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M-Review: Terminator Genisys

GenisysPoster

Terminator è una di quelle proprietà intellettuali che, nonostante abbia ormai tre decenni sul groppone, ha ancora molto da dire. Certo, due film come quelli di James Cameron, con un sequel migliore del primo episodio, secondo i puristi non avrebbero dovuto avere alcuna continuazione, ma ci sono così tante storie da raccontare che a Hollywood ogni tanto resuscitano quei personaggi nella speranza di dare il via a una nuova saga. Terminator Genisys è senza dubbio il miglior Terminator cinematografico dal 1992 a oggi (The Sarah Connor Chronicles, la serie TV, era un prodotto davvero pregevole, ma è uscita in un momento sfavorevole per quel tipo di serialità), purtroppo non per meriti propri, ma per demeriti altrui. La trama, che grazie ai trailer dovreste conoscere già tutti, riprende quella del primo Terminator, con Kyle Reese inviato dal futuro nel 1984 per salvare Sarah Connor, solo che questa volta ci sono già un T-800 (che ha protetto la donna dagli anni ’70 in poi) e un T-1000 ancora più spietato di quello che conosciamo e molto altro ancora. La timeline è cambiata, Sarah non è più la donna impaurita che avevamo conosciuto nell’originale, ma un personaggio forte, a cui hanno ucciso i genitori da piccola, che vuole ribellarsi al futuro che sembra essere costretta ad avere.

Emilia

Le idee non mancano e alcune sono anche interessanti, ma è il modo in cui sono messe insieme a essere completamente sbagliato. Perché per un T-800 buono che può invecchiare, cosa che fornisce a Schwarzy la possibilità di dare vita alla sua miglior performance recitativa da quando è tornato a fare l’attore, ci sono altre cose, che non dettaglierò per evitare spoiler, da mani nei capelli. Al suo secondo film ad altissimo budget dopo Thor: The Dark World (e qualche episodio di Game of Thrones), Alan Taylor continua a dimostrare di essere solo un valido mestierante, ma di non avere nulla di distintivo nel suo stile in grado di differenziarlo da tanti dei registi di grido a Hollywood in questo periodo. Il vero errore di questo film è il cast: a parte Schwarzy, gli altri tre protagonisti sono fuori parte, dal primo all’ultimo. Emilia Clarke non c’entra proprio nulla con Sarah Connor (resta sempre bella puccettosa come sei, avrai sempre il mio amore), Jai Courtney tenta di imitare, anche a livello vocale, Michael Biehn ma non ci riesce e Jason Clarke è un villain troppo generico per apparire minaccioso. Ma nonostante questo pot-pourri di cose che non funzionano, Terminator Genisys riesce a essere divertente, a intrattenere dall’inizio alla fine e non avere mai un momento di noia. Come questo sia possibile è un mistero, però così vanno le cose. Il film doveva essere il primo di una trilogia, ma visti gli incassi decisamente sotto le aspettative, rischia di non avere futuro. E’ un peccato, perché personalmente sarei proprio curioso di vedere cosa avevano in mente gli sceneggiatori.

M-Review: The Lobster

TheLobster

Negli ultimi anni, da quando mi sono spostato a lavorare a Milano, la rassegna Cannes e Dintorni mi ha dato la possibilità di vedere in anteprima diversi film, come Drive, Amour, The Congress e altri, qualche settimana dopo la loro presentazione sulla Croisette. Quest’anno è toccato a The Lobster, prima opera in inglese del regista greco Yorgos Lantimos, che per questo suo film è riuscito a mettere insieme un cast davvero pazzesco, con nomi del calibro di Colin Farrell, Rachel Weisz, John C. Reilly, Ben Whishaw e Léa Seydoux. Una storia distopica, girata nella verde e fredda Irlanda, ambientata in un futuro prossimo abbastanza desolante. Il protagonista si chiama David ed è un architetto imbolsito e dall’umore grigio, che dopo essere stato lasciato dalla moglie, viene portato in una struttura alberghiera isolata da tutto e tutti, dove ha 45 giorni per trovare una nuova compagna, pena la trasformazione in un animale a sua scelta. Un mondo in cui essere single porta a essere considerati inutili e in cui diventare animali è considerata quasi una seconda possibilità.

