Archive for September 30, 2014

M-Review: Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) #LeVieDelCinema

Birdman

Pare che uno dei trend del cinema americano di questo 2014 sia quello di raccontare sé stesso o, per essere più precisi, i personaggi che popolano questo mondo. Se in The Humbling (di prossima recensione su queste pagine), Al Pacino interpreta un attore sul viale del tramonto che deve ritrovare sé stesso per dare una scossa alla sua carriera, qui in Birdman il protagonista è un attore reso celebre da un ruolo da supereroe che, nonostante siano passati 20 anni da quel periodo, non è ancora riuscito a scollarselo di dosso. E l’unico modo per fare qualcosa di diverso è adattare un racconto di Raymond Carver per il teatro, cosa che invece lo farà scontrare con i suoi demoni interiori. Alejandro Gonzales Inarritu ha deciso di affidare questo ruolo a Michael Keaton, in quella che è probabilmente l’interpretazione più autobiografica della sua carriera. Certo, magari l’attore americano non ha mai avuto voci alla Batman che risuonavano nella sua testa, figlie in rehab o giovani attrici con cui ha avuto relazioni che passano velocemente a lesbicheggiare con le altre co-star, ma è innegabile che la maggior parte del pubblico lo ricordi per essere stato il primo uomo pipistrello, analogamente a quanto accade al suo Riggan Thomson.

Keaton offre una performance attoriale davvero pazzesca, ma non è il solo del cast a darsi da fare, visto che chiunque, da Edward Norton a Zach Galfianakis, da Emma Stone a Naomi Watts, si impegna tantissimo. Virtuoso della macchina da presa, Inarritu (con la collaborazione di Emmanuel Lubezski, direttore della fotografia anche di Gravity) gira l’intero film in piano sequenza, staccando ovviamente tra una scena e l’altra, ma coinvolgendo lo spettatore e permettendogli di immedesimarsi ancora di più in quanto viene raccontato. Ci sono tanti riferimenti alla realtà, al cinema hollywoodiano contemporaneo (il bellissimo dialogo iniziale in cui sono citati Fassbender e Jeremy Renner ne è un esempio), ma allo stesso tempo ci sono tante concessioni ai sogni e ai pensieri, che danno origine alle sequenze più spettacolari e allo stesso tempo poetiche. Certo, ogni tanto si perde qualche punto di riferimento durante le divagazioni del protagonista, ma metabolizzando quanto si è visto tutto torna perfettamente. Birdman non è un film facile, ma al termine delle due ore vi lascerà davvero soddisfatti, visto che regia, sceneggiatura e recitazione sono ai massimi livelli. Negli USA esce a ottobre, ma per l’Italia dovrete purtroppo aspettare febbraio 2015.

M-Review: Burying the Ex #LeVieDelCinema

BuryingPoster

Joe Dante fa parte di quel gruppo di registi di culto degli anni ’90 (John Landis è un altro esponente della categoria, tanto per fare un esempio), che a un certo punto della loro carriera sono stati messi da parte da Hollywood, che ha preferito loro ondate di mestieranti dal dubbio talento. Il regista dei due Gremlins e di Salto Nel Buio, trio di film che non rivedo colpevolmente da troppo tempo, si diletta da un po’ di anni con pellicole più piccole ed episodi di serie TV. Burying the Ex, presentato una manciata di settimane fa all’ultimo Festival del Cinema di Venezia è una commedia horror dalla premessa molto semplice, che mette in scena uno stranissimo triangolo amoroso. Ci sono un ragazzo appassionato di film horror e commesso in un negozio che vende gadget macabri, la sua ragazza blogger e vegana, gelosissima di lui e il terzo incomodo, una gelataia dal cuore d’oro appassionata anche lei di zombi e pellicole sanguinolente. La blogger muore per una fatalità, ma un giuramento fatto dal ragazzo su