Archive for March 31, 2015

M-Review: Blackhat

Blackhat

I gusti del pubblico sono sempre in evoluzione. Certo, si potrebbe obiettare sul fatto che, più che di evoluzione, forse è il caso di parlare di involuzione. E le vittime di questi gusti in movimento sono sempre più i registi storici, quelli che hanno fatto la storia del cinema e che pian piano si ritrovano a essere marginali (per il mercato attuale, intendiamoci) e a non poter contare più sull’appoggio del pubblico e, di conseguenza, di chi finanzia i loro film. Blackhat, l’ultimo lavoro di Michael Mann, è la dimostrazione di questa spiacevole situazione. E’ uno di quei thriller cupi e serrati che sono la specialità del regista di Heat e Collateral, a mio avviso uno degli ultimi maestri del cinema ancora in attività. Ci sono hacker, agenti speciali, spietati criminali e soprattutto una serie di ambientazioni asiatiche davvero da urlo, in cui il contrasto tra modernità spinta e tradizione può essere considerato a tutti gli effetti uno dei protagonisti del film.

Massacrato dai critici americani, i maggiori responsabili del suo flop tonante in patria, Blackhat è secondo il mio modesto parere il miglior film di Mann dai tempi di Collateral, con cui condivide la fotografia poco luminosa e il ritmo all’apparenza lento. E’ probabilmente anche quello che offre in generale la visione più realistica sul mondo dell’hacking, con qualche licenza artistica sia chiaro, ma evitando tutte quelle pacchianate che vengono sempre tirate fuori da Hollywood quando si attraversano i cavi di rete. Ok, Chris Hemsworth è credibile come hacker quanto io lo sia come latin lover, ma è necessario avere un protagonista con un certo physique-du-role, almeno per avvicinarsi al pubblico. Ma è inutile, non è un film per tutti, perché richiede un livello di attenzione superiore alla media e perché lo stile iperrealistico del regista, unito all’utilizzo del digitale, non è così digeribile per lo spettatore tipo. E’ un peccato che sia stato smontato dalle sale così velocemente e diventa quindi, se non l’avete visto, un prodotto da recuperare immediatamente non appena si renderà disponibile in home video. Fidatevi di me, non ve ne pentirete.

M-Review: Cenerentola

Cenerentola

Le favole sono da sempre parte dell’immaginario di grandi e piccini e da quando Disney ha capito che, dopo anni di meravigliosi capolavori dell’animazione, avrebbe potuto sfruttarle anche al cinema con attori in carne e ossa, si è buttata a capofitto su questo nuovo filone. Visti i risultati di prodotti come Alice e Maleficent, lo slogan “Ti piace vincere facile?” rende perfettamente il pensiero che attraversa la mente dei dirigenti della House of Mouse tutte le volte che danno il via libera a film come questi (il fatto che nei prossimi due anni, in questo periodo dell’anno, vedremo Il Libro della Giungla e La Bella e la Bestia, ne è la dimostrazione). Questa Cenerentola è la fiaba che tutti abbiamo imparato a conoscere da bambini, senza voli pindarici o riletture moderne: ci sono la ragazza di buona famiglia bella e pura, la matrigna e le due sorellastre che la vessano, il principe che ne rimane folgorato, la sbadata fata madrina, la zucca che diventa carrozza, il ballo e la scarpetta di cristallo.

