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M-Review: Maleficent

Maleficent

Per la Disney, quello delle favole live-action è l’ennesimo filone d’oro. L’immeritato successo planetario di Alice, diretto da un irriconoscibile Tim Burton e i buoni risultati del Grande e Potente Oz targato Raimi, hanno convinto la House of Mouse a rivisitare La Bella Addormentata nel Bosco, raccontando la popolare favola dagli occhi del suo villain. Scopriamo così che è stato un amore finito male, quello per il Re Stefano, a trasformare Malefica, la fata più potente della brughiera nella cattiva che tutti conosciamo, la responsabile dell’incantesimo che farà cadere la giovane principessa Aurora, al compimento del 16° anno di età, in un sonno simile alla morte. Senza svelare troppi dettagli, è questo l’antefatto alla base dei 100 minuti di Maleficent, che mantiene alcuni degli elementi più noti della fiaba, ma ne modifica altri, spesso piuttosto significativi. Una Angelina Jolie magnetica come in poche altre occasioni, sembra davvero nata per interpretare questo ruolo ed è forse una delle poche attrici a essere in grado di gestire il modo in cui il personaggio evolve nella storia.

La Jolie è, però, anche una delle poche cose positive del film, ancora più disastroso, se vogliamo dirla tutta, rispetto alle precedenti esperienze favolistiche di casa Disney. La scelta di affidare la regia al debuttante Robert Stromberg, esperto scenografo, ha pagato molto dal punto di vista delle ambientazioni e della direzione artistica, ma per il resto non convince molto. Anche la sceneggiatura, decisamente didascalica e piuttosto discutibile in alcuni passaggi, non gli dà una grossa mano. Il problema maggiore è che quelli che dovrebbero essere momenti di pathos, quelli più significativi della trama, vengono trattati con freddezza, mentre i colpi di scena sono telefonatissimi. Magari le intenzioni erano buone, ma questo non traspare affatto dalla messa in scena. Anche il cast, a parte la Jolie e Sam Riley, corvo trasformato in uomo e schiavo di Malefica, a cui però non viene dato molto spazio, non è proprio al meglio. Elle Fanning sembra perennemente fatta, Sharlto Copley è in modalità standard “cattivo” sin dal primo istante e le tre fatine (tra cui la mia amata Juno Temple), sia quando sono CG che live action sono a dir poco insopportabili. A quanto pare, però, il pubblico sta apprezzando molto Maleficent, che si preannuncia come uno dei maggiori successi dell’estate e come il miglior incasso di sempre per la Jolie. Come avrete capito, non ho assolutamente apprezzato il film: l’idea di base era buona, la tecnica è ovviamente sopraffina, ma l’esecuzione è davvero mediocre. Per me, è un no.

M-Review: Godzilla

GodzillaPoster

La stagione cinematografica estiva è ufficialmente cominciata con The Amazing Spider-Man 2 (che pur avendo incassato discretamente è ben lontano dalle previsioni iniziali, probabilmente perché è un film terribile) e si preannuncia ricca, forse pure troppo, di blockbuster pieni zeppi di effetti speciali. Il reboot di Godzilla targato Legendary/Warner è la seconda proposta di peso di questa stagione, che grazie a una campagna promozionale davvero azzeccata e trailer molto emozionali e d’atmosfera, è riuscita a suscitare un notevole interesse nel pubblico (come testimonia anche il primo weekend di uscita, estremamente superiore alle aspettative). C’è la storia di una famiglia distrutta, nel corso di 15 anni, da una serie di incidenti nucleari che fanno molto Fukushima: il capostipite (Bryan Cranston) è uno scienziato che perde la moglie durante una di queste tragedie e continua a sostenere, per tutto il tempo, che non siano dovute a problemi tecnici, ma a qualcosa di molto più pericoloso che il governo nipponico sta cercando di nascondere.

