Archive for February 24, 2015

M-Review: Cinquanta Sfumature di Grigio

FiftyShades

Ci sono film che sono predestinati al successo, indipendentemente dalla loro qualità. Era piuttosto facile prevedere che Cinquanta Sfumature di Grigio, considerato il suo background, quello di libro che ha venduto decine di milioni di copie in tutto il mondo, avrebbe fatto sfracelli al botteghino. Un’altra cosa piuttosto facile da immaginare è che, vista la dubbia qualità del materiale di partenza, anche il film non sarebbe stato proprio indimenticabile. Tratto dal romanzo di E.L. James, nato come fan-fiction di Twilight, ma poi imprevedibilmente trasformatosi in un incredibile fenomeno letterario, Cinquanta Sfumature di Grigio racconta l’amore tra il giovane miliardario Christian Grey e l’innocente verginella Anastasia Steele. Ma non è una storia d’amore come tutte le altre, come ben sapete, perché il signor Grey è in realtà il protagonista di Cartoni Animati Giapponesi, mitica canzone degli Elio e le Storie Tese, in cui si recitavano le testuali parole “Pratico l’anal e l’arte del bondaggio, come si vede nel mio lungometraggio“. Scherzi a parte, la relazione malata che si crea tra Anastasia e Grey, vede lei tentare, dopo essere stata sverginata, di convertirlo a una vita più normale, mentre lui insiste nell’iniziarla all’amore sadomaso, sua unica fonte di piacere e di controllo nei confronti delle sue partner. Discutere la trama di Cinquanta Sfumature di Grigio è inutile, perché si tratta praticamente di un romanzo Harmony per le nuove generazioni (ma non solo). Quello su cui è giusto spendere qualche parola sono la messa in scena e tutti gli aspetti prettamente filmici.

A una Dakota Johnson piuttosto brava e credibile nella sua evoluzione da timida ragazzina a donna consapevole di se stessa fa da contraltare un Jamie Dornan legnoso e quasi svogliato, dall’accento indecifrabile e dal carisma degno di una sardina (ma nonostante questo ho sentito in sala giovani donne sospirare nelle sequenze a torso nudo). La regia di Sam Taylor-Johnson va un po’ a fasi alterne: se da un lato è apprezzabile la scelta di aver tentato di conferire un po’ di dignità alla trama, riducendo il sesso e cercando di rendere più credibili i suoi personaggi rispetto al libro, dall’altro ci sono scene di sesso schizofreniche, alcune girate con tatto e classe, altre in maniera parecchio discutibile (ci sarebbero parecchie cose da dire su quella che viene considerata la scena “clou” del film), lungaggini eccessive dove si poteva sfrondare qualcosa e un generale senso di vacuo e vuoto. Nota di merito alla colonna sonora, una delle migliori sentite negli ultimi anni. Certo, ci sono i temi strumentali di Danny Elfman, ma anche una serie di canzoni, che spesso fanno da sfondo alle scene più importanti, di artisti come Ellie Goulding, The Weeknd, Sia, Skylar Grey, Rolling Stones, Annie Lennox e altri. E poi ci sono i remix di due successi di Beyoncé: la già sensuale Haunted è resa più ariosa e ragginata, ma la trasformazione di Crazy in Love ad opera del produttore BOOTS, la rende la canzone scopereccia (pardon my french) con la S maiuscola (e riuscire a sfruttarla male nel film è una di quelle cose per cui si dovrebbe prendere la regista e impedirle di dirigere qualsiasi cosa, persino il traffico, per almeno un lustro). Cinquanta Sfumature di Grigio è l’equivalente di quello che era stato per noi uomini Basic Instinct all’inizio degli anni ’90. Ae vent’anni fa ci fiondavamo al cinema per ammirare la patata di Sharon Stone (trovando in aggiunta un film molto bello, un thriller dal sapore davvero hitchcockiano), adesso le sciure e le sciurette affollano i cinema per vedere le (poche, blande e alquanto caste) scene di dominazione, assistere a un film penoso e, soprattutto, immaginare di prendere il posto di Anastasia Steele. A ciascuno il suo.