Lento e angosciante, il film di Lantimos è una satira ferocissima su alcuni usi e costumi della modernità, soprattutto quelli legati al dating e alla vita di coppia, come è facile immaginare. L’ossessione nel dover necessariamente trovare qualcosa in comune per poter creare una relazione, i single che non vogliono essere trasformati in animali che vivono isolati nella foresta e non possono nemmeno sfiorare un altro essere umano (pena punizione dolorosissima), gli ospiti dell’hotel che vengono mandati a fare battute di caccia di solitari e in base a quanti sono in grado di catturarne vengono premiati con qualche giorno in più per poter trovare l’anima gemella, e così via. The Lobster funziona benissimo nella prima parte, quella ambientata nell’hotel, mentre si sfilaccia un pochino nella seconda, quella in cui vediamo nascere la love story tra il personaggio di Farrell e la miope e radiosa Rachel Weisz, osteggiati da una Léa Seydoux a capo dei “solitari“, che porterà la storia a chiudersi in modo tragico e alquanto angoscioso. Nonostante la lentezza, i numerosi silenzi, i dialoghi asciutti e quasi meccanici, The Lobster cattura lo spettatore e lo porta con sé fino alla fine, lasciandolo spesso interdetto e con la voglia di vedere ben oltre quel che succede sullo schermo. Se mai dovesse uscire al cinema in Italia, andate a vederlo perché si tratta di qualcosa di unico e irripetibile.

M-Review: Il Racconto dei Racconti

TaleOfTales

Che il 2015 sia l’anno in cui il cinema italiano torna a farsi sentire con veemenza anche al di fuori dai propri confini? Il Racconto dei Racconti è un film che non ti aspetteresti di veder arrivare dallo stivale (tanto che è stato finanziato quasi totalmente con capitali esteri), visto che si tratta di un fantasy girato in inglese con un cast davvero ricco, degno di una produzione americana. Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones e John C. Reilly sono i protagonisti di questo adattamento di tre favole di Giambattista Basile, scrittore napoletano del ‘600, che hanno tutte a che fare, nonostante la presenza di draghi, pulci giganti, orchi e sortilegi, con l’amore, anche se nelle sue forme più malate. La napoletanità è forse l’unico elemento in comune tra questo film e le due precedenti opere del regista Matteo Garrone, cioè Gomorra e Reality, visto che per il resto ci troviamo di fronte a un lavoro a metà tra Pasolini e Fellini, dal respiro poetico e con ambientazioni che mozzano il fiato per la loro bellezza (ma che luoghi pazzeschi che abbiamo in Italia!).

Dodici milioni di Euro di budget possono sembrare tanti per la media del cinema italiano, ma per un genere come il fantasy non sono una cifra così elevata (per fare un paragone, sono il costo di un episodio e mezzo di Game of Thones). Se il film risulta soddisfacente dal punto di vista della storia, anche se con qualche lungaggine di troppo e alcuni momenti piuttosto confusi e incomprensibili, dal punto di vista tecnico i limiti di budget sono chiari ed evidenti. Nonostante la fotografia sia del maestro Peter Suschitzky, collaboratore storico di David Cronenberg, il film sembra purtroppo girato come una fiction: la camera è sempre troppo stretta, probabilmente per non essere costretti a modificare in digitale tutto quanto accade attorno. E anche gli effetti visivi sono un po’ posticci, in primis la pulce di cui si parlava all’inizio e la fuga dall’orco nel finale. Ma nonostante questi difetti, c’è un cast che se la cava davvero bene, con la Hayek in stato di grazia e la giovane debuttante Bebe Cave a fare la parte del leone. Nel complesso, si tratta di un film che merita di essere visto, se non altro per dare coraggio ai produttori italiani e fargli capire che anche da noi c’è spazio per prodotti di genere come questo. Bravo Garrone, bravi tutti.

