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M-Review: Avengers 2: Age of Ultron

AvengersAgeofUltron

In tutto il Marvel Cinematographic Universe non c’è film che abbia compito così difficile come quelli dedicati agli Avengers. Ci sono gli archi narrativi della fase attuale da chiudere, nuove storie da introdurre e un abnorme quantitativo di personaggi da gestire. Ed è proprio la sua natura che rende Avengers 2: Age of Ultron un film che presenta più o meno gli stessi pregi e gli stessi difetti del suo predecessore. Ma andiamo con ordine. Questa volta, il nostro team di supereroi preferito dovrà vedersela con Ultron, intelligenza artificiale creata con nobili intenti durante un esperimento scientifico da Tony Stark e Bruce Banner, che però si ribellerà ai suoi creatori e metterà a serio rischio la sopravvivenza dell’intero pianeta. I 142 minuti del film, maggiore durata in assoluto per un prodotto dei Marvel Studios, sono una corsa senza sosta sulle montagne russe, con pochissimi momenti di calma e un’immane quantità di accadimenti. L’atmosfera, poi, è molto più cupa rispetto al primo Avengers: il tocco umoristico di Joss Whedon si vede sempre, anche se il mood generale non è così scanzonato come tre anni fa.

Vien facile intuire che, con tutto questo bailamme, alcune cose siano state sacrificate per l’impossibilità di avere tre ore di film. Non sono certo le sequenze d’azione a risentirne (quella conclusiva, in parte girata in Val d’Aosta, secondo me è addirittura più spettacolare dell’attacco a New York del primo episodio), ma alcune parti della storia, che risultano troppo didascaliche e affrettate. Anche qui, è il villain a essere una delle parti migliori del film: Ultron è la dimostrazione che il performance capture, se a dar corpo al personaggio è un attore che sa fare il suo lavoro, è una tecnica molto efficace. Anche se lo vediamo alto più di due metri e in forma metallica, James Spader sembra essere in scena con tutti gli altri attori in carne e ossa (va detto che pure Hulk è più realistico dell’ultima volta). Per il resto, tutti gli Avengers rivestono i ruoli classici per cui li conosciamo e le due new-entry Quicksilver e Scarlet Witch sono piuttosto anonime rispetto agli altri (anche se Liz Olsen si è presa un posticino nel mio cuore a fianco di quello gigantesco occupato da sua maestà Scarlett Johansson). Qualche sorpresa che non sia stata spoilerata nei mesi scorsi c’è, ma nulla di importante, mentre la brevissima sequenza nei titoli di coda è piuttosto debole (vi ho detto più volte che tra i due Avengers ci sono molte cose simili, quindi ci arrivate da soli…). Avengers 2: Age of Ultron è un film che fa il suo lavoro: intrattiene, diverte e non annoia, ma si sbilancia troppo sul piano della spettacolarità e delude su quello della storia. Ma se vi piacciono l’azione, i fumetti e in generale non vi perdete un film Marvel, ne uscirete comunque molto soddisfatti.

M-Review: Italiano Medio

Scopareeeeeee

Da fan di Maccio Capatonda attendevo con impazienza il suo esordio al cinema, dopo anni di produzioni di vario genere sia per la TV che per il web. Era un momento che prima o poi sarebbe dovuto arrivare, anche perché l’artista chietino ha sempre strizzato l’occhio al grande schermo fin dai primi mitici ed esilaranti trailer, dimostrando comunque di non essere un comico finito dietro la macchina da presa per caso, come capita molto spesso in Italia, ma un professionista che conosce bene la materia (non avrebbe una sua casa di produzione pubblicitaria da anni, probabilmente). Italiano Medio, come tutti sapete, nasce come finto trailer qualche anno fa e il film utilizza proprio lo stesso incipit, che poi è lo stesso di prodotti di successo come Limitless e il più recente Lucy. Solo che in questo caso, la pillola magica non amplifica l’utilizzo del cervello, ma lo riduce dal 20% al 2%, con tutte le conseguenze del caso. Maccio veste i panni di Giulio Verme, personaggio dal nome un po’ fantascientifico, un po’ neorealista, che pare una versione iperbolizzata dello stereotipo grillino, un uomo che ha praticamente smesso di vivere per il rispetto del mondo e di ciò che lo popola.