Che Gareth Edwards fosse un regista di talento lo si era capito dal suo Monsters, realizzato 4 anni fa con un budget ridottissimo ed effetti speciali fatti in casa con Adobe After Effects. La scelta della produzione di affidargli un film da 160 milioni di dollari ha fatto storcere il naso a molti, ma il risultato finale dà ragione a chi gli ha dato fiducia. Questa nuova versione di Godzilla è un monster-movie con una grande atmosfera, dai valori tecnici molto elevati e con sequenze che resteranno nella memoria degli spettatori, dal paracadutaggio dei soldati su una San Francisco distrutta dai mostri a ogni apparizione degli antagonisti MUTO, creature gigantesche e davvero terrificanti. Certo, su due ore di film, il tempo passato sullo schermo dal mostro titolare e dalle altre due creature non supera i 10 minuti, ma non è così fondamentale vederli combattere a lungo. E’ molto interessante vedere che c’è una trama dietro e nonostante Godzilla si veda relativamente poco, ne sia comunque il vero e indiscusso protagonista. Io l’ho definito lo Hulk di Ang Lee dei monster-movie ed è forse per questo che chi si aspettava qualcosa di simile a Pacific Rim, probabilmente ne resterà deluso. Ha i suoi difetti, sia chiaro, ma i pregi sono decisamente superiori. Andate a vederlo!

M-Review: Sole a Catinelle

Sole

Il successo di Checco Zalone è senza dubbio uno dei più meritati dell’ultimo decennio. Qualcuno lo definisce volgare e scurrile, qualcun altro prende in giro la sua comicità all’apparenza pecoreccia, ma in realtà il buon Luca Medici è molto più intelligente e geniale del 99% dei comici italiani. Dopo il grandissimo e inatteso successo di Che Bella Giornata, maggior incasso della storia del cinema italiano, c’erano aspettative altissime per un nuovo film. Sole a Catinelle, nel momento in cui scrivo, ha polverizzato i precedenti record di incassi nel primo weekend di programmazione, superando i 16 milioni di € in quattro giorni e diventando il primo incasso dell’anno in Italia. Ma di cosa parla il film? La storia è quella di Checco, venditore di aspirapolveri porta a porta che, senza soldi per colpa della crisi e in via di separazione dalla moglie, promette al figlioletto di portarlo in vacanza se avrà tutti 10 in pagella. Inutile dire che ciò avverrà e che tutto ciò darà vita a un’avventura esilarante in giro per il belpaese.

ll critico cinematografico che è in me deve far notare che, a livello di tematiche e di qualità delle battute, il film è nettamente superiore agli altri due interpretati dal comico barese. Zalone prende in giro con incredibile efficacia tutte le abitudini dell’italiano medio (e non solo) in materia di soldi, dileggiando tutto e tutti in barba al politically correct. Il piccolo Robert Dancs, ragazzino di origini rumene, che interpreta il figlio, è dannatamente bravo e anche il resto del cast, dove spicca un inedito Marco Paolini (sì, proprio lui, uno dei migliori attori teatrali italiani) nei panni di uno spietato industriale, composto perlopiù da nomi sconosciuti, è davvero di alto livello. A tutto questo fanno purtroppo da contraltare una regia quasi assente, una tecnica degna di una fiction di basso livello e una sceneggiatura che spesso e volentieri si perde nel nulla. Cado dalle Nubi era più film, questo è un insieme di gag e di battute che si susseguono alla velocità della luce e non ti lasciano tregua. A questo punto, però, il critico analitico lascia la parola allo spettatore, che vi dice che era da tempo che non si divertiva così al cinema. Non ridevo così tanto con un film da Johnny Stecchino e Il Mostro, entrambi di e con Roberto Benigni. Lo dico sinceramente, ci sono alcuni momenti in cui ho letteralmente rischiato di soffocare dal ridere e sono uscito dalla sala con un paio di risate in gola che hanno continuato a farmi ghignare fino al parcheggio. Che poi alla fine è questo che conta, perché le analisi sociologiche de noantri lasciano sempre il tempo che trovano: se volete divertirvi, sono soldi ben spesi, forse i meglio spesi dell’anno.

