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M-Review: Spy

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Paul Feig è uno di quei registi che forse non diventerà mai così famoso come tanti suoi colleghi, ma è ormai diventato un nume tutelare, dopo Le Amiche della Sposa, del genere commedia. Spy è allo stesso tempo un omaggio ai film di James Bond e a quelli d’azione in generale, ma allo stesso tempo una commedia davvero divertente, con tempi comici estremamente azzeccati, situazioni esilaranti e una regia davvero di prim’ordine. Melissa McCarthy, al suo terzo film con Feig (e un quarto in arrivo, il reboot di Ghostbusters) interpreta un’agente della CIA un po’ sui generis, che ha passato la sua intera carriera a fare da occhi/orecchie dalla sua scrivania agli operativi in missione sul campo. Quando uno di loro, Bradley Fine (Jude Law), suo amore segreto, viene ucciso da una pericolosa terrorista bulgara (Rose Byrne), la donna riesce a convincere i suoi superiori a farsi mandare in missione per sgominare la pericolosa minaccia.

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Quello che va chiarito fin da subito è che Spy non può essere considerato una parodia. Ha una trama che assomiglia tanto a quella di un qualsiasi spy-movie, ma sono i personaggi e i dialoghi a fare la differenza e a generare situazioni in cui l’azione si mischia con la commedia e scatena risate a profusione. La McCarthy è ovviamente una certezza, ma la vera sorpresa del film è Jason Statham, in un ruolo che è invece una vera e propria parodia di quelli che interpreta di solito, che fa sbellicare ogni volta che entra in scena. Ho letto che qualcuno paragonava il suo personaggio all’ispettore Clouseau e col senno di poi devo dire che il paragone è davvero azzeccato. La Byrne è una cattiva azzeccata, Bobby Cannavale non brilla particolarmente, mentre Jude Law è in puro James Bond-mode e viene quasi da chiedersi perché non è mai stato preso in considerazione per interpretare 007 (forse perché è ancora troppo giovane). Spy è una piacevolissima sorpresa per queste due/tre settimane di calma piatta cinematografica, in attesa delle nuove uscite importanti dalla settimana di Ferragosto in poi.

M-Review: Die Hard: Un Buon Giorno per Morire

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Ci sono personaggi entrati nella storia del cinema che, a un certo punto, dovrebbero essere lasciati stare e non più tirati in ballo in nessun modo. E’ giusto gli appassionati se ne ricordino nel modo migliore possibile. Quando Bruce Willis è tornato a interpretare il personaggio di John McClane, nel 2007, in Die Hard: Vivere o Morire, non potevo far altro che storcere il naso. Per carità, per quanto oltre il limite del ridicolo, il film era sicuramente piacevole da guardare, ma resta il fatto che scongelare questa icona degli action movie 12 anni dopo la sua ultima e memorabile apparizione cinematografica (il divertentissimo Die Hard: Duri a Morire), sia alquanto discutibile. Lo stesso vale per questo quinto episodio della serie, che marcava malissimo sin da quando è stato annunciato. La trama può essere riassunta in modo molto semplice: il buon John decide di recarsi a Mosca alla ricerca del figlio scomparso, per scoprire che il ragazzo ha deciso di seguire le orme del padre ed è un agente della CIA che sta seguendo una banda di criminali che vogliono portarsi a casa armi nucleari.

Diretto da quell’incapace di John Moore, regista che sembra la ruota di scorta che la 20th Century Fox usa quando non sa a chi far dirigere un film, Die Hard: Un Buon Giorno per Morire è un colpo al cuore per i fan del poliziotto interpretato da Bruce Willis. Botti concentrati all’inizio e alla fine, con tanta noia nel mezzo e la sensazione che qualche dirigente della major abbia fatto un po’ di spending review quando si trattava di mettere in piedi il film, cominciando dal cast. A parte Willis, il quasi debuttante Jai Courtney (che comunque un paio di cose grosse le ha fatte) e un paio di brevissime apparizioni di facce note, il resto è composto da misconosciuti volti provenienti dall’est europeo (anche il fattore gnocca è coperto, grazie alla bellissima Yuliya Snigir, peccato che a parte la scena vista nel trailer, successivamente sia sempre coperta dalla testa ai piedi). Poche ambientazioni, ritmo completamente traballante, regia poco ispirata, interpretazioni annoiate e all’insegna del “quando finiamo di girare?“. Questo ultimo Die Hard è un vero disastro, un film in cui i 92 milioni di $ spesi per mettere in scena il tutto non si vedono per niente in scena e una delusione per tutti quelli che ogni tanto mettono su il DVD di Trappola di Cristallo per vedersi gli action belli di una volta. John Moore e Skip Woods, andate a zappare i campi.

M-Review: Argo

Nella storia del cinema sono tanti gli attori che, nel corso della loro carriera, sono diventati registi di successo. Si pensi a Robert Redford, Warren Beatty e Clint Eastwood oppure, in tempi più recenti, a George Clooney e Peter Berg. Qualcuno, come quest’ultimo, sceglie di farsi vedere molto meno davanti alla macchina da presa, altri procedono in parallelo con la loro carriera da attore. Ben Affleck è uno di quei nomi che, nonostante abbia interpretato numerose pellicole abbastanza discutibili, da regista non ha praticamente sbagliato un film. Sia Gone Baby Gone che The Town, infatti, si sono rivelate ottime prove registiche e, siccome non c’è due senza tre, si può dire lo stesso per Argo. La pellicola è ispirata a una storia resa nota da un articolo pubblicato sul Wired americano alla fine degli anni ’90. All’inizio degli anni ’80 la CIA e i servizi segreti canadesi collaborarono per una missione che aveva come scopo quello di portare via dall’Iran rivoluzionario un gruppo di diplomatici americani. Per coprire tutto questo, viene inventata di sana pianta la produzione di un film di fantascienza intitolato Argo, da girare proprio in Iran. Una vicenda così assurda che pare uscita da una sceneggiatura, ma che è realmente accaduta e non aspettava altro se non l’essere raccontata al cinema.

Questa terza prova registica di Ben Affleck dimostra una crescita dietro la macchina da presa davvero invidiabile. L’attore/regista ha dichiarato di essersi ispirato ai film di inchiesta degli anni ’70, come Tutti gli Uomini del Presidente, per lo stile da conferire alla pellicola e il risultato è davvero fenomenale, visto che ci troviamo di fronte a un parente molto prossimo di quei film. Affleck, che è anche il protagonista, si comporta molto bene anche da attore, un po’ come tutto il resto del cast, in cui troviamo Bryan Cranston, Alan Arkin, John Goodman, un’irriconoscibile Clea DuVall, Tate Donovan, Victor Garber e molti altri. Ottima fotografia, montaggio frenetico che mantiene sempre alta la tensione e regia gestita con piglio sicuro sono alcuni dei tanti punti di forza del film, che si colloca meritatamente nella mia Top 3 personale del 2012. Fatevi del bene e correte a vederlo al cinema, non ve ne pentirete.