L’incontro, dopo anni, con l’ex-compagno di classe Alfonzo Scarabocchi, che da piccolo voleva fare l’usciere (con spettatori in lacrime dalle risate per la scenetta che viene dopo), lo porterà a ingerire la pillola di cui sopra, che darà vita a un alter ego per cui le cose più importanti sono la famiglia, la gazosa e la prostituzione, mentre l’unico obiettivo nella vita è, ovviamente, SCOPAREEEEEEE! (e qui al cinema è partito un applauso). Per prima cosa va detto che Italiano Medio è un vero film, non uno sketch allungato. Certo, ci sono alcune cose che non funzionano soprattutto nella risoluzione finale e magari si poteva anche tagliare qualcosa per questioni di ritmo, ma il risultato è assolutamente buono e, soprattutto, davvero divertente. Certo, chi conosce l’opera omnia di Maccio troverà parecchie citazioni ai precedenti lavori e, magari, riderà molto di più di chi si approccia al personaggio per la prima volta. Ma anche i neofiti si divertiranno parecchio, perché l’umorismo nonsense di Maccio, Herbert Ballerina, Ivo Avido e Rupert Sciamenna è cattivissimo, come raramente capita dalle nostre parti, oltre a essere totalmente privo di pietà nei confronti di chicchessia. Nessuno viene salvato: buoni e cattivi, poveri e ricchi sono trattati alla stessa maniera, a pesci in faccia. Nel complesso, però, va detto che ci sono ampi margini di miglioramento, ma siamo sicuri che alla sua prossima prova sul grande schermo (che visti gli ottimi incassi probabilmente non tarderà più di tanto), il buon Maccio riuscirà a non ripetere gli errori di gioventù commessi in questo film e crescerà tantissimo. Se non siete ancora andati al cinema a vedere Italiano Medio, cosa state aspettando? Se avete bisogno di ridere, anche se con un po’ di amarezza (perché il ritratto che viene fatto dell’italiano medio è tristemente piuttosto realistico) questo è il film che fa per voi.

TV-Review: Selfie/A to Z

selfie

Sembra che quest’anno i social network siano tra i temi preferiti dalle serie della nuova stagione TV americana, sit-com in primis. Selfie, come suggerisce il titolo stesso, è una rivisitazione moderna di My Fair Lady: la Eliza Doolittle del caso si chiama Eliza Dooley ed è la commerciale di un’azienda farmaceutica, ossessionata dai social e dal modo in cui appare agli altri, cosa che la rende incapace di avere reali relazioni interpersonali. Henry Higenbottam (l’Henry Higgins dei giorni nostri) è invece un consulente d’immagine, che accetta di seguire la ragazza per cercare di renderla una persona più vera. Creata da Emily Kapnek, creatrice della defunta Suburgatory, Selfie ha un pilot schizofrenico: odioso nella prima parte, antipatica quasi quanto la protagonista (una Karen Gillan più gnocca che mai, lontana anni luce dalla Amy Pond di Doctor Who), piacevole nella seconda, dove comincia a ingranare il rapporto tra Eliza e Henry, che ha invece il volto di John Cho (Sulu dello Star Trek di J.J. Abrams). Chi vive di social la amerà e anche gli amanti delle sit-com più sofisticate la faranno diventare uno degli appuntamenti fissi della settimana (ABC la manderà in onda a partire da  martedì 30 settembre), ma personalmente non riesco a vedermela oltre la prima serie, non tanto per un eventuale flop di ascolti, ma perché si rischia un salto dello squalo piuttosto anticipato, a meno di non rivoluzionarne la premessa. Chi vivrà vedrà.

