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M-Review: The Humbling #LeVieDelCinema

TheHumbling

Quando un grande attore capisce che sta gettando la propria carriera nel cesso, se ha ancora un minimo di rispetto per il pubblico che lo ha sempre seguito, si mette alla ricerca di qualche progetto che gli permetta di dimostrare seriamente cosa è capace di fare. Per Al Pacino, The Humbling sembra essere l’occasione di riscossa dopo un decennio passato a non azzeccare un film (a parte quelli per HBO). Girato con un budget di soli 2 milioni di dollari dal veterano Barry Levinson e tratto da un romanzo di Philip Roth, il film vede il grande Al nei panni di Simon Axler, celebre attore che dopo aver deciso di ritirarsi, si ritrova in casa la figlia lesbica di una vecchia coppia di amici. Il vecchio si innamora di lei che, infatuata dell’attore sin dall’infanzia, decide di intrecciare una strana storia d’amore con lui. Ma sarà tutto vero? Oppure quello che gli sta accadendo è solo il frutto della sua immaginazione?

The Humbling è un altro di quei film che si regge completamente sull’attore protagonista: se non ci fosse Al Pacino, questa storia a metà tra realtà e sogno sarebbe fastidiosissima da vedere. Il grande Al è bravissimo, perché passa da momenti drammatici, seppur con una certa componente di assurdità, a situazioni davvero ilari, che hanno fatto ridere di gusto tutta la platea. Anche le sue co-star, comunque, in particolare una bravissima Greta Gerwig, se la cavano davvero bene e persino i ruoli più piccoli, interpretati da caratteristi storici del calibro di Dianne Wiest, Dan Hedaya e il redivivo Charles Grodin, sono fondamentali per la storia. Il film è davvero godibile, ma mi permetto di esprimere alcuni dubbi relativi alla sceneggiatura: spesso e volentieri si passa dalla realtà all’immaginazione in maniera così diretta che alla fine si rischia di non distinguerle più, cosa che provoca una tremenda confusione nello spettatore. A parte questo difetto marchiano, come già detto, The Humbling rappresenta un grandissimo ritorno per Al Pacino e per questo va assolutamente visto.

TV-Review: Outlander/Matador

Outlander

Mentre in estate dalle nostre parti, in ambito televisivo, tutto tende a fermarsi, negli USA questa stagione sta diventando ricca quasi quanto quella invernale. Bisognerebbe dire grazie ai canali via cavo, che propongono nuovi prodotti attesi e pregiati, in contrapposizione ai network generalisti, la cui programmazione “originale” è invece composta, durante la stagione estiva, da scarti e novità low-cost.

Outlander è la nuova proposta di casa Starz, il network di Spartacus e del recente Black Sails, che si è affidato ai servigi di Ron Moore (Battlestar Galactica, Helix) per la trasposizione dei celebri romanzi della scrittrice Diana Gabardon, di gran successo in tutto il mondo. Claire Randall è un’infermiera sopravvissuta alla seconda guerra mondiale, che durante un giro tra le lande scozzesi col fidanzato, dopo essersi addormentata su una roccia, si ritrova catapultata ben 200 anni prima, in un luogo e in un periodo storico che non le appartengono. La premessa è pura sci-fi, ma la serie sta a metà tra il drammone romantico e l’avventura, anche se nel pilot prevale l’elemento “melò” rispetto a quello action. Per quanto questo primo episodio non mi abbia entusiasmato, forse perché mi attendevo qualcosa di diverso, non si può negare che, oggettivamente, si tratti di una produzione di altissimo livello, ottimamente recitata (l’ex-modella Caitriona Balfe, oltre che avere un fisico da paura, è pure bravissima) forse addirittura superiore a tutto quello che Starz ha realizzato da quando si è messa a produrre serie TV. Personalmente non lo seguirò (magari proverò a recuperarne qualche episodio più avanti), ma consiglio a chi ama il genere di guardarselo, perché non se ne pentirà affatto.

Matador

Matador è invece la seconda produzione originale di El Rey Network, il canale televisivo via cavo messo in piedi nei primi mesi del 2014 da Robert Rodriguez, il regista di film come Desperado, Spy Kids, Sin City e tanti altri. Dopo la serie tratta da Dal Tramonto all’Alba, che personalmente ho molto gradito (recuperatela, è una serie di cui purtroppo si è parlato davvero poco), è venuto il momento di questo Matador, il cui protagonista è un agente segreto che, per indagare su loschi traffici, deve entrare in una squadra di calcio e giocare da professionista. Creata da Roberto Orci, futuro regista di Star Trek 3 e sceneggiatore di film come The Amazing Spider-Man 2 e The Island, oltre che di una serie come Alias (l’ispirazione è piuttosto chiara), è stata lanciata subito dopo i mondiali. Con un concept del genere la cagatona era dietro l’angolo, ma grazie a una regia attenta (il pilot è diretto proprio da Rodriguez), una trama che scorre e personaggi simpatici, Matador si configura come piacevole divertissement estivo senza pretese. Dal mio punto di vista, assolutamente consigliato.