M-Review: Jupiter Ascending

jupiter

Io non riesco a voler male ai Wachowski. A parte i due sequel di Matrix, che trovo imbarazzanti se paragonati al primo episodio, trovo che i due registi americani abbiano sempre realizzato film buoni o molto buoni, che però non hanno mai ottenuto al botteghino i risultati che avrebbero meritato. Penso a Speed Racer, divertente e spensierato (oltre che tecnicamente fighissimo), ma anche a Cloud Atlas, il cui unico difetto era quello di essere troppo complesso per il pubblico medio. Se proprio si deve trovare una colpa da imputare a questi due ex-sceneggiatori di fumetti, è quella di scrivere storie molto ricche, forse troppo per i gusti degli spettatori, che preferiscono cose decisamente più light (se Transformers 4 passa il miliardo di dollari di incassi worldwide, un motivo c’è). Jupiter Ascending è il loro tentativo di avvicinarsi a un genere molto gradito dal pubblico, quello della fantascienza “young adult”, a quale appartengono prodotti come i vari Hunger Games, The Maze Runner e via dicendo. Una sceneggiatura completamente originale, che in questi tempi di sequel e adattamenti è come un miraggio nel deserto, ma che purtroppo presenta i classici problemi di tutti i loro lavori: è troppo complicata, ci sono troppi personaggi, accadono troppe cose. E questo al pubblico, l’abbiamo capito, non va assolutamente a genio.

In soldoni, la storia è quella di Jupiter Jones (Mila Kunis), bella e giovane terrestre che lavora come donna delle pulizie e che scopre, dopo l’arrivo dallo spazio di Caine (Channing Tatum), guerriero intergalattico geneticamente modificato e incrociato con geni canini, di essere l’erede della Terra. Una situazione che la porterà a essere inseguita da cacciatori di taglie provenienti da un altro pianeta, mutaforma dall’aspetto mostruoso e chi più ne ha più ne metta. Il primo aggettivo con cui mi viene da giudicare Jupiter Ascending è “squinternato“: succede tutto e il contrario di tutto, il ritmo è incredibilmente frenetico perché in due ore capita davvero l’impossibile, si passa da un pianeta e da un’astronave all’altra con una velocità che manco nel miglior Star Trek. Poi, certo, va anche detto che la sceneggiatura è un susseguirsi di cliché, ma questo elemento di familiarità rende meno faticoso seguire la trama. Parrebbe un disastro, invece l’ho trovato molto divertente. Merito della mano salda con cui i Wachowski dirigono, di un cast che se la cava discretamente (l’unico fuori parte è un Eddie Redmayne che gigioneggia un po’ troppo) e di una realizzazione tecnica di altissimo livello (e ci credo, con 175 milioni di budget). Non è il film che vi cambierà la vita, ma se vi piace la fantascienza passerete due ore con l’acceleratore a tavoletta, senza annoiarvi mai e forse restandone anche piacevolmente sorpresi.

M-Review: Taken 3: L’Ora della Verità

Taken3

Se non fosse per Taken (alias Io Vi Troverò nel nostro paese), la carriera di action hero di Liam Neeson non sarebbe nemmeno partita. Non che l’attore irlandese ne avesse bisogno, ma il successo del film prodotto da Luc Besson gli ha permesso di rientrare in quel ristretto nugolo di nomi in grado di garantire qualità e incassi a un genere, quello action, nel quale i vari Schwarzy, Stallone e Bruce Willis, tanto per fare qualche esempio, sono diventati totalmente irrilevanti. Il problema è che Taken, come la maggior parte dei film che non nascono con l’obiettivo di generare figli e figliastri, doveva fermarsi lì. Taken 3: L’Ora della Verità è l’ennesima dimostrazione di quanto Hollywood preferisca puntare sull’usato sicuro che non cercare di creare qualcosa di nuovo, magari sempre con Neeson alla guida, sia chiaro. Dopo aver salvato la figlia rapita dagli albanesi ed essere stato salvato da lei in vacanza, questa volta Bryan Mills viene accusato ingiustamente dell’omicidio dell’ex-moglie, morta sgozzata, dal quale dovrà ovviamente scagionarsi come solo lui sa fare.