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A to Z narra invece la storia d’amore tra Andrew, nerd e sognatore che lavora per un sito di dating online e Zelda, avvocatessa in carriera e donna molto concreta, che si incontrano per caso e, nonostante alcune divergenze iniziali apparentemente insanabili, si innamorano e cominciano a vivere la loro storia. I 22 episodi prenderanno i loro titoli proprio dalle lettere dell’alfabeto e seguiranno l’evolversi del rapporto tra i due giovani. Creata da Ben Queen, autore di una serie di cui credo essere uno dei pochi ad avere ricordi piacevoli (Drive, durata una manciata di episodi, annata 2007, con Nathan Fillion, Dylan Baker e una giovanissima e ancora sconosciuta Emma Stone), A to Z non sembra offrire nulla di nuovo nel genere: certo, i personaggi sono simpatici, i due protagonisti Ben Feldman (Mad Men) e Cristin Milioti (sì, la madre di How I Met Your Mother) sono quel che si definisce “likable” e anche l’idea del seguire l’alfabeto per narrare la storia del loro amore non è male. Il problema è che anche qui, come per Selfie, la struttura sembra funzionale soltanto per una prima serie. Dalla seconda in poi, in caso di rinnovo (che vedo molto improbabile, però, detto con grande sincerità), cosa succederà? Si adotterà l’approccio “dalla A alla Z” per il matrimonio, per la vita coi figli, per la vecchiaia, ecc.? Anche in questo caso, non si tratta di un brutto pilot, intendiamoci, ma della classica sit-com da network generalista che non rischia nulla e che ha un po’ rotto i cabbasisi. Nel caso vogliate vederla, la NBC la trasmetterà a partire da giovedì 2 ottobre.

TV-Review: Outlander/Matador

Outlander

Mentre in estate dalle nostre parti, in ambito televisivo, tutto tende a fermarsi, negli USA questa stagione sta diventando ricca quasi quanto quella invernale. Bisognerebbe dire grazie ai canali via cavo, che propongono nuovi prodotti attesi e pregiati, in contrapposizione ai network generalisti, la cui programmazione “originale” è invece composta, durante la stagione estiva, da scarti e novità low-cost.

Outlander è la nuova proposta di casa Starz, il network di Spartacus e del recente Black Sails, che si è affidato ai servigi di Ron Moore (Battlestar Galactica, Helix) per la trasposizione dei celebri romanzi della scrittrice Diana Gabardon, di gran successo in tutto il mondo. Claire Randall è un’infermiera sopravvissuta alla seconda guerra mondiale, che durante un giro tra le lande scozzesi col fidanzato, dopo essersi addormentata su una roccia, si ritrova catapultata ben 200 anni prima, in un luogo e in un periodo storico che non le appartengono. La premessa è pura sci-fi, ma la serie sta a metà tra il drammone romantico e l’avventura, anche se nel pilot prevale l’elemento “melò” rispetto a quello action. Per quanto questo primo episodio non mi abbia entusiasmato, forse perché mi attendevo qualcosa di diverso, non si può negare che, oggettivamente, si tratti di una produzione di altissimo livello, ottimamente recitata (l’ex-modella Caitriona Balfe, oltre che avere un fisico da paura, è pure bravissima) forse addirittura superiore a tutto quello che Starz ha realizzato da quando si è messa a produrre serie TV. Personalmente non lo seguirò (magari proverò a recuperarne qualche episodio più avanti), ma consiglio a chi ama il genere di guardarselo, perché non se ne pentirà affatto.