Kenneth Branagh si trova tremendamente a suo agio quando può dirigere film in costume, molto più che quando si deve impegnare con ambientazioni moderne. E dal punto di vista visivo, Cenerentola funziona perfettamente: la messa in scena è davvero uno spettacolo per gli occhi, grazie soprattutto all’accoppiata costumi/scenografie (Dante Ferretti uber alles), e ad effetti speciali non eccessivi che fanno adeguatamente il loro lavoro. Quello che non funziona, almeno dal mio punto di vista, è tutto il resto. La protagonista Lily James è molto bella, ma il suo sorriso perenne dopo un po’ sembra una paresi, la matrigna cattiva Cate Blanchett dimostra di divertirsi da matta in queste vesti, mentre il resto del cast porta a casa la pagnotta con garbo e professionalità. Ma se Alice e Maleficent, con tutta la loro sfilza di difetti, avevano almeno provato a rivisitare la favola originaria introducendo nuovi elementi e punti di vista diversi, Cenerentola dimostra quanto restare fedeli all’originale (concentrando le modifiche su elementi inutili) renda evidente il peso del tempo sulla favola di Perrault. Per quanto non ci sia una scena più lunga del dovuto e tutto sembri montato con precisione quasi chirurgica, l’eccessiva stucchevolezza e la banalità di molti passaggi fanno spuntare la noia molto presto. Poi, per carità, se siete donne, di qualsiasi età, vi emozionerete e uscirete dal cinema col cuore pieno di gioia (alla proiezione in cui l’ho visto io, il pubblico era composto quasi totalmente da nonne, madri, nipoti e figlie, che hanno tutte applaudito alla fine), ma io, che adoro indistintamente tutti i vecchi film di animazione Disney, ho trovato questa versione live action addirittura peggiore degli esempi sopracitati. Lasciate che siano le vostre donne ad andarlo a vedere, fidatevi, voi state a casa o guardatevi qualcos’altro.

M-Review: Focus: Niente è Come Sembra

Focus

Niente è come sembra“. Questo è uno dei rari casi in cui il sottotitolo fornito dalla distribuzione italiana comunica molto sia sulla sceneggiatura che sul film in sé. Perché uno dei maggiori pregi, ma allo stesso tempo dei grossi difetti, di Focus è quello di sembrare inizialmente un certo tipo di film, per poi tramutarsi in qualcosa di abbastanza diverso. Una schizofrenia che non aiuta l’ultima regia del duo Ficarra/Requa, che abbiamo imparato a conoscere con validi lavori del calibro di Crazy Stupid Love e I Love You, Philip Morris. Questa storia di ladri e truffatori, con Will Smith nel ruolo di protagonista e mentore e quella gnocca atomica (scusate il francesismo) di Margot Robbie nei panni della giovane desiderosa di imparare, mostra un’estetica e un’eleganza degne di un film europeo, ambientazioni atipiche (New Orleans, Buenos Aires) che fanno pendant con la raffinatezza dello stile.

Dall’altra parte, però, ci sono anche una sceneggiatura che per cercare il colpo di scena a effetto va a spatasciarsi più volte contro il muro, ma soprattutto il fatto che l’aspetto romantico della storia prenda inevitabilmente il sopravvento su tutto il resto. Certo, le donne adoreranno tutta questa parte della storia, ma a me non è affatto piaciuta, perché distoglie l’attenzione da tutto quello che era legato ai furti e alle truffe, inevitabilmente la parte più divertente e coinvolgente del film. Ed è un peccato, perché Will Smith interpreta con grande carisma un ruolo abbastanza inedito per lui, mentre Margot Robbie oltre che essere una grandissima gioia per gli occhi sa anche recitare come si deve, come d’altronde già si era notato in The Wolf of Wall Street. In generale, qualche trovata carina c’è, ma i difetti sono superiori ai pregi e il risultato finale è quello di un film che sa tanto di occasione mancata.

M-Review: Mortdecai

Mortdecai

Quando vedo film come Mortdecai mi interrogo su quali siano le ragioni che possano avere spinto i produttori a finanziare quello che è un disastro sotto tutti i punti di vista. Nato con l’ambizione di dar vita a un nuovo franchise, sullo stile della Pantera Rosa (OMG!), l’unica ambizione che si ha guardando il film è quella di vederlo finire quanto più velocemente possibile, perché non è soltanto brutto, ma in alcuni momenti addirittura irritante. Il Charlie Mortdecai del titolo è uno squinternato trafficante d’arte che, a causa di giganteschi problemi finanziari, è costretto a tentare il tutto per tutto contrabbandando un Goya autentico in un’avventura che lo porterà in giro per il mondo, da Hong Kong a Los Angeles passando per la Russia e la sua amata Londra.