M-Review: Non-Stop

NonStop

Ambientare un film all’interno di un aereo non è certo una novità, è una cosa che capita sin dai tempi dei vari Airport “anno a caso”. Riuscire però a girare un thriller che, nonostante diverse evidenti forzature di sceneggiatura e alcuni momenti WTF riesca comunque a funzionare, non è invece cosa che capita spesso. Squadra che vince non si cambia e, così, dopo aver collaborato nel discreto Unknown: Senza Identità, il regista spagnolo Jaume Collet-Serra e Liam Neeson sono tornati a lavorare insieme con questo Non-Stop. La storia è quella di uno sceriffo dell’aria, interpretato proprio dall’attore irlandese, devastato da problemi familiari e di alcolismo, che su un volo New York-Londra si ritrova oggetto delle attenzioni di un misterioso personaggio, che comunica con lui via messaggistica istantanea e che minaccia di uccidere qualcuno a bordo ogni 20 minuti. L’obiettivo? Farlo passare per un terrorista che sta dirottando l’aereo e uscirne puliti e con 150 milioni di dollari di riscatto in tasca. Nonostante le premesse facessero pensare a una baracconata senza arte né parte, come già accennato prima, Non-Stop riesce a tenere incollati alla poltrona per tutti i suoi 100 minuti di durata.

Merito di un regista che si inventa metodi originali per muoversi all’interno dell’aereo e ricorre a espedienti molto furbi (come la visualizzazione dei messaggi in sovraimpressione, tradotti nella lingua in cui il film è doppiato) per non essere obbligato a inquadrare continuamente cellulari e altri dispositivi elettronici. Il personaggio di Neeson è un parente molto prossimo del Bryan Mills di Taken e dimostra quanto l’attore irlandese sia ormai una action star vera e propria. Interpretazione molto di maniera invece per Julianne Moore, probabilmente il volto più noto di un cast che comprende parecchie facce televisive (Michelle Dockery di Downtown Abbey, Corey Stoll di House of Cards, per citarne un paio) e una Lupita Nyong’o in un ruolo davvero marginale, nonostante il film sia stato girato dopo 12 Anni Schiavo. Compare anche l’italiano Edoardo Costa, che nonostante la condanna per truffa che ha ricevuto dalle nostre parti continua bellamente a recitare all’estero. Mah! Come già all’inizio, la sceneggiatura chiede di ricorrere spesso e volentieri alla sospensione dell’incredulità, soprattutto nel finale, dove parte un pippone psico-politico francamente insensato, ma tutto è cosi ben girato, montato e interpretato che ci si chiude un occhio. Se amate il genere, Non-Stop è una delle migliori proposte in ambito thriller di questo 2014.

Piccola nota a margine: il film è uscito al cinema durante la settimana della Festa del Cinema. La cosa assurda è che non compariva in nessuna lista delle uscite,  non ho mai visto né trailer in sala né locandine e nessuno dei maggiori siti del settore (BadTaste, ScreenWeek, etc) lo ha recensito. L’ho scoperto per caso guardando quali film fossero proiettati nel mio cinema di fiducia. Misteri della distribuzione.

M-Review: Jack Ryan: L’Iniziazione

JackRyanPoster

Il personaggio di Jack Ryan, creato dalla penna di Tom Clancy, ha cambiato volto quasi quanto James Bond durante i suoi trascorsi cinematografici: un film per Alec Baldwin, due per Harrison Ford e uno per Ben Affleck, tutti solidi e di buon successo. Era inevitabile che, in un’epoca di reboot, non fosse anche lui oggetto della stessa sorte. Dopo essere diventato il nuovo Capitano Kirk, Chris Pine è stato preso per vestire i panni dell’agente della CIA che, in questa nuova storia, comincia la sua carriera spionistica nel periodo dell’11 settembre e, una decina di anni più tardi, si ritrova a dover affrontare un pericolo proveniente dalla Russia, che minaccia l’ordine attraverso spietate operazioni in ambito finanziario. Il successo di Star Trek ha spinto Paramount a seguire la stessa trafila anche con un’altra delle sue property più valide, scegliendo Kenneth Branagh sia dietro che davanti alla macchina da presa (nei panni del cattivo) e inserendo nel cast due volti noti come quelli di Keira Knightley e Kevin Costner.