Matador

Matador è invece la seconda produzione originale di El Rey Network, il canale televisivo via cavo messo in piedi nei primi mesi del 2014 da Robert Rodriguez, il regista di film come Desperado, Spy Kids, Sin City e tanti altri. Dopo la serie tratta da Dal Tramonto all’Alba, che personalmente ho molto gradito (recuperatela, è una serie di cui purtroppo si è parlato davvero poco), è venuto il momento di questo Matador, il cui protagonista è un agente segreto che, per indagare su loschi traffici, deve entrare in una squadra di calcio e giocare da professionista. Creata da Roberto Orci, futuro regista di Star Trek 3 e sceneggiatore di film come The Amazing Spider-Man 2 e The Island, oltre che di una serie come Alias (l’ispirazione è piuttosto chiara), è stata lanciata subito dopo i mondiali. Con un concept del genere la cagatona era dietro l’angolo, ma grazie a una regia attenta (il pilot è diretto proprio da Rodriguez), una trama che scorre e personaggi simpatici, Matador si configura come piacevole divertissement estivo senza pretese. Dal mio punto di vista, assolutamente consigliato.

TV-Review: Constantine (Pilot)

Constantine

Nessun leak è casuale. Il fatto che il pilot di Constantine, nuova serie che la NBC manderà in onda a partire da ottobre, tratta da un fumetto di casa DC Comics, sia leakato esattamente una settimana dopo quello di The Flash, a me pare tutto tranne che un caso. Una scelta un po’ insolita per il network del pavone, al quale mancava una serie “di genere” da affiancare a Grimm (che personalmente ho sempre detestato) il venerdì sera nella prima parte di stagione, dopo la cancellazione del terribile Dracula, visto che la mid-season appartiene a quel capolavoro assoluto di Hannibal. Tutto comincia nella piovosa Inghilterra, paese di cui il buon John Constantine è originario: il mago si è fatto internare in manicomio per poter seguire il caso di Astra Logue, donna vittima di un esorcismo finito male che l’ha portata direttamente all’inferno. Gli eventi successivi lo porteranno al di là dell’oceano, dove avranno il via le sue avventure, tra angeli guardiani, assistenti che possono vedere i fantasmi e demoni sempre più insistenti.

Non ho mai letto il fumetto, ma ho apprezzato il film con Keanu Reeves del 2005, nonostante secondo i puristi si discostasse molto dalle caratteristiche originali dei personaggi (il fatto che Constantine fosse principalmente un mago e non un detective mi era sempre sfuggito). Uno dei punti di forza della serie, secondo i creatori, dovrebbe essere la fedeltà al fumetto, ma personalmente non lo ritengo né un plus né un punto debole, a me basta che tutto funzioni a dovere. Il problema è che in questo pilot di cose che funzionano ce ne sono proprio pochine: il gallese Matt Ryan, l’attore che interpreta il protagonista, è tutt’altro che carismatico, vuoi per limiti propri, vuoi per una sceneggiatura che non lo aiuta (e no, a me del fatto che Constantine fumi o non fumi interessa proprio poco, non è quello il problema). Neil Marshall, che per quanto riguarda la sua carriera televisiva ha probabilmente diretto i più spettacolari episodi di Game of Thrones, qui dà l’impressione di lavorare col freno a mano tirato. Certo, nonostante sia un pilot, il budget pare inferiore a quello di un normale episodio di GoT, cosa che si nota anche da effetti speciali non proprio esaltanti. Non ci sono guizzi, non ci sono momenti o scene che si ricordano, tutto veleggia nella mediocrità generale. Credo (e spero) che Constantine avrà vita breve, complice la collocazione nello slot della morte, quello del venerdì a tarda sera, che ha ucciso fior fior di serie TV in passato. Il creatore Daniel Cerrone e David S. Goyer (sì, proprio lui) hanno sbagliato tutto quel che si poteva sbagliare.

