore sul viale del tramonto che deve ritrovare sé stesso per dare una scossa alla sua carriera, qui in Birdman il protagonista è un attore reso celebre da un ruolo da supereroe che, nonostante siano passati 20 anni da quel periodo, non è ancora riuscito a scollarselo di dosso. E l’unico modo per fare qualcosa di diverso è adattare un racconto di Raymond Carver per il teatro, cosa che invece lo farà scontrare con i suoi demoni interiori. Alejandro Gonzales Inarritu ha deciso di affidare questo ruolo a Michael Keaton, in quella che è probabilmente l’interpretazione più autobiografica della sua carriera. Certo, magari l’attore americano non ha mai avuto voci alla Batman che risuonavano nella sua testa, figlie in rehab o giovani attrici con cui ha avuto relazioni che passano velocemente a lesbicheggiare con le altre co-star, ma è innegabile che la maggior parte del pubblico lo ricordi per essere stato il primo uomo pipistrello, analogamente a quanto accade al suo Riggan Thomson.

Keaton offre una performance attoriale davvero pazzesca, ma non è il solo del cast a darsi da fare, visto che chiunque, da Edward Norton a Zach Galfianakis, da Emma Stone a Naomi Watts, si impegna tantissimo. Virtuoso della macchina da presa, Inarritu (con la collaborazione di Emmanuel Lubezski, direttore della fotografia anche di Gravity) gira l’intero film in piano sequenza, staccando ovviamente tra una scena e l’altra, ma coinvolgendo lo spettatore e permettendogli di immedesimarsi ancora di più in quanto viene raccontato. Ci sono tanti riferimenti alla realtà, al cinema hollywoodiano contemporaneo (il bellissimo dialogo iniziale in cui sono citati Fassbender e Jeremy Renner ne è un esempio), ma allo stesso tempo ci sono tante concessioni ai sogni e ai pensieri, che danno origine alle sequenze più spettacolari e allo stesso tempo poetiche. Certo, ogni tanto si perde qualche punto di riferimento durante le divagazioni del protagonista, ma metabolizzando quanto si è visto tutto torna perfettamente. Birdman non è un film facile, ma al termine delle due ore vi lascerà davvero soddisfatti, visto che regia, sceneggiatura e recitazione sono ai massimi livelli. Negli USA esce a ottobre, ma per l’Italia dovrete purtroppo aspettare febbraio 2015.

M-Review: Burying the Ex #LeVieDelCinema

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Joe Dante fa parte di quel gruppo di registi di culto degli anni ’90 (John Landis è un altro esponente della categoria, tanto per fare un esempio), che a un certo punto della loro carriera sono stati messi da parte da Hollywood, che ha preferito loro ondate di mestieranti dal dubbio talento. Il regista dei due Gremlins e di Salto Nel Buio, trio di film che non rivedo colpevolmente da troppo tempo, si diletta da un po’ di anni con pellicole più piccole ed episodi di serie TV. Burying the Ex, presentato una manciata di settimane fa all’ultimo Festival del Cinema di Venezia è una commedia horror dalla premessa molto semplice, che mette in scena uno stranissimo triangolo amoroso. Ci sono un ragazzo appassionato di film horror e commesso in un negozio che vende gadget macabri, la sua ragazza blogger e vegana, gelosissima di lui e il terzo incomodo, una gelataia dal cuore d’oro appassionata anche lei di zombi e pellicole sanguinolente. La blogger muore per una fatalità, ma un giuramento fatto dal ragazzo su uno strano oggetto diabolico quando i due erano ancora insieme, la riporta inaspettamente in vita, ma in versione zombi.