M-Review: Cenerentola

Cenerentola

Le favole sono da sempre parte dell’immaginario di grandi e piccini e da quando Disney ha capito che, dopo anni di meravigliosi capolavori dell’animazione, avrebbe potuto sfruttarle anche al cinema con attori in carne e ossa, si è buttata a capofitto su questo nuovo filone. Visti i risultati di prodotti come Alice e Maleficent, lo slogan “Ti piace vincere facile?” rende perfettamente il pensiero che attraversa la mente dei dirigenti della House of Mouse tutte le volte che danno il via libera a film come questi (il fatto che nei prossimi due anni, in questo periodo dell’anno, vedremo Il Libro della Giungla e La Bella e la Bestia, ne è la dimostrazione). Questa Cenerentola è la fiaba che tutti abbiamo imparato a conoscere da bambini, senza voli pindarici o riletture moderne: ci sono la ragazza di buona famiglia bella e pura, la matrigna e le due sorellastre che la vessano, il principe che ne rimane folgorato, la sbadata fata madrina, la zucca che diventa carrozza, il ballo e la scarpetta di cristallo.

Kenneth Branagh si trova tremendamente a suo agio quando può dirigere film in costume, molto più che quando si deve impegnare con ambientazioni moderne. E dal punto di vista visivo, Cenerentola funziona perfettamente: la messa in scena è davvero uno spettacolo per gli occhi, grazie soprattutto all’accoppiata costumi/scenografie (Dante Ferretti uber alles), e ad effetti speciali non eccessivi che fanno adeguatamente il loro lavoro. Quello che non funziona, almeno dal mio punto di vista, è tutto il resto. La protagonista Lily James è molto bella, ma il suo sorriso perenne dopo un po’ sembra una paresi, la matrigna cattiva Cate Blanchett dimostra di divertirsi da matta in queste vesti, mentre il resto del cast porta a casa la pagnotta con garbo e professionalità. Ma se Alice e Maleficent, con tutta la loro sfilza di difetti, avevano almeno provato a rivisitare la favola originaria introducendo nuovi elementi e punti di vista diversi, Cenerentola dimostra quanto restare fedeli all’originale (concentrando le modifiche su elementi inutili) renda evidente il peso del tempo sulla favola di Perrault. Per quanto non ci sia una scena più lunga del dovuto e tutto sembri montato con precisione quasi chirurgica, l’eccessiva stucchevolezza e la banalità di molti passaggi fanno spuntare la noia molto presto. Poi, per carità, se siete donne, di qualsiasi età, vi emozionerete e uscirete dal cinema col cuore pieno di gioia (alla proiezione in cui l’ho visto io, il pubblico era composto quasi totalmente da nonne, madri, nipoti e figlie, che hanno tutte applaudito alla fine), ma io, che adoro indistintamente tutti i vecchi film di animazione Disney, ho trovato questa versione live action addirittura peggiore degli esempi sopracitati. Lasciate che siano le vostre donne ad andarlo a vedere, fidatevi, voi state a casa o guardatevi qualcos’altro.

M-Review: Focus: Niente è Come Sembra

Focus

Niente è come sembra“. Questo è uno dei rari casi in cui il sottotitolo fornito dalla distribuzione italiana comunica molto sia sulla sceneggiatura che sul film in sé. Perché uno dei maggiori pregi, ma allo stesso tempo dei grossi difetti, di Focus è quello di sembrare inizialmente un certo tipo di film, per poi tramutarsi in qualcosa di abbastanza diverso. Una schizofrenia che non aiuta l’ultima regia del duo Ficarra/Requa, che abbiamo imparato a conoscere con validi lavori del calibro di Crazy Stupid Love e I Love You, Philip Morris. Questa storia di ladri e truffatori, con Will Smith nel ruolo di protagonista e mentore e quella gnocca atomica (scusate il francesismo) di Margot Robbie nei panni della giovane desiderosa di imparare, mostra un’estetica e un’eleganza degne di un film europeo, ambientazioni atipiche (New Orleans, Buenos Aires) che fanno pendant con la raffinatezza dello stile.