TV-Review: The Flash (Pilot)

TheFlash

Se c’è una cosa che mi manda in brodo di giuggiole più della visione di un film in anteprima è poter vedere il pilot di una serie TV mesi prima che vada in onda. Ricordo ancora la meravigliosa estate 2004, quando una valanga di pilot (tra cui Lost, Desperate Housewives e tanta bella roba, sia di serie poi trasmesse che non) furono diffusi in rete almeno un paio di mesi in anticipo rispetto alla messa in onda ufficiale. Anche nel 2005 ci furono parecchi leak, poi negli anni a venire, forse per evitare un eccessivo “bad buzz” per certe serie, a parte rarissimi casi, la diffusione avveniva al massimo con 7/10 giorni di anticipo. Inutile dire che l’improvvisa comparsa in rete del pilot di The Flash, in onda da settembre su The CW è stata un fulmine a ciel sereno e una visione pressoché istantanea per il sottoscritto. Nonostante il personaggio sia stato lanciato con la sua apparizione nell’ultima stagione di Arrow, il pilot narra la origin story della tutina rossa più veloce dell’universo, dal misterioso omicidio della madre per cui viene ingiustamente incolpato il padre (John Wesley Shipp, il Flash della serie di inizio anni ’90) all’esplosione in laboratorio che trasforma il giovane Barry Allen nel supereroe che tutti conosciamo.

I 43 minuti del pilot, che andrà ufficialmente in onda negli USA il prossimo 7 ottobre, sono pieni zeppi di eventi e di accadimenti. Il ritmo è elevatissimo, succedono un sacco di cose, ma l’unico personaggio che viene approfondito è proprio quello del protagonista. Abbiamo modo di conoscere anche tutti i personaggi di contorno, dal detective Joe West e la figlia Iris, padre putativo e sorella acquisita di Barry (nonostante lui ne sia innamorato), lo strano scienziato Harrison Wells, paralizzato dopo l’incidente in laboratorio e la giovane Caitlin Snow, assistente di Wells, che ha perso il fidanzato proprio a causa dell’incidente. Il format è quello del villain della settimana, tipico di tutte le serie supereroistiche, anche se la risoluzione dell’omicidio della madre dovrebbe essere la backstory che accompagnerà la prima stagione e forse anche qualcosa in più. Grant Gustin ha il physique du role per essere un ottimo Barry Allen, mentre il più interessante tra gli altri attori del cast è senza dubbio Tom Cavanagh (ve la ricordate la serie “Ed“?), scienziato pazzo che a naso diventerà il villain principale della serie. Il pilot è di ottima fattura, diretto dall’esperto David Nutter, già dietro la macchina da presa delle puntate iniziali sia di Smallville che di Arrow. Il tono generale della serie sembra infatti più dalle parti del primo che del secondo, tendente allo scanzonato andante che non al dark a cui Oliver Queen ci aveva abituati. Scelta comprensibile, visto che avere due show identici in palinsesto non gioverebbe sicuramente a The CW, ma che unita al suo essere pseudo-procedurale me lo rende parecchio indigesto. Il pilot è oggettivamente molto bello e se vi piace il genere, sono sicuro che la serie vi soddisferà moltissimo, ma personalmente ho altri gusti (ammetto che seguo Agents of S.H.I.E.L.D. solo perché è collegato al Marvel Cinematographic Universe, altrimenti probabilmente mi eviterei anche quello per la sua intrinseca proceduralità). Non so se The Flash avrà la capacità di durare 10 stagioni come Smallville, ma sicuramente vi intratterrà e divertirà per molto tempo.

La playlist dell’estate 2014

SamSmithPlaylist2014

Pensavo in questi giorni che, nei quasi tre anni del nuovo blog, non ho mai dedicato un post alle mie playlist musicali. Sono un notevole consumatore di musica, ma non l’ho mai condiviso in modo organico con voi lettori.