Inutile dire che questa cosa avrà conseguenze sia su di lui che sulla sua nuova relazione. Anton Yelchin è il protagonista maschile, la vegana rinata zombie è la Ashley Greene di Twilight, mentre la gelataia è una radiosa Alexandra Daddario (che da True Detective in poi vediamo proprio con gli occhi dell’amore). Dante mette in scena un altro film indirizzato al pubblico più giovane, dopo The Hole, horror in 3D senza infamia e senza loro. Anche Burying the Ex, per quanto molto divertente e mai noioso, essenziale nella sua durata (meno di 90 minuti), risulta riuscito soltanto a metà. Da una parte, ci sono dialoghi davvero azzeccati e un trio di attori, con in aggiunta il Seth Rogen della situazione (Oliver Cooper, visto in Project X) che recitano molto bene e dimostrano di divertirsi loro stessi. Dall’altra ci sono invece alcune scelte di sceneggiatura piuttosto incomprensibili, in primis la scelta di procedere verso il finale più ovvio e banale, quando prendersi qualche rischio in più avrebbe sicuramente reso tutto ancora più divertente. Al momento la pellicola non ha ancora un distributore nemmeno negli USA, ma credo che l’uscita direttamente in VOD/home video sia la scelta più logica, visto che si tratta del film perfetto per una serata tra amici, magari con le proprie compagne, viste le venature sentimental-romantiche di parte della trama. Nonostante i difetti, a me è piaciuto, quindi non posso che consigliarvi di vederlo, appena si renderà disponibile in qualche modo. Ben fatto, Joe… ora però convinci qualcuno che è il momento di far tornare i Gremlins al cinema.

M-Review: The One I Love

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Consultando molti siti che parlano di cinema, a volte capita di leggere recensioni di piccoli film indipendenti, dalla distribuzione estremamente limitata, che però ottengono giudizi unanimemente positivi. Inutile dire che, da buon appassionato della settima arte, mi fiondo subito alla ricerca del film in questione, sia attraverso metodi legali (Netflix) che non. The One I Love è una stranissima commedia che ha come protagonista una coppia (Mark Duplass ed Elizabeth Moss) in crisi, a cui un terapeuta (Ted Danson, in un ruolo da un paio di minuti) consiglia come cura quella di passare un weekend in un luogo ameno, dove i due potranno provare a riconciliarsi e rilanciare il loro matrimonio. Non posso raccontare nient’altro per una ragione ben precisa, cioè che il primo colpo di scena si ha dopo appena dieci minuti, quindi tutto quel che viene in seguito è assolutamente da scoprire.

Il film si regge interamente sulla coppia Duplass/Moss: lui ha partecipato a parecchie pellicole indie, lei la conosciamo soprattutto per Mad Men e per la bellissima miniserie Top of the Lake. Ci sono soltanto loro due in scena, a parte il brevissimo cameo di Ted Danson, per tutta l’ora e mezza di durata del film. I primi due atti sono perfetti, il mistero si infittisce sempre più, solo che nell’ultima mezz’ora tutto il castello di carte che è stato lentamente costruito crolla miseramente. C’è una spiegazione da dare, ma regista e sceneggiatore preferiscono lasciare al pubblico l’onere di capire i perché sono accadute certe cose. Per carità, ci può anche stare, ma a meno che non ti chiami David Lynch, che comunque dissemina l’intero film di indizi che possono portare a una soluzione più o meno credibile, chiunque altro non possa permettersi di farlo. Ed è per questo motivo che The One I Love, preso come puro divertissement, risulta una piacevolissima commedia, mentre come film va a sbattere contro gli iceberg che si è creato in modo totalmente autonomo. Faccio quindi molta fatica a comprendere le critiche positive: come detto, c’è un’ottima base, ma è la parte finale a fare acqua da tutte le parti.

M-Review: Un Milione di Modi per Morire nel West

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Gli ultimi 12 mesi non sono stati affatto facili per Seth MacFarlane. Quando vieni da un successo mondiale come quello di Ted e le tue serie TV come I Griffin funzionano alla perfezione, proporre cose nuove è sempre rischioso, perché ci sono aspettative molto elevate. Che le cose buttassero male lo si era capito dalla qualità e dalla conseguente cancellazione di Dads, terribile sit-com andata in onda negli USA su Fox, che è stata una delle prime vittime della scorsa stagione TV. Dalle premesse e dai trailer, Un Milione di Modi per Morire nel West sembrava essere il degno erede del mitico Mezzogiorno e Mezzo di Fuoco targato Mel Brooks, ovvero un’esilarante commedia ambientata nel west caratterizzata dallo stile sopra le righe di MacFarlane. La storia è quella di un fattore che, dopo essersi tirato indietro da un duello, viene mollato dalla fidanzata. Con l’aiuto di una misteriosa e affascinante sconosciuta, moglie in fuga di un incallito criminale, con cui scatterà l’inevitabile scintilla, egli riuscirà a dimostrare quanto vale.

