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M-Review: Sin City: Una Donna per Cui Uccidere

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C’è una regola non scritta che dice che i sequel realizzati a più di 5 anni dal precedente episodio hanno notevoli probabilità di fallire. Certo, ci sono eccezioni come Terminator 2 o Aliens, per citare le prime che mi vengono in mente, ma sono davvero rare. Il primo Sin City era uscito in un’era cinematografica totalmente diversa da quella attuale, in cui Marvel non aveva ancora creato il suo universo sul grande schermo, il Batman di Nolan doveva ancora uscire e gli adattamenti da fumetto erano spesso tentativi sbagliati dei vari studios di approcciarsi a un genere che non conoscevano. La collaborazione tra Robert Rodriguez e Frank Miller aveva, a suo modo, rivoluzionato il genere, visto che i due si erano praticamente limitati a girare pari pari in digitale le tavole create dal grande autore americano. Il film ebbe un notevole successo, tanto che il sequel venne annunciato quasi subito, ma la sua lavorazione veniva continuamente rimandata. E così il tempo passa, Marvel e Warner abituano il pubblico a comic-movie dallo stile completamente diverso e Sin City, come prevedibile, finisce nel dimenticatoio.

Il fatto che i primi trailer di Sin City: Una Donna per Cui Uccidere non avessero provocato le stesse reazioni esaltate di 9 anni prima era un segnale piuttosto evidente che il flop, almeno oltreoceano (visto che in Russia, paese da cui proviene buona parte del budget tra l’altro, e in altri paesi minori è andato bene), sarebbe stata l’unica conseguenza possibile. Perché, intendiamoci, non è che questo sequel sia un brutto film, ma semplicemente arriva fuori tempo massimo. Rodriguez e Miller si sono limitati a prendere altre storie della raccolta, alcune con personaggi già visti nel primo episodio (quella con Nancy-Jessica Alba e Hartigan-Bruce Willis, ad esempio), altre con un cast rinnovato: il problema è che sa tutto di già visto. A risollevare la situazione ci pensa l’episodio da cui il film prende il titolo, con una Eva Green in versione femme fatale davvero superlativa, affascinante e mortale, che utilizza il suo fascino e il suo incredibile sex appeal (sì, va detto, le sue tette sono protagoniste assolute e noi sentitamente ringraziamo). Va detto che se tutto questo seguito fosse stato incentrato su di lei, il film si sarebbe trasformato in un noir anni ’40 tremendamente d’atmosfera e la reazione sarebbe stata diversa. Se siete fan sfegatati del primo episodio, Sin City: Una Donna per Cui Uccidere vi piacerà molto, ma in caso contrario ringrazierete che il film duri soltanto poco più di un’ora e mezza. Mi ripeto, non è brutto, ma arriva fuori tempo massimo.

M-Review: Die Hard: Un Buon Giorno per Morire

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Ci sono personaggi entrati nella storia del cinema che, a un certo punto, dovrebbero essere lasciati stare e non più tirati in ballo in nessun modo. E’ giusto gli appassionati se ne ricordino nel modo migliore possibile. Quando Bruce Willis è tornato a interpretare il personaggio di John McClane, nel 2007, in Die Hard: Vivere o Morire, non potevo far altro che storcere il naso. Per carità, per quanto oltre il limite del ridicolo, il film era sicuramente piacevole da guardare, ma resta il fatto che scongelare questa icona degli action movie 12 anni dopo la sua ultima e memorabile apparizione cinematografica (il divertentissimo Die Hard: Duri a Morire), sia alquanto discutibile. Lo stesso vale per questo quinto episodio della serie, che marcava malissimo sin da quando è stato annunciato. La trama può essere riassunta in modo molto semplice: il buon John decide di recarsi a Mosca alla ricerca del figlio scomparso, per scoprire che il ragazzo ha deciso di seguire le orme del padre ed è un agente della CIA che sta seguendo una banda di criminali che vogliono portarsi a casa armi nucleari.

Diretto da quell’incapace di John Moore, regista che sembra la ruota di scorta che la 20th Century Fox usa quando non sa a chi far dirigere un film, Die Hard: Un Buon Giorno per Morire è un colpo al cuore per i fan del poliziotto interpretato da Bruce Willis. Botti concentrati all’inizio e alla fine, con tanta noia nel mezzo e la sensazione che qualche dirigente della major abbia fatto un po’ di spending review quando si trattava di mettere in piedi il film, cominciando dal cast. A parte Willis, il quasi debuttante Jai Courtney (che comunque un paio di cose grosse le ha fatte) e un paio di brevissime apparizioni di facce note, il resto è composto da misconosciuti volti provenienti dall’est europeo (anche il fattore gnocca è coperto, grazie alla bellissima Yuliya Snigir, peccato che a parte la scena vista nel trailer, successivamente sia sempre coperta dalla testa ai piedi). Poche ambientazioni, ritmo completamente traballante, regia poco ispirata, interpretazioni annoiate e all’insegna del “quando finiamo di girare?“. Questo ultimo Die Hard è un vero disastro, un film in cui i 92 milioni di $ spesi per mettere in scena il tutto non si vedono per niente in scena e una delusione per tutti quelli che ogni tanto mettono su il DVD di Trappola di Cristallo per vedersi gli action belli di una volta. John Moore e Skip Woods, andate a zappare i campi.