Eccovi quindi quella che sarà, a meno di improbabili sconvolgimenti musicali, la mia playlist per l’estate 2014. I pezzi sono in ordine crescente di gradimento, sono piuttosto variegati come generi e sono quelli che ascolterò maggiormente nei prossimi mesi. Spero di farvi fare qualche scoperta interessante. :)

12) Lady Antebellum – Bartender
Un po’ di country fa sempre bene alla salute. Visto che quest’anno non si può contare sui Rascal Flatts, che hanno sfornato il peggior album della loro carriera, fortuna vuole che i Lady Antebellum, a solo un annetto dal loro precedente lavoro, abbiano sfornato un nuovo singolo, decisamente più convincente dell’ultimo CD. Si intitola Bartender, è molto accattivante, ha un ritornello perfetto ed entra in testa al primo ascolto. Niente di trascendentale, sia chiaro, ma se nella playlist deve essere presente un pezzo country, non può che essere questo.

11) Rixton – Me and My Broken Heart
In Gran Bretagna, sull’onda del successo degli One Direction, stanno venendo fuori una serie di band dalle sonorità brit-pop come i Lawson (sconosciuti qui da noi), i The Vamps, i 5 Seconds of Summer (sì, sono australiani, lo so) e i Rixton. Sono però questi ultimi ad avere in mano un pezzo che ti si stampa in testa e non se ne va più via, intitolato Me and My Broken Heart. Se i nostri discografici si svegliano, aspettatevelo in radio in autunno.

10) Pharrell Williams (ft. Daft Punk) – Gust of Wind
Caro Pharrell, ci hai ammorbato tutto l’inverno con la tua Happy (che non mi fece, va detto, una grandissima impressione quando la ascoltai la scorsa estate, ma tutti possono sbagliarsi), ma per fortuna te ne sei uscito con un album che non è niente male. Non condivido però la scelta del secondo singolo, perché al posto di Marilyn Monroe, avrei preferito di gran lunga questa Gust of Wind, che non avrebbe assolutamente sfigurato in un repack di Random Access Memories dei Daft Punk, vista la loro presenza. Lo stile è quello.

9) Cesare Cremonini – Logico #1
L’unica canzone italiana presente nella playlist viene da un artista che fino a qualche anno fa odiavo con tutte le mie forze (un giorno vi racconterò di quando litigai col suo bassista Ballo dopo che, con la sua ragazza di allora, passò più di un’ora a un videonoleggio automatico senza prendere niente, con me e altra gente in coda incazzati come coguari). Il buon Cesare è cresciuto album dopo album e Logico #1 ha sonorità che sembrano venire dalla perfida Albione e non dalla terra dei tortellini, delle torri e delle tet… ehm, oltre a un testo davvero bello. Coraggiosa la scelta di non realizzarne un video musicale, ma i risultati dicono che il pezzo è stato in grado di promuoversi da solo. Io però spero in un ripensamento dell’ultima ora…

8) One Direction – You & I/Little Mix – Good Enough
Queste due canzoni sono a parimerito perché condividono il genere (ballad) e in parte anche gli autori. La prima è l’ultimo singolo degli One Direction, contenuta in un album che, va detto, alla fine della fiera, è meglio di quanto avrei potuto immaginare, mentre la seconda è la traccia più struggente dell’ultimo lavoro delle mie adorate Little Mix, vincitrici dell’X-Factor inglese una manciata di anni fa. Non diventerà mai un singolo, ma è un pezzo davvero forte. Beh, lo sono entrambi.

7) Michael Jackson (ft. Justin Timberlake) – Love Never Felt So Good
Personalmente sono contrario agli album postumi, fatti di scarti di registrazione del passato, perché ritengo che se un artista, quando era in vita, ha rinunciato a pubblicare determinate canzoni avrà avuto i suoi motivi. Poi salta fuori un pezzo di 30 anni fa, scritto dal Re del Pop assieme a Paul Anka, che dopo una passata di bianco da parte di Timbaland, che non ne ha snaturato il groove originale, risulta incredibilmente più credibile e attuale di tutto ciò che hanno fatto i suoi epigoni (Bruno Mars e Pharrell in primis). La parte cantata da Justin Timberlake fa il resto. Instant classic.

