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M-Review: The Lobster

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Negli ultimi anni, da quando mi sono spostato a lavorare a Milano, la rassegna Cannes e Dintorni mi ha dato la possibilità di vedere in anteprima diversi film, come Drive, Amour, The Congress e altri, qualche settimana dopo la loro presentazione sulla Croisette. Quest’anno è toccato a The Lobster, prima opera in inglese del regista greco Yorgos Lantimos, che per questo suo film è riuscito a mettere insieme un cast davvero pazzesco, con nomi del calibro di Colin Farrell, Rachel Weisz, John C. Reilly, Ben Whishaw e Léa Seydoux. Una storia distopica, girata nella verde e fredda Irlanda, ambientata in un futuro prossimo abbastanza desolante. Il protagonista si chiama David ed è un architetto imbolsito e dall’umore grigio, che dopo essere stato lasciato dalla moglie, viene portato in una struttura alberghiera isolata da tutto e tutti, dove ha 45 giorni per trovare una nuova compagna, pena la trasformazione in un animale a sua scelta. Un mondo in cui essere single porta a essere considerati inutili e in cui diventare animali è considerata quasi una seconda possibilità.

Lento e angosciante, il film di Lantimos è una satira ferocissima su alcuni usi e costumi della modernità, soprattutto quelli legati al dating e alla vita di coppia, come è facile immaginare. L’ossessione nel dover necessariamente trovare qualcosa in comune per poter creare una relazione, i single che non vogliono essere trasformati in animali che vivono isolati nella foresta e non possono nemmeno sfiorare un altro essere umano (pena punizione dolorosissima), gli ospiti dell’hotel che vengono mandati a fare battute di caccia di solitari e in base a quanti sono in grado di catturarne vengono premiati con qualche giorno in più per poter trovare l’anima gemella, e così via. The Lobster funziona benissimo nella prima parte, quella ambientata nell’hotel, mentre si sfilaccia un pochino nella seconda, quella in cui vediamo nascere la love story tra il personaggio di Farrell e la miope e radiosa Rachel Weisz, osteggiati da una Léa Seydoux a capo dei “solitari“, che porterà la storia a chiudersi in modo tragico e alquanto angoscioso. Nonostante la lentezza, i numerosi silenzi, i dialoghi asciutti e quasi meccanici, The Lobster cattura lo spettatore e lo porta con sé fino alla fine, lasciandolo spesso interdetto e con la voglia di vedere ben oltre quel che succede sullo schermo. Se mai dovesse uscire al cinema in Italia, andate a vederlo perché si tratta di qualcosa di unico e irripetibile.

M-Review: Cloud Atlas

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Nonostante sia dai tempi del primo Matrix che non ne azzeccano una al botteghino, ritengo che i Wachowski siano tra i talenti più puri di Hollywood, tra i pochi che ci provano e rischiano a ogni film che realizzano. Speed Racer, per esempio, è una pellicola che osava molto, ma che in pochi sono riusciti ad apprezzare. Cloud Atlas, diretto assieme al tedesco Tom Tykwer (Lola Corre), è un progetto incredibilmente ambizioso, una messa in scena dell’omonimo romanzo scritto da David Mitchell, secondo molti impossibile da portare sul grande schermo. Si tratta infatti di un insieme di storie interconnesse l’una con l’altra, ambientate tra il 1849 e un 2321 post-apocalittico, in cui le azioni dei singoli protagonisti impattano su quanto accade nel passato, nel presente e nel futuro. Il tutto, ovviamente, non è narrato in ordine cronologico, ma si salta di palo in frasca da una storia all’altra, per cui risulta fondamentale stare molto attenti a quanto viene narrato per non perdersi nemmeno un passaggio. Un progetto così rischioso che il film è stato finanziato in modo indipendente con circa 100 milioni di dollari, provenienti dalla Germania, dove sono state girate tutte le scene in studio (nei Babelsberg Studios a Berlino).

I Wachowski e Tykwer si sono assicurati un cast davvero di pregio, guidato da Tom Hanks e Halle Berry, che sono affiancati da nomi del calibro di Hugh Grant, Hugo Weaving, Susan Sarandon, Jim Broadbent, Ben Whishaw, Jim Sturgess e Keith David. La peculiarità del film sta nel fatto che ogni attore interpreta almeno cinque personaggi, spesso radicalmente diversi l’uno dall’altro e, in un paio di casi, anche di sesso differente (in una delle storie, l’ex-agente Smith interpreta un’infermiera). C’è poco da fare, si tratta di una pellicola davvero difficile e apprezzabile soltanto da un pubblico piuttosto ristretto. Il cast se la cava alla grande, la regia e la realizzazione tecnica sono davvero di altissimo livello. Dopo averlo visto, però, è facile capire perché abbia floppato sonoramente negli USA: non è un film che possono vedere tutti, sul serio. Anzi, molti usciranno dalle sale tremendamente confusi e con l’impressione di aver visto qualcosa di privo di senso. Beh, non è così. Se amate il cinema, Cloud Atlas rischia senza dubbio di essere uno dei film migliori del 2013 (la pellicola arriverà qui in sala a Gennaio). Per me non è il miglior film dell’anno, ma poco ci manca.