M-Review: Dredd 3D

Dredd

Come i grandi successi, anche i flop possono essere meritati o immeritati. Nell’anno appena terminato sono diversi i film che hanno fatto una brutta fine al botteghino. Pellicole come Battleship e John Carter si sono probabilmente meritate l’insuccesso, ma ci sono altri esempi, come Cloud Atlas, da poco recensito, che non si meritavano la gogna come è invece accaduto. Dredd 3D è un film che rientra pienamente in quest’ultima categoria. Già vedendo il trailer, mesi fa, avevo espresso le mie buone impressioni, pur manifestando qualche dubbio sul possibile successo del film. Ovviamente, come capita sempre, ci ho preso in pieno. 😀 La pellicola diretta da Pete Travis, regista del discreto Prospettive di un Delitto, riesce nell’arduo compito di riproporre ottimamente le atmosfere del fumetto, diversamente da quanto era capitato nel mediocre adattamento del 1995 con Sylvester Stallone. In questa storia, il Giudice si ritrova a dover affrontare la perfidissima Ma-Ma, trafficante e ideatrice di una nuova droga chiamata Slo-Mo, che a Mega-City One va per la maggiore.

Comincia così la scalata da parte di Dredd e della giovane recluta Anderson verso il covo della perfida madama, che si trova in cima a un palazzo pieno zeppo di drogati violenti e altri pericoli. Karl Urban, che non si toglie mai il casco, proprio come nel fumetto, è un Giudice Dredd piuttosto credibile, imperturbabile e dal tono monocorde, ma deciso. Visti gli scarsi risultati al botteghino, però, il film non riuscirà a lanciarlo nell’Olimpo degli action hero hollywoodiani. Un vero peccato, perché l’attore australiano si meriterebbe un successo da protagonista. Sorprende Lena Headey come cattiva, mentre Olivia Thirlby, specializzata in pellicole indipendenti e in ruoli totalmente diversi, pare sempre piuttosto fuori parte. Travis e lo sceneggiatore Alex Garland hanno tirato fuori un film in cui la violenza è decisamente esplicita e sempre al centro dell’azione e il sangue scorre abbondante, proprio quel che capita nel fumetto. La regia non è eccezionale, ma fa adeguatamente il suo dovere, mentre dal punto di vista tecnico, pur essendo costata soltanto 45 milioni di dollari, la pellicola fa decisamente la sua porca figura, grazie agli ottimi effetti speciali e agli elevati valori in campo. E’ lo scarso appeal del personaggio ad aver purtroppo sancito l’immeritato flop, visto che il film è uno dei migliori comic-book movie che mi sia capitato di vedere negli ultimi anni. Per me, promosso.

V-Review: Angry Birds Trilogy (PS3)

Nota bene: l’articolo è stato pubblicato Venerdì 7 Dicembre su Wired.it. Lo trovate anche all’indirizzo: http://gadget.wired.it/reviews/videogiochi/2012/12/07/angry-birds-trilogy-test-121234.html

Sono passati poco più di due anni e mezzo, quasi tre, dall’uscita su iOS di quello che è stato il più dirompente fenomeno videoludico degli ultimi anni. Nel corso di questo periodo, Angry Birds ha dato vita a numerosi sequel e spin-off (Angry Birds Star Wars è imminente, al momento in cui sto scrivendo), generando centinaia di milioni di download e uscendo sulla maggior parte delle piattaforme e dei device in grado di farlo girare. L’ultima generazione di console, Wii escluso, non aveva ancora ospitato i pennuti arrabbiati. Ed ecco quindi che (con un po’ di ritardo, va detto) Angry Birds giunge anche su PlayStation 3 e Xbox 360.