M-Review: Looper

Di Looper avevo già parlato qualche mese fa, in occasione dell’uscita del primo trailer. Anche in quel caso, come per diversi film di quest’anno, hype a manetta. Un’arma a doppio taglio, perché porta a caricarsi di aspettative che, spesso e volentieri, restano deluse. La pellicola di Rian Johnson, invece, non delude e, anzi, mostra pure alcune carte in più rispetto a quelle presentate inizialmente (tutta la seconda parte del film, infatti, non viene menzionata manco di striscio nel trailer, ma eviterò di spoilerare per non rovinarvi la sorpresa). Come già detto l’altra volta, i looper sono assassini che hanno il compito di uccidere bersagli provenienti dal futuro, dove è possibile, pur essendo illegale, viaggiare nel tempo, ricompensati con una serie di lingotti d’argento attaccati alla schiena della vittima. Il giovane Joe si ritrova ad affrontare un dilemma morale quando scopre di dover uccidere il sé stesso più anziano di circa 30 anni.

Aggiungete a questa intrigante premessa un’ambientazione futuristica plausibile, famiglie con poteri telecinetici, serial killer che portano lo stesso nome di un romanzo di John Grisham e gli ovvi paradossi temporali per capire che ci troviamo di fronte a un mix potenzialmente esplosivo, che può dare origine sia a un capolavoro che a una cagata pazzesca di fantozziana memoria. Fortunatamente, siamo più dalle parti del primo che della seconda, grazie a un ottimo lavoro del cast, in primis Joseph-Gordon Levitt e Bruce Willis, a una trama che regge nonostante qualche piccolissimo e inevitabile buco e a un crescendo finale che soddisfa tantissimo e chiude il film ancora meglio di come era iniziato. Looper è la dimostrazione che Rian Johnson merita di passare a pellicole con un budget più alto, ma in cui deve riuscire a mantenere la sua libertà creativa. Tenete d’occhio questo nome, perché ora ci ha regalato uno dei migliori film sci-fi dal 2000 in poi, in futuro chissà. Looper esce in Italia il 31 Gennaio e immagino che dopo aver letto questa recensione anche l’hype da parte vostra salirà a livelli inenarrabili. Ultraconsigliato.

Trailer: A Good Day to Die Hard

Sì, lo so, l’immagine qua sopra è un bieco tentativo di attirare l’attenzione anche di coloro che non sono interessati al tema di questo post, nonostante sia tratta dal teaser in questione. Il ritorno al cinema di John McClane e del suo “Yippie-Kay-Yay Motherfucker!” è sempre sentito piuttosto profondamente dagli amanti del cinema d’azione. Sono passati ben 25 anni da Trappola di Cristallo, uscito nel 1988, ma il poliziotto interpretato da Bruce Willis è sempre riuscito a intrattenere il pubblico, anche nei film meno azzeccati (checché se ne dica, Live Free or Die Hard è, IMHO, superiore a 58 Minuti per Morire, pellicola su cui continuo ad avere parecchi interrogativi a distanza di anni). A Good Day to Die Hard è il quinto episodio della serie, la cui uscita è prevista negli USA per il San Valentino del prossimo anno, mentre non si sa ancora nulla riguardo quella italiana.

Questa volta, il buon McClane si trova a volare in Russia alla ricerca del figlio, interpretato dal giovane attore australiano Jai Courtney, che si è cacciato nei guai. Il teaser ci offre esattamente quello che ci aspettiamo da un filmato promozionale di un film del genere. Esplosioni, belle donne (vedi sopra), qualche battuta di Bruce Willis, un paio di immagini del cattivo (Cole Hauser, da Pitch Black) e altro, tutto montato a “ritmo” di musica classica, sulla falsariga di quanto accaduto, se non ricordo male, con Duri a Morire. Nel cast ci sarà anche Mary Elizabeth Winstead, che aveva già interpretato la figlia del protagonista nel precedente film della serie. L’unica cosa che mi perplime al momento è la scelta del regista: dietro la macchina da presa c’è infatti John Moore, l’irlandese che ha diretto Behind Enemy Lines (urgh), Max Payne (groan), il remake di Omen (ahia) e Flight of the Phoenix (forse l’unico del lotto che si salva). Posso dire che non sarebbe stata la mia prima scelta, ma vedremo che saprà fare con un “classico” del genere action.