6) MNEK – Ready for Your Love (Stripped Version)
Questo personaggio dallo pseudonimo degno di un codice fiscale è un ragazzone inglese di origini nigeriane che ha poco più di 20 anni, ma nonostante questo lavora in studio di registrazione da più di un lustro, cosa che gli ha permesso di mettere le mani su singoli di successo di girlband inglesi come Little Mix (Wings) o The Saturdays (All Fired Up). Dallo scorso anno si è anche messo a cantare come vocalist, per Ready for Your Love dei Gorgon City, pezzo EDM di cui è uno degli autori. Per far capire quanto è bravo, ha rilasciato una versione piano e voce della canzone, in cui sfoggia una voce davvero pazzesca. Il suo primo singolo ufficiale, Every Little Word, è molto bello, ma non è al livello del pezzo sopracitato. Però fidatevi, di MNEK nei prossimi mesi sentiremo parlare davvero molto…

5) Austin Mahone – Secret
Questo simil-Justin Bieber sponsorizzato da Lil’ Wayne ha tirato fuori un EP le cui sonorità arrivano dritte dalle boyband di fine anni ’90. Merito del suo produttore RedOne, che non convinceva così tanto dai tempi delle sue collaborazioni con Lady GaGa. Il singolo che dà il titolo all’EP si intitola Secret e sembra il sequel di Everybody (Backstreet’s Back) dei Backstreet Boys, cosa che lo rende irresistibile. Provare per credere.

4) Ricky Martin (ft. Jennifer Lopez & Wisin) – Adrenalina
Le canzoni ufficiali dei mondiali di calcio, quest’anno, sono tutte mediocri. We Are One di Pitbull non lascia nulla, come Vida (cantata dallo stesso Ricky), mentre Dare (La La La) di Shakira fa lo stesso effetto del noto yogurt che sponsorizza. La vera canzone di Brasile 2014 avrebbe dovuto essere Adrenalina, pezzo in origine dell’artista reggaeton Wisin, ma che nel resto del mondo, per ragioni discografiche, è diventato un pezzo di Ricky Martin in cui Wisin e Jennifer Lopez sono solo featured artist. Ciò non toglie che, in qualsiasi versione, il pezzo sia davvero una bomba. Nelle mie fantasie, mi sono immaginato un’eventuale versione italiana del pezzo, con Laura Pausini e Moreno a fare il featuring (pensateci, non è così campata in aria come idea).

3) Ed Sheeran – Sing
Avevo apprezzato molto X, il primo album di Ed Sheeran: testi intimisti e melodie semplici ma d’effetto. Da quanto ho avuto modo di ascoltare, anche il suo secondo album, Sing, presenterà molte canzoni di questo tipo, ma il singolo usato per annunciarlo è una gigantesca paraculata per impazzare in radio. Il binomio Sheeran-Pharrell sulla carta sembrava preannunciare il disastro, ma il risultato finale, come avrete notato, ha convinto tutti.

2) Ariana Grande (ft. Iggy Azalea) – Problem
Ariana Grande è l’ennesima teen actress prestata alla musica (nonostante sia uno scricciolo, mi fa un sangue tremendo), dopo i successi di Miley Cyrus, Selena Gomez e Demi Lovato. Ha già sfornato un album, andato abbastanza bene oltreoceano, di cui però io ho adorato soltanto Almost Is Never Enough, una ballad piano e voce davvero pregevole. La ragazza sembra molto più talentuosa delle sue tre colleghe, tanto che viene soprannominata mini-Mariah, per l’incredibile capacità vocale (ascoltate questa cover di Emotions per rendervene conto). Problem, prodotta da quel genio di Max Martin, che mischia sax anni ’80, parti sussurrate in stile Ying Yang Twins e un ritornello perfetto, la farà inevitabilmente esplodere a livello mondiale. Questo è davvero il singolo pop del 2014, non c’è molto altro da dire.