Sviluppato dai finlandesi di Housemarque (quelli del mitico Super Stardust) per conto dei loro connazionali di Rovio e pubblicato da Activision, Angry Birds Trilogy racchiude i primi tre giochi della serie, ossia l’originale Angry Birds, Angry Birds Seasons e Angry Birds Rio in un’unica soluzione, impacchettata e infiocchettata per sfruttare quanto più possibile le console in questione. Se ci avete già giocato su iOS o qualsiasi altro smartphone, computer o console portatile, non noterete grosse novità. Formula che vince, non si cambia e infatti il gioco è rimasto quello che già conosci. Le uniche modifiche riguardano, ovviamente, il sistema di controllo, adattato in maniera alquanto funzionale al pad di PlayStation 3 (ma che può sfruttare anche, purtroppo in maniera non eccelsa, il PlayStation Move).

Anche su console, bastano pochi secondi per essere catturati dal gioco e per non rendersi conto del tempo che passa. In Angry Birds Trilogy troverete tutti i livelli usciti nel corso del tempo su iOS e Android, con l’aggiunta di una ventina di nuovi livelli piuttosto difficili, affrontabili soltanto dopo aver superato i precedenti e che aumenteranno decisamente la già elevatissima longevità di gioco. Per sbloccare alcuni achievement, infatti, dovrai giocare più di 100 ore, una quantità di tempo che si può ormai raggiungere soltanto cimentandosi con alcuni GDR.

Angry Birds Trilogy soddisfa moltissimo anche dal punto di vista visivo. I livelli sono davvero spettacolari in HD, coloratissimi e ricchi di dettagli che non avevamo notato giocandoli sul piccolo schermo di uno smartphone o di un tablet. Anche le sequenze di intermezzo sparse per il gioco sono state migliorate, tanto che sembra di vedere un cartone animato in piena regola.

L’unica cosa a non convincere più di tanto di questo porting è il prezzo. 30 €, per una serie di giochi già visti ovunque e in tutte le salse, sembrano un po’ eccessivi, nonostante la longevità davvero elevata. Secondo il nostro modesto parere, avrebbe funzionato di più come download a 10 €. A parte questo, se volete giocare ad Angry Birds su grande schermo, spaparanzati in poltrona o sul divano di casa, Angry Birds Trilogy fa sicuramente al caso vostro.

M-Review: Biancaneve e il Cacciatore

Il grande successo di Alice in Wonderland ha portato le major hollywoodiane a investire pesantemente sulle trasposizioni cinematografiche delle fiabe più celebri, ovviamente in versione riveduta e corretta per piacere al pubblico attuale. Il 2012 è stato l’anno di Biancaneve, prima con la stranissima e surreale versione di Tarsem, una specie di pellicola di Bollywood in salsa hollywoodiana, poi con questa pellicola molto più dark e virata al fantasy. Variazioni sul tema rispetto alla fiaba originale ce ne sono, ma sono molto più leggere rispetto all’opera “rivale”. Il film diretto dall’esordiente Rupert Sanders può contare su un budget altissimo e su una messa in scena davvero sontuosa, oltre che su un cast di veri e propri pesi massimi.

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Se Charlize Theron, nei panni della cattivissima regina Ravenna (essì, “Tutti odiano Ravenna”, battuta che mi ha fatto sorridere un paio di volte), si dimostra sempre più affascinante e più brava, non si può dire lo stesso di una Kristen Stewart monoespressiva e perennemente scazzata in quelli della “più bella del reame” (con quella scucchia? Ma fatemi il piacere) e di un Chris Hemsworth che ha purtroppo la sfiga di sembrare sempre Thor in ogni film a cui partecipa. La scelta di sovrapporre i volti di attori come Bob Hoskins, Ian McShane e Ray Winstone, tanto per citare i più popolari, sul corpo di veri nani potrà far discutere, ma si rivela alquanto efficace, vista la caratura di chi recita. Il regista dirige con mano sicura, nonostante sia il suo primo lungometraggio, ma non è aiutato da una sceneggiatura che, come purtroppo norma nella maggior parte dei blockbuster hollywoodiani, ogni tanto si perde senza motivo. La pellicola merita comunque di essere vista ed è sicuramente la cosa migliore uscita nelle sale italiane finora in questa scarna estate cinematografica.