Dall’altra parte, però, ci sono anche una sceneggiatura che per cercare il colpo di scena a effetto va a spatasciarsi più volte contro il muro, ma soprattutto il fatto che l’aspetto romantico della storia prenda inevitabilmente il sopravvento su tutto il resto. Certo, le donne adoreranno tutta questa parte della storia, ma a me non è affatto piaciuta, perché distoglie l’attenzione da tutto quello che era legato ai furti e alle truffe, inevitabilmente la parte più divertente e coinvolgente del film. Ed è un peccato, perché Will Smith interpreta con grande carisma un ruolo abbastanza inedito per lui, mentre Margot Robbie oltre che essere una grandissima gioia per gli occhi sa anche recitare come si deve, come d’altronde già si era notato in The Wolf of Wall Street. In generale, qualche trovata carina c’è, ma i difetti sono superiori ai pregi e il risultato finale è quello di un film che sa tanto di occasione mancata.

M-Review: L’Amore Bugiardo-Gone Girl

GoneGirl

Riuscire a creare un thriller da due ore e mezza di durata in grado di tenere attaccati alla poltrona fino alla fine non è assolutamente impresa facile. David Fincher ci è riuscito, prendendo un libro di discreto successo, facendo scrivere la sceneggiatura alla stessa autrice e mettendo in scena la più lucida disamina della vita di coppia mai vista sullo schermo. Tutto comincia con la scomparsa di una donna da una piccola cittadina del Missouri, una moglie all’apparenza perfetta e senza scheletri nell’armadio. Un evento che in realtà è un MacGuffin per introdurre lo spettatore in una vicenda con colpi di scena continui, in cui nulla è scontato, ma su cui non si può dire di più per evitare di cadere nei famigerati spoiler (a me non frega niente, detto tra noi, ma la gente nel 2014 si infervora ancora quando qualcuno gli svela come finisce un film, un videogioco o un libro… mah!).

Ben Affleck è perfetto per interpretare il tipico ciccisbeo della provincia americana, schiavo degli eventi e apparentemente privo di carisma, massimo sospettato per la scomparsa della moglie. Davvero brava, come sempre d’altronde, Rosamund Pike, visto che il suo è il personaggio più complesso e difficile dell’intero film. Molto valido anche l’intero cast di comprimari, tra cui si segnalano un inedito Neil Patrick Harris e la poco conosciuta Carrie Coon, che avevamo già avuto modo di ammirare nella prima serie di The Leftovers. Da notare anche la fantastica colonna sonora del duo Trent Reznor/Atticus Ross, ormai collaboratori fissi di Fincher e gli altissimi valori tecnici, con la fotografia di Jeff Croneweth, altro fedelissimo del regista, che si meriterebbe qualche premio. Peccato non poter approfondire maggiormente la trama, ma vi assicuro che uscirete dal cinema davvero soddisfatti e tutto quel che vedrete vi aiuterà a riflettere molto, se avete una relazione, sul vostro rapporto di coppia.

Nota finale sulla distribuzione: l’Italia è proprio un paese diverso dal resto del mondo. Qui si spostano film dal Natale per paura di farli cannibalizzare dai cinepanettoni, ma si posticipano incomprensibilmente altri film, previsti inizialmente in contemporanea mondiale, per farli uscire a Natale. L’Amore Bugiardo è l’unica proposta natalizia fuori dal coro e forse è questa l’unica motivazione plausibile per i 3 mesi di ritardo rispetto alla release americana.

M-Review: Into the Storm

intothestorm

Sentivo proprio il bisogno di un bel film catastrofico. Ma non di quelli della Asylum, perché in questi casi anche l’occhio vuole la sua parte. Il maggior difetto di Into the Storm è che, se non fosse per le decine di milioni di dollari spese (il budget è di circa 50 milioni di dollari), lo spessore della trama e dei personaggi sarebbe tranquillamente paragonabile a quello di una media produzione Asylum. Ma non è questo che ci interessa in un film del genere, giusto? Ci interessa vedere disastri quanto più possibile realistici, con effetti speciali di un certo livello e che ci facciano proprio sentire dentro all’apocalisse che si sta scatenando sullo schermo. Quel poco di trama che c’è è soltanto di servizio agli effetti visivi usati per creare la serie di tornado più grande, violenta e devastante della storia, che si scatena sulla piccola cittadina di Silverton, nel Michigan. Da una parte ci sono le beghe di una famiglia, con padre vedovo e vicepreside del locale liceo e i due figli adolescenti, uno dei quali si metterà nei guai per stare vicino alla ragazza di cui è segretamente innamorato (e aggiungo, ha ottimi gusti), dall’altra le avventure di un gruppo di cacciatori di tornado, ma di quelli che girano documentari per Discovery et similia, con mezzi corazzati, tecnologie avanzatissime e videocamere in ogni dove.