Il maggior difetto di Jack Ryan: L’Iniziazione è che si tratta di un film senza infamia e senza lode, che intrattiene per un paio d’ore, ma non ha nulla che lo renda particolarmente memorabile. Chris Pine se la cava discretamente bene, è abbastanza scavezzacollo come il suo quasi coetaneo, all’epoca, Ben Affleck e riesce a conferire al personaggio quell’aria da persona normale che lo ha da sempre caratterizzato. Costner ha più senso come mentore che come action hero (di recente ho avuto modo di vedere anche 3 Days to Kill, prodotto da Besson, ancora inedito qua da noi, davvero da mani nei capelli), mentre la Knightley, col suo inusuale accento americano, risulta addirittura meno antipatica del solito. Branagh dirige con piglio sicuro e se la cava anche nel ruolo del villain. Un paio di scene carine ci sono, ma il problema è che lo script è talmente lineare e prevedibile nel suo svolgimento, senza colpi di scena o capovolgimenti di fronte che, come detto inizialmente, lo rendono un compitino ben realizzato ma che non lascia nulla. Nemmeno il botteghino USA lo ha premiato, tanto che l’uscita al cinema in Italia, prevista inizialmente per Gennaio e poi per Marzo, è stata annullata, per farlo uscire in home video la scorsa settimana. Scelta alquanto discutibile, lasciatemi affermare, considerate certe porcate che arrivano sul grande schermo.

Videogiochi, il sesso è ancora tabù (da Wired.it).

MassEffect

I videogiochi vengono ancora visti da molti semplicemente come un prodotto per bambini o per adolescenti. Quante volte ci è capitato di sentirci dire cose del tenore diMa perdi ancora tempo a giocare?” o “Sempre lì a giocare. Cresci un po’”. Cose che non succedono, invece, quando si decide di andare al cinema o si è davanti alla TV per guardarsi l’ultimo episodio di una serie. Quali sono le componenti che rendono più “adulto” un videogioco e che non mancano assolutamente nella settima arte?

Se volete leggere il resto dell’articolo, lo trovate su Wired.it all’indirizzo: http://www.wired.it/gadget/videogiochi/2014/05/02/videogiochi-sesso-tabu/.

Anteprima: Beyond: Due Anime (da Wired.it)

Beyond

La nuova generazione di console è alle porte, con PlayStation 4 e Xbox ONE pronte ad arrivare a fine anno. Ma, nonostante questo, l’attuale generazione ha ancora moltissimo da dire. Sono davvero tanti i titoli interessanti che giungeranno nei negozi durante i prossimi mesi, da GTA V a Gran Turismo 6, passando per l’edizione 2014 di PES, che usciranno ancora soltanto su PlayStation 3 e Xbox360…

Se volete leggere il resto dell’articolo, lo trovate su Wired.it all’indirizzo: http://gadget.wired.it/news/videogiochi/2013/08/07/beyond-due-anime-anteprima-quantic-dream-heavy-rain-547473.html.

V-Review: Deadpool (da Fuorigio.co)

Deadpool

I giochi su licenza Marvel usciti negli ultimi anni non hanno mai particolarmente brillato. Quasi sempre tie-in del film in uscita in quel periodo, non hanno mai convinto più di tanto, sia dal punto di vista dell’atmosfera che da quello del gameplay. Activision ha deciso di provare un’altra strada, optando per un personaggio dal carisma superiore, lontano dalle trasposizioni cinematografiche…

Se volete leggere il resto dell’articolo, lo trovate su Fuorigio.co all’indirizzo: http://fuorigio.co/2013/07/recensioni/deadpool-ps3/8915/

Videogiochi, quando trailer e screenshot sono poco realistici (da Wired.it)

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Videogiochi e cinema si assomigliano sempre di più in diversi elementi, a partire dal budget fino al modo in cui vengono venduti e promossi al grande pubblico. Se una volta bastavano semplici screenshot di gioco, magari leggermente ritoccati, e trailer che riflettevano momenti in cui il giocatore si trovava poi direttamente coinvolto, da qualche tempo a questa parte sono la spettacolarità e il cosiddetto punch emozionale a dover emergere a tutti i costi, proprio come accade con i trailer cinematografici. Non che sia un male, ma è la dimostrazione delle distanze siderali esistenti tra chi sviluppa un videogioco e le divisioni marketing delle stesse aziende sviluppatrici o dei publisher. Vendere è importantissimo…

Se volete leggere il resto dell’articolo, lo trovate su Wired.it all’indirizzo: http://gadget.wired.it/news/videogiochi/2013/05/08/videogiochi-trailer-marketing-3275819.html.