Trailer: Dredd

Non so a voi, ma a me il Dredd con Sylvester Stallone come protagonista, che risale ormai al lontano 1995, non dispiacque affatto. Diretto da un giovane Danny Cannon, che veniva dall’acclamato Young Americans e non aveva ancora rovinato il mondo delle serie TV dirigendo il pilot del CSI originale, il film era un prodotto muscoloso e ignorante, con un cast piuttosto valido (ricordo un efficace Armand Assante nei panni del cattivo e Diane Lane come alleata femminile del Giudice). Gli incassi non lo premiarono e il film rimase l’unico tentativo di trasposizione da fumetto con il vecchio Sly come protagonista. Arriva il 2012 e Lionsgate decide di realizzare un remake, che vede alla regia Pete Travis, già dietro alla macchina da presa nel sottovalutatissimo, IMHO, Prospettive di un Delitto.

Il Giudice è Karl Urban, attore australiano già visto come comprimario in una marea di film dell’ultimo decennio, dalla trilogia del Signore degli Anelli a Star Trek, passando per Doom, The Bourne Supremacy e l’ultimo Riddick. Questo, nelle intenzioni, dovrebbe essere il film utile a lanciarlo nell’olimpo delle action-star hollywoodiane, ma permettetemi di avere qualche dubbio. Per carità, dal trailer, la pellicola, costata molto poco per gli standard attuali (“soltanto” 45 milioni di $, per intenderci), non pare malaccio. Trovo però che il personaggio non abbia molto appeal sul pubblico, soprattutto dopo un’estate ricca di pesi massimi come gli Avengers, Spider-Man e Batman. Urban sembra fare il bene il suo lavoro e lo stesso vale per Olivia Thirlby (che riprende il ruolo interpretato da Diane Lane 17 anni fa) e Lena Headey, la regina Gorgo di 300, nei panni della cattiva. Il film uscirà negli USA il 21 Settembre e dovrebbe arrivare in Italia prima della fine dell’anno. Scopriremo quindi in Autunno se le mie previsioni si riveleranno vere o se ho preso un granchio colossale.

M-Review: John Carter

Parlare di John Carter non è affatto facile: da una parte perché si tratta di un film tecnicamente sontuoso, realizzato in modo pregevole e con un’incredibile cura per i dettagli, dall’altra perché è un progetto che, pur essendo stato scritto cronologicamente prima della fantascienza cinematografica degli ultimi 35 anni, arrivando così “tardi” pare un clone, pur non essendolo, dei maggiori successi del genere del periodo indicato. Il romanzo “Sotto le Lune di Marte” di Edgar Rice Burroughs, capostipite della fantascienza del 20° secolo risale infatti al 1917 e film come Star Wars o Avatar hanno pesantemente preso spunto, nelle loro storie, dalle pagine di questo libro. Negli ultimi 20 anni parecchi studios hanno provato a portare sul grande schermo la storia del confederato americano John Carter, che si ritrova improvvisamente catapultato su Marte/Barsoom, ma l’unica a riuscirci è stata la Disney, che ha stanziato un budget mastodontico, tra i 250 e i 275 milioni di dollari, per la realizzazione della pellicola. Si potrebbe poi dire che JC è il primo film live-action di casa Pixar, visto che il regista Andrew Stanton aveva diretto quel capolavoro assoluto di Wall*E, mentre lo sceneggiatore Mark Andrews aveva scritto diversi corti sempre per Lasseter e compagnia bella. Tutto perfetto sulla carta, quindi. Peccato che, come facilmente prevedibile, questa rischiosissima operazione cinematografica stia procedendo spedita verso il disastro.