Steven Quale, una vita passata a fianco di James Cameron, è al suo secondo vero film dopo il dimenticabile Final Destination 5. Aver aiutato il regista di Avatar e Titanic nella regia del suo Ghosts of the Abyss, documentario che ha ormai una decina d’anni sul groppone, gli è probabilmente servito a molto, visto che è l’approccio simil-documentaristico, assieme agli effetti speciali, a salvare Into the Storm trasformandolo in qualcosa di più che uno squallido B-movie destinato ad affollare i cestoni dei BluRay delle catene di elettronica. L’alternanza tra found footage e riprese esterne garantisce allo stesso tempo coinvolgimento e la possibilità di capire cosa accade al di fuori di quel che stanno vedendo i protagonisti. Inutile dire che le scene più efficaci, come Cloverfield insegna, sono quelle riprese da una “finta” videocamera digitale o da uno smartphone, mentre le altre non sono altro che uno showcase per gli effetti speciali che mostrano la distruttiva forza del tornado (vedi la sequenza dell’aeroporto presente anche nel trailer). Anche il cast finisce per passare in secondo piano rispetto alla calamità naturale senza nome, con volti noti soprattutto al pubblico televisivo, come Sarah Wayne Callies (Prison Break, The Walking Dead), Matt Walsh (Veep) e Richard Armitage (Strike Back, ma anche Thorin della trilogia dello Hobbit) e una pletora di sconosciuti. Non avrei scommesso molto su Into the Storm, ma nei suoi 80 minuti effettivi mi ha tenuto incollato alla poltrona e mi ha fatto uscire dal cinema tutto sommato soddisfatto. E di questi tempi, credetemi, è una cosa davvero difficile.

Non c’è peggior fallito di chi voglia fallire #life

FallitoChiVuolFallire

Tutto è cominciato qualche giorno fa, chiacchierando con ex-colleghi e amici. Son tornato a pensare al passato e ai miei rimpianti per certe idiozie con il gentil sesso. Poi, ho annunciato su Facebook che avrei raccontato queste storielle.

Ed eccole qua:

La prima storia è carina, la seconda è molto più divertente (e ridicola).

Buona lettura. :)

Storia di un uomo e dei suoi cani #ilmesedelcucciolo

Ci credete che io, fino a qualche anno fa, avessi paura dei cani? In realtà, il mio terrore si estendeva a tutti gli animali in generale, che è un po’ assurdo, visto che non sono mai stato morso e non mi è mai successo nulla. E’ che non avendone mai avuti in casa, partivo prevenuto.

Poi, a inizio 2006, mio padre va in pensione e decide di togliersi una soddisfazione che non si era mai tolto, quella di avere un cane. Un amico di famiglia ha da poco aperto un allevamento di Golden Retriever e lui ha deciso che è quello il cane che vuole avere a casa. Non l’avrebbe mai fatto prima perché, per lui, l’animale va accudito tutto il giorno, non lo si può mai lasciare da solo, quindi lavorando non sarebbe stato possibile dargli tutta l’attenzione che merita. Tentativo fallito, perché mia madre si mette di traverso (e nemmeno io sono così convinto, ma questo è il minore dei problemi).

Due anni dopo, in estate, ci riprova. Mia madre continua a non essere d’accordo perché non vuole animali in casa, in quanto sporcherebbero troppo. Ma questo a mio padre non interessa perché intanto è convinto che lei cambierà idea. Rimango solo da convincere io, con la mia paura. E così, a fine luglio, vengo portato in allevamento a vedere la cucciolata da cui sarebbe stato preso il cane da portare a casa. E’ davvero un colpo basso, perché quella dozzina di cuccioli è troppo bella da vedere e tutti, nessuno escluso, vogliono prendersi le coccole. Ma ce n’è uno che insiste più degli altri e che fa di tutto per farsi volere bene.