Premesse perfette, ma il risultato finale è purtroppo tutt’altro che esaltante. Il grosso problema del film è che non si capisce dove vuole andare a parare: si ride di tanto in tanto, ci sono battute eccessive (quasi tutte pronunciate dalla prostituta interpretata da Sarah Silverman) ma che dopo un po’ stancano, ma per il resto si segue semplicemente l’evoluzione della storia. Ed è davvero un peccato, perché con il cast che MacFarlane si era portato a dietro, dalle bellissime Charlize Theron e Amanda Seyfried, a un inedito Liam Neeson cattivo e a un gruppo di caratteristi tra cui svettano Giovanni Ribisi, Neil Patrick Harris e la stessa Sarah Silverman, c’erano tutti gli ingredienti per creare qualcosa di esplosivo. Ci sono tanti cameo simpatici, tecnicamente è tutto eccellente e il film è piacevole nel complesso, ma gli mancano tutti quegli elementi che avevano reso Ted un capolavoro di comicità. Gli incassi non l’hanno premiato e il motivo è piuttosto chiaro. Come detto, Un Milione di Modi per Morire nel West non è da buttare via, ma allo stesso tempo non è nemmeno un film che valga la pena di vedere in sala.

M-Review: Blended: Insieme per Forza

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Ho da sempre grandissime difficoltà a individuare il target delle commedie romantiche che hanno Adam Sandler come protagonista. Nonostante la critica lo detesti, l’ex-comico del Saturday Night Live non delude quasi mai al box-office. Personalmente lo apprezzo quando si dedica alla demenzialità pura (Little Nicky è un mio piccolo cult movie) o quando mostra di essere un vero attore (come in Ubriaco d’Amore o in Reign Over Me), mentre non lo digerisco nei ruoli romantici e nei film per famiglie, come i due Un Weekend da Bamboccioni. Blended, in italiano Insieme per Forza (da non confondersi col film con Michael J. Fox e James Woods di un paio di decenni fa), riunisce la coppia Sandler/Drew Barrymore a un po’ di anni da 50 Volte il Primo Bacio: questa volta tutto comincia con un appuntamento al buio tra i due, entrambi genitori separati, finito male, ma che sarà il preludio a un viaggio in un resort in Sudafrica con le loro famiglie, all’insaputa l’uno dell’altra, che finirà inevitabilmente come Hollywood ci ha insegnato.

Diretto da Frank Coraci, collaboratore abituale di Sandler, Insieme per Forza è di una piattezza estrema, prevedibile oltre ogni limite e in alcune situazioni molto meno sopportabile degli altri lavori del genere a cui ha partecipato l’attore americano. Oltre a lui e alla Barrymore nel cast, inevitabilmente, ci sono alcuni dei suoi “amici” come Kevin Nealon e due novità come la giovane disneyana Bella Thorne (#CBCR) e il massiccio Terry Crews, senza dubbio le cose migliori della pellicola. Nel piattume si distinguono un paio di idee carine, una delle quali è già stata rivelata dal trailer, ma che comprensibilmente sono davvero troppo poco per riuscire a rendere il film anche solo passabile. Si salva anche la colonna sonora, che contiene versioni rifatte di alcuni grandi successi del passato, che vengono presentate in maniera realmente divertente (non posso dire altro). Nel complesso, però, rimane davvero poco e non mi sento nemmeno di consigliarlo come film da andare a vedere assieme alla ragazza. Pollice verso.