Come già detto all’inizio, John Carter non è affatto un brutto film. Non ci si annoia mai, la tensione rimane sempre alta, gli effetti speciali sono praticamente perfetti e tutta la seconda parte è una sequenza spettacolare dietro l’altra, ma manca qualcosa. O meglio, ci sono cose che, come detto inizialmente, fanno storcere il naso e pensare “Ma dove ho già visto tutto questo?”. Stanton dirige con mano sicura, Taylor Kitsch è un valido protagonista e anche i comprimari, dalla bellissima Lynn Collins alla coppia di cattivi Mark Strong e Dominic West, passando per Ciaran Hinds e James Purefoy, se la cavano molto bene. Tutti si impegnano (a parte Michael Giacchino, la cui colonna sonora sa di già sentito), i personaggi in full CG (che in originale hanno le voci di Willem Dafoe, Samantha Morton e Thomas Haden Church, tanto per citarne qualcuna) sono davvero ben realizzati, la versione marziana del migliore amico dell’uomo, aka Woola, è semplicemente spassosa, però non c’è nulla che faccia dire che questa pellicola è imperdibile. L’errore della Disney è stato quello di aver stanziato un budget eccessivo per un film fuori tempo massimo, fallendo completamente poi sia nella scelta della data d’uscita (periodo natalizio o Estate sarebbero state una scelta migliore) che nel marketing. John Carter non è brutto, cosa che ripeto per l’ennesima volta, ma è anche una pellicola che, dopo la visione, rischia di essere facilmente dimenticata.

V-Review: Final Freeway 2R

Più o meno un anno e mezzo fa Final Freeway usciva su iOS. Un vero e proprio omaggio nei confronti di Out Run, che andava a riempire l’incredibile buco lasciato da Sega su AppStore. Nonostante abbia rieditato diversi suoi classici per i dispositivi Apple, il gigante giapponese ha (volutamente? casualmente?) lasciato da parte il suo mitico racing da sala giochi. E così, il buon Davide Pasca, programmatore italiano trapiantato in Giappone da diversi anni, veterano della game industry, ha approfittato di questa mancanza e ha realizzato un titolo molto ben confezionato, che ha venduto decisamente bene e ha generato anche uno spin-off molto particolare (se ricordate, ho parlato di Fit Freeway qualche tempo fa). Il pubblico chiedeva a gran voce un sequel e dopo l’interlocutorio Fractal Combat (scusami Davide, ma ho trovato quel gioco un mero esercizio di stile 😀 ), ecco arrivare Final Freeway 2R.

Il gameplay è sempre quello vincente a cui ci hanno abituato sia Out Run che il primo episodio, ma ci sono stati notevoli miglioramenti ai controlli, con diverse configurazioni disponibili che sfruttano sia il touch che l’accelerometro e si adattano quindi a ogni possibile gusto. La grafica è molto più pulita, molto 16-bit (se il primo sembrava uscire dritto da un Master System, questo pare un titolo per Mega Drive 😀 ) e ricca di dettagli e tocchi di classe inseriti dal buon Pasca e dai suoi collaboratori. Anche la colonna sonora, targata Simone Cicconi, risulta più indovinata e meno derivativa di quella del primo episodio, ma va ricordato che c’è anche la possibilità di poter usare come sottofondo musicale le canzoni che avete caricato sul vostro device iOS. Inutile dire che Final Freeway 2R è un acquisto straconsigliato se vi piacciono gli arcade di guida, se siete nostalgici anni ’90 e se avete apprezzato il primo FF. L’applicazione è universale (iPhone/iPad), costa solo 0,79 € e, almeno per me, da fan del genere, è un must. La versione Android è in fase di sviluppo e arriverà appena è pronta. Non mi rimane quindi altro che augurarvi buon divertimento. :)