M-Review: Hitchcock

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Verso la fine del 2012 sono usciti ben due film in cui la figura di Alfred Hitchcock riveste un ruolo centrale. Il primo, The Girl, è stato realizzato dalla HBO, quindi per il mercato televisivo, mentre il secondo è Hitchcock, oggetto di questa recensione, che esce in Italia ben cinque mesi dopo la poco fruttuosa release americana. Un film che, ad essere proprio onesti e sinceri, avrebbe potuto evitarsi l’uscita in sala, nonostante il cast di peso, per passare direttamente su uno dei prestigiosi canali via cavo americani. Non è un brutto film, intendiamoci, ma non è esattamente quel tipo di pellicola per cui si è spinti a spendere qualche Euro per vederselo al cinema. Il film di Sacha Gervasi, sceneggiatore di The Terminal, è tratto da un libro uscito qualche anno fa ed è incentrato sul rapporto tra il celebre regista e la moglie Alma Reville e tutti i problemi che hanno dovuto affrontare durante le riprese di Psycho (tra l’altro, da qualche settimana è cominciata Bates Motel, serie TV che riprende il personaggio di Norman Bates rivisitandolo in chiave moderna).

La pellicola è assoluto dominio della coppia di protagonisti: un Anthony Hopkins truccato in maniera tale da essere il sosia spiccicato del maestro (e va segnalato anche l’ottimo lavoro sulla voce, in versione originale) e una Helen Mirren sempre posata ed elegante. Il resto del cast, come anticipato prima, presenta svariati nomi di un certo spessore, che hanno però parti piuttosto brevi: da una Scarlett Johansson tremendamente sexy nei panni di Janet Leigh a una Jessica Biel trasformata in Vera Miles, passando per Toni Collette, Michael Wincott, Danny Huston e molti altri. Il maggior problema di Hitchcock è che non è né carne né pesce e non si capisce se l’intento dei creatori sia stato quello di mettere in scena qualcosa di tendente alla commedia o quello di analizzare realmente il rapporto tra i due coniugi. Quel che è sicuro è che la regia priva di personalità di Sacha Gervasi (che comunque un merito nella vita ce l’ha, quello di aver messo incinta Geri Halliwell) fa perdere diversi punti al film, portando al giudizio di cui sopra. Una pellicola che, per quanto ampiamente sufficiente, rappresenta anche, per il sottoscritto, una grossa occasione mancata.

M-Review: Broken City

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Per cominciare, una piccola curiosità: questo film ha la bellezza, secondo i credits su IMDB (ma lo noterete anche osservando i titoli di coda), di 21 produttori. Il budget, stranamente, è inferiore ai 40 milioni di dollari e non è che sia un male, anzi, ma analizzato assieme al dato di cui sopra, non fa presagire buone cose. Dopo averlo visto, comunque, non si può dire che Broken City sia un brutto film, ma soltanto una gigantesca occasione sprecata. Perché quando disponi di un cast con gente come Russell Crowe, Mark Wahlberg e Catherine Zeta-Jones nei ruoli principali e svariati volti noti come Barry Pepper, Griffin Dunne, Kyle Chandler e Jeffrey Wright in quelli di contorno e ciò che riesci a tirare fuori è una pellicola da seconda serata sfigata su Italia 1, forse è meglio farsi qualche domanda. Il problema del film di Allen Hughes, alla sua prima regia in solitaria senza il fratello Albert, è il suo essere davvero ordinario, oltre a non fornire particolari emozioni, compiendo una serie di peccati davvero mortali.

La storia è quella di un ex-poliziotto che, riciclatosi investigatore privato, viene assoldato dal sindaco di New York in periodo pre-elettorale per seguire la moglie fedifraga. Inutile dire che il tradimento non è altro che la punta dell’iceberg di una vicenda con qualche colpo di scena (molto prevedibile, state tranquilli) che metterà a dura prova le persone coinvolte. Nessun membro del cast si impegna più di tanto, in primis i due protagonisti. Sia Crowe che Wahlberg, infatti, si limitano a portare a casa la pagnotta, come tutti gli altri. Aggiungiamoci una regia senza particolari guizzi e una sceneggiatura poco brillante e potete capire a cosa ci troviamo davanti. Il problema è che non ci sono nemmeno difetti così grossi con cui potersela prendere. Broken City è un film che non si prende né rischi né topiche clamorose, ma per cui risulta difficile trovare elementi per consigliare o sconsigliare di vederlo. C’è di peggio in giro, ma anche tanto di meglio.