Taken 2 aveva mostrato quanto fosse disastroso tentare di cambiare la formula che aveva decretato il successo del primo episodio, tanto da tornare sui propri passi nella seconda metà del film (senza però far variare il risultato finale). In Taken 3, Neeson torna a essere l’unico a menare, il problema è che mena troppo poco. E se mi togli la sola ragione di esistere di questa serie, da cui non puoi certo attenderti una sceneggiatura e interpretazioni da Oscar, allora tutto va a catafascio. Come già nel secondo episodio, poi, il villain è del tutto evanescente e l’inevitabile colpo di scena è telefonato oltre ogni limite. Aggiungiamoci che anche le due grosse scene d’azione sono davvero insipide (colpa del regista Olivier Megaton) e la frittata è fatta. Il buon vecchio Liam regge la scena come pochi altri sanno fare, ma non è possibile affidarsi soltanto al carisma del protagonista per cercare di dare spessore al film. Per quanto partito piuttosto bene al botteghino (dove ha già recuperato l’esiguo, almeno per gli standard hollywoodiani, budget di produzione), Taken 3 sta dimostrando di non avere lo stesso tiro dei suoi predecessori e la speranza è che Besson capisca che è meglio far danni altrove (vedi Lucy) e non cercare di tenere in vita un cadavere che già puzza da parecchio tempo. Delusione piuttosto prevedibile, ma sempre delusione.

M-Review: Italiano Medio

Scopareeeeeee

Da fan di Maccio Capatonda attendevo con impazienza il suo esordio al cinema, dopo anni di produzioni di vario genere sia per la TV che per il web. Era un momento che prima o poi sarebbe dovuto arrivare, anche perché l’artista chietino ha sempre strizzato l’occhio al grande schermo fin dai primi mitici ed esilaranti trailer, dimostrando comunque di non essere un comico finito dietro la macchina da presa per caso, come capita molto spesso in Italia, ma un professionista che conosce bene la materia (non avrebbe una sua casa di produzione pubblicitaria da anni, probabilmente). Italiano Medio, come tutti sapete, nasce come finto trailer qualche anno fa e il film utilizza proprio lo stesso incipit, che poi è lo stesso di prodotti di successo come Limitless e il più recente Lucy. Solo che in questo caso, la pillola magica non amplifica l’utilizzo del cervello, ma lo riduce dal 20% al 2%, con tutte le conseguenze del caso. Maccio veste i panni di Giulio Verme, personaggio dal nome un po’ fantascientifico, un po’ neorealista, che pare una versione iperbolizzata dello stereotipo grillino, un uomo che ha praticamente smesso di vivere per il rispetto del mondo e di ciò che lo popola.

L’incontro, dopo anni, con l’ex-compagno di classe Alfonzo Scarabocchi, che da piccolo voleva fare l’usciere (con spettatori in lacrime dalle risate per la scenetta che viene dopo), lo porterà a ingerire la pillola di cui sopra, che darà vita a un alter ego per cui le cose più importanti sono la famiglia, la gazosa e la prostituzione, mentre l’unico obiettivo nella vita è, ovviamente, SCOPAREEEEEEE! (e qui al cinema è partito un applauso). Per prima cosa va detto che Italiano Medio è un vero film, non uno sketch allungato. Certo, ci sono alcune cose che non funzionano soprattutto nella risoluzione finale e magari si poteva anche tagliare qualcosa per questioni di ritmo, ma il risultato è assolutamente buono e, soprattutto, davvero divertente. Certo, chi conosce l’opera omnia di Maccio troverà parecchie citazioni ai precedenti lavori e, magari, riderà molto di più di chi si approccia al personaggio per la prima volta. Ma anche i neofiti si divertiranno parecchio, perché l’umorismo nonsense di Maccio, Herbert Ballerina, Ivo Avido e Rupert Sciamenna è cattivissimo, come raramente capita dalle nostre parti, oltre a essere totalmente privo di pietà nei confronti di chicchessia. Nessuno viene salvato: buoni e cattivi, poveri e ricchi sono trattati alla stessa maniera, a pesci in faccia. Nel complesso, però, va detto che ci sono ampi margini di miglioramento, ma siamo sicuri che alla sua prossima prova sul grande schermo (che visti gli ottimi incassi probabilmente non tarderà più di tanto), il buon Maccio riuscirà a non ripetere gli errori di gioventù commessi in questo film e crescerà tantissimo. Se non siete ancora andati al cinema a vedere Italiano Medio, cosa state aspettando? Se avete bisogno di ridere, anche se con un po’ di amarezza (perché il ritratto che viene fatto dell’italiano medio è tristemente piuttosto realistico) questo è il film che fa per voi.