Bon, scelta fatta. Io ho ancora paura, ma quei batuffoli di pelo sono talmente teneri e affettuosi, che sono convinto che mi passerà. Venti giorni dopo (al ritorno dalla mia unica vacanza negli ultimi 20 anni: 3 giorni a Barcellona), si torna in allevamento, all’insaputa di mia madre, per prenderlo e portarlo a casa. Mi viene data la possibilità di dargli il nome: scelgo Mac, perché ai tempi ero un Microsoft-lover e dicevo che l’unico Mac che poteva avere una persona come me era un cane. Non prevedevo quanto mi sarei affezionato al mio pupo grande. E così, il 19 agosto…

Mia madre si incazza come una biscia, ma dopo qualche minuto di coccole da parte di Mac, non ci pensa più. Passiamo le nostre prime ore con lui, poi lo mettiamo a dormire nello spazio che gli avevamo preparato. In pochi minuti, ovviamente si mette a piangere, provocando la reazione di mia madre che, rivolta a mio padre, dice: “Ma non possiamo farlo dormire qui a letto con noi?” Bon, andata anche qui.

Mac è sempre stato trattato come un figlio, anzi, forse pure meglio. In 5 anni e mezzo che è con noi ha passato in tutto una manciata di ore lontano da qualsiasi membro della famiglia. Se ci muoviamo noi, si muove anche lui. E’ un cane dal carattere mansueto e affettuosissimo, giocherellone e intelligente. E’ stato educato fin da piccolo a ubbidire (e anche a fare il buffone, sì, bisogna ammetterlo, che è la cosa che fa più ridere quando è in mezzo alla gente) ed è stato tenuto sempre sotto controllo anche dal punto di vista medico, con visite dal veterinario ogni volta che c’era bisogno, radiografie per verificare che non fosse displasico e via dicendo (che è quello che ogni possessore di cucciolo dovrebbe fare, come già detto un mesetto fa su questo blog e ribadito dall’iniziativa Il Mese del Cucciolo di Purina). E’ allergico a parecchi cibi e può mangiare soltanto riso, soia e alimenti monoproteici: ha avuto problemi di peso per diverso tempo, ma una volta scoperto cosa aveva e preso provvedimenti, si è rimesso in forma in men che non si dica.

Mac è quello che sento davvero “il mio cane”, forse perché è il primo, forse perché l’ho visto crescere giorno dopo giorno nei primi due anni e mezzo della sua vita, prima di andare a lavorare a Milano. Poi, ad aprile del 2011, è arrivata Mia…

Con lei le cose sono state un po’ diverse, vuoi per il fatto che sia femmina, vuoi per un carattere grintoso e testardo che è esattamente l’opposto di quello di Mac, vuoi perché non si è riusciti a educarla (più per mancanza di volontà che per altro, visto che sarebbe stato necessario tenerli separati per farlo e ai miei è passata la voglia). Quattro giorni dopo essere stata portata a casa si è fatta mordere da una processionaria dei pini, facendo passare momenti drammatici ai miei genitori, visto che io purtroppo ero a Milano (vedersi un cane semi-esanime davanti agli occhi nel giardino di casa è un’esperienza che non raccomando a nessuno). Ha questa tendenza a fare le cose per istinto, prima di pensarci: lei arriva con la lingua, poi al massimo sputa e la paura che per sbaglio ingoi un boccone avvelenato quando si è al parco o in pineta, cosa piuttosto frequente in zona da queste parti, è moltissima.