1) Sam Smith – Leave Your Lover
Abbiamo imparato ad apprezzare la particolarissima vocalità di Sam Smith la scorsa estate, in pezzi di altri artisti in cui faceva da vocalist, come La La La di Naughty Boy e Latch dei Disclosure. Poi sono arrivati i primi singoli da solista e, infine, l’album, In the Lonely Hour, il migliore del 2014 finora secondo me. Leave Your Lover è il singolo utilizzato per lanciare l’album, una struggentissima ballad con un testo incredibile, che non ci si stufa mai di ascoltare. Il video, oltre ad avere come protagonista femminile quella patata astronomica di Daisy Lowe, è molto ambiguo, tale da lasciare spazio a molteplici interpretazioni (chiarite però dall’artista, che ha fatto ufficialmente coming out qualche giorno dopo). Sam Smith ha davanti a sé un futuro davvero radioso e se lo merita assai.

Per comodità, vi ho fatto anche una playlist Spotify, in cui purtroppo però non compaiono Bartender, Ready for Your Love e Leave Your Lover in quanto non presenti su Spotify (non c’è nemmeno l’album di Sam Smith, senza parole).

Buon ascolto! :)

Il mio 2013: bilanci e speranze

2013

Mancano poco più di 24 ore alla fine dell’anno e, come capita sempre in questo periodo, è il momento di tirare le somme dei 12 mesi appena trascorsi.

Come capita ormai da qualche anno, questi sono anche i giorni dello State of the Union, il lunghissimo post in cui faccio un bilancio dell’anno che sta per finire. Un po’ di auto-analisi che non guasta mai e che, ho notato, ha sempre un ottimo numero di lettori. Lo trovate qui.

Nel frattempo, a me non rimane che augurarvi un buon anno, oltre che di passare un bel capodanno. Ci si rilegge nell’anno nuovo! :)

Tutta la Campagna Social dei Daft Punk (da Wired.it)

DaftPunk

Oggi esce Random Access Memories, il nuovo e attesissimo album dei Daft Punk (recensito in anteprima qui). Si tratta del quarto album per il duo francese (quinto se vogliamo proprio considerare la colonna sonora di Tron Legacy). E’ trascorso quasi un decennio da Human After All, uscito nel 2004 e di acqua sotto i ponti, nel mondo musicale, ne è passata davvero tanta. Il modo in cui gli utenti ascoltano musica è cambiato, come anche il modo di promuoverla. L’utilizzo intelligente del Web è indispensabile per riuscire nell’intento di vendere e la coppia formata da Thomas Bangalter e Guy-Manuel de Homem Christo ha dimostrato negli ultimi mesi di sapersela cavare sui social media e di saper sfruttare la rete come pochi altri (grazie all’aiuto di un’agenzia specializzata, Biz3).

Se volete leggere il resto dell’articolo, lo trovate su Wired.it all’indirizzo: http://daily.wired.it/news/internet/2013/05/21/daft-punk-social-media-nuovo-album-247819.html.

Il mio 2012: consapevolezze e bilanci

2012

Beh, siamo così arrivati all’ultimo giorno del 2012. Il mondo non è finito e siamo ancora tutti vivi e vegeti. Devo dire che per il sottoscritto, quest’anno non è andato affatto male.

Raramente parlo della mia vita su questo blog, però voglio sfruttare questo 31 Dicembre e per linkarvi un post che ho scritto sull’altro spazio in rete su cui posto ogni tanto qualche riflessione molto personale, il mio Tumblr.

Come dodici mesi fa, ho scritto un lunghissimo post sul mio 2012, su quel che ho fatto, su quel che ho vissuto, su quel che ho imparato e su quel che ho capito. Se avete voglia di leggerlo, lo trovate qui.

Nel frattempo, a me non rimane che augurarvi un buon anno, oltre che di passare un bel capodanno. Ci si rilegge nell’anno nuovo! :)