Mortdecai è anche la dimostrazione che ormai, quando non interpreta Jack Sparrow, Johnny Depp non ne azzecca più una. Sempre sopra le righe, con un accento british stranissimo e spesso incomprensibile, Depp cola a picco con tutto il resto della nave. Certo, la sceneggiatura asfittica e tutt’altro che divertente non lo aiuta, ma vi sfido, dopo 10 minuti di film, a non sperare che gli succeda qualcosa di brutto. Non che gli altri nomi noti, da Gwyneth Paltrow a Ewan McGregor, da Paul Bettany a Olivia Munn, se la cavino tanto meglio, in quanto danno l’impressione di essere lì dentro soltanto per la paga e nulla più. Non si salva nemmeno la regia dell’esperto David Koepp, evidentemente più a suo agio quando scrive (e questo non è il caso, visto che la sceneggiatura è opera di altri) che quando si trova dietro alla macchina da presa. Non vale la pena di spendere altre parole su Mortdecai, se non che si tratta di un qualcosa da evitare come la peste, a meno di non voler provare la sensazione di aver buttato due ore di vita (e qualche Euro) giù per lo scarico del gabinetto.

M-Review: Kingsman: Secret Service

Kingsman

Ho sempre nutrito una grandissima stima per Matthew Vaughn, sin da quando produceva i film del suo amico Guy Ritchie. Poi l’esordio da regista col tremendamente sottovalutato Layer Cake (che vi consiglio di recuperare), a cui sono seguiti l’ottimo Stardust, Kick-Ass e il bellissimo reboot di X-Men. Sono convinto che Giorni di un Futuro Passato sarebbe stato molto meglio nelle sue mani, ma il fatto che abbia deciso di lasciarlo per dedicarsi a Kingsman: Secret Service, fa capire che si tratta di un regista a cui piacciono le sfide. Tratto, come Kick-Ass, da un fumetto di Mark Millar, il film è una rivisitazione ironica e ultraviolenta del genere spionistico british degli anni ’60/’70, ovviamente in chiave moderna. Ci sono eleganti spie in giacca e cravatta, supercattivi matti da legare, aiutanti dalle abilità straordinarie e continui colpi di scena. Va detto che nella sua parte iniziale, quella formativa del nostro eroe all’accademia, il film mi ha ricordato tantissimo X-Men: L’Inizio, con temi trattati anche nei precedenti lavori di Vaughn: si vede che l’iniziazione dell’eroe è un elemento narrativo che gli va particolarmente a genio.

Tra un Colin Firth elegantissimo e carismatico, un Samuel L. Jackson con la zeppola (resa molto bene anche dal doppiaggio di Luca Ward) in versione villain e un Michael Caine che nasconde più sorprese del solito, gli amanti della buona recitazione avranno di che essere soddisfatti. E’ però il giovane Taron Egerton, alla prima esperienza di un certo livello, a reggere il film sulle sue spalle, grazie al carisma e a una bravura che lo porterà sicuramente molto lontano. Se Kingsman funziona, il merito però lo si deve soprattutto a Vaughn, ottimo nella gestione delle scene action, ma soprattutto capace di bilanciare violenza eccessiva e umorismo in maniera tale che tutti i corpi squartati, le parti del corpo che si staccano come se fossero burro e le teste che saltano in aria sembrino venire direttamente fuori da un cartone animato. A me poi, sono piaciuti un sacco i piani sequenza (chiaramente aiutati dal digitale) usati in molte scene di combattimento, che le rendono ancora più movimentate e coinvolgenti. Kingsman è un film che tiene incollati allo schermo, anche se avrebbe beneficiato, secondo me, di qualche taglio, visto che ci sono alcune sequenze a mio avviso inutili che tendono a rallentare troppo il ritmo. Questo è l’unico difetto piuttosto macroscopico che gli ho trovato, perché per il resto si tratta di un action davvero godibile e che si candida a una posizione di tutto rispetto tra le cose migliori del 2015. La speranza è che gli incassi siano sufficienti da consentire la realizzazione di un sequel, che dovrebbe però avere Vaughn ancora alla regia. Conoscendo la sua voglia di cimentarsi sempre in progetti nuovi, questo potrebbe essere un problema.