Dal punto di vista sanitario è sempre stata tenuta sotto controllo, anche perché purtroppo soffre di problemi ormonali: ha avuto tre gravidanze isteriche su tre calori e rischia di essere sterilizzata se il problema dovesse persistere. Non sono legato a Mia quanto sono legato a Mac, perché il suo arrivo è coinciso con la mia partenza per Milano: per due anni e mezzo l’ho vista solo nei weekend e durante le ferie. Di conseguenza, è molto meno affettuosa con me di quanto lo sia con i miei genitori, a differenza di Mac, per le ragioni descritte sopra. Nonostante questo, è la mia bimba piccola, mentre Mac è il mio bimbo grande. E non sopporto quelli che trovano assurdo che io li definisca “bimbi” perché sono cani. Difficilmente potrò mai avere una famiglia, quindi condenso il mio affetto su di loro. E il modo in cui i cani ricambiano, spesso, è superiore a quello di qualsiasi essere umano.

La cosa più bella, però, è il rapporto che c’è tra i due. Mac è stato letteralmente una figura paterna per Mia quando era piccola: se stava da sola piangeva, se si addormentava addosso a Mac no. E come si nota dal filmato più in alto, però, è sempre stata anche dominante e nei giochi tra i due, Mac è quello che ha la peggio nella maggior parte dei casi. Lei lo tortura, lui sopporta e non dice nulla. Speriamo prima o poi di poterli far figliare, perché i loro cuccioli sarebbero davvero stupendi.

Come avete capito, sono passato dalla paura a non poter fare a meno di loro. Sono i miei bimbi, i figli che non avrò mai e sono stati praticamente l’unica ragione per cui nel mio periodo milanese mi facevo 600 Km A/R tra Venerdì sera e Lunedì mattina per tornare a casa e stare con loro. E se penso che rischio di dover andare a lavorare ancora più lontano dopo questo periodo di “riposo” autoimposto e, quindi, tornare a casa molto meno di prima, mi viene il magone.

Vabbè, l’elegia è finita, andate in pace. :)

M-Review: Lei

Her

La tecnologia ha cambiato tantissimo il nostro modo di interagire con gli altri e di vivere rapporti e relazioni. E’ sufficiente questa brevissima introduzione per far capire quali sono le tematiche generali di Lei, il nuovo film di Spike Jonze, regista di pellicole come Essere John Malkovich e Nel Paese delle Creature Selvagge. La storia è quella di Theodore, uno scrittore solitario, recentemente lasciato dalla moglie, che si innamora di Samantha, la voce del sistema operativo del suo computer. Una trama che, nelle mani sbagliate, si sarebbe facilmente trasformata in qualcosa di ridicolo. La sensibilità e la poetica del cineasta americano rendono invece quasi naturale questa storia d’amore molto particolare, oltre a farci riflettere su quanto la tecnologia possa darci l’impressione di essere molto socievoli, quando in realtà siamo profondamente soli.

L’interpretazione di Joaquin Phoenix è davvero incredibile: si percepisce subito quanto Theodore sia smarrito e solo dopo la fine del matrimonio (la moglie, Rooney Mara, la vediamo solo in alcuni flashback) e quanto si senta sempre più coinvolto nella relazione che crea con il suo sistema operativo. Amy Adams è un’altra di quelle attrici che raramente sbaglia e la donna fragile che interpreta in questa occasione è letteralmente agli antipodi del suo personaggio in American Hustle. La bravura di un’attrice si vede anche da queste cose. Ma la vera sorpresa e il motivo per cui questo film non dovrebbe essere doppiato, in nessun modo, è Scarlett Johansson. O meglio, la sua voce, perché se anche fosse apparsa soltanto in foto, la forza della sua performance non sarebbe stata la stessa. Jonze è riuscito a convincere anche noi, grazie alla stupenda performance vocale della donna più bella del mondo (eh sì), come Theodore, dell’umanità di questa voce e dell’empatia che ha nei confronti del suo utilizzatore. Una metafora profondissima su come gestiamo le relazioni di questi tempi, nulla da dire. Da segnalare anche una stupenda fotografia, mentre la colonna sonora strumentale degli Arcade Fire non mi è sembrata nulla di che. L’uscita italiana è prevista per il 13 Marzo: se potrete vederlo in originale, fatelo, perché il doppiaggio italiano in questo caso è davvero un crimine (mi spiace, ma tra Scarlett e Micaela Ramazzotti c’è un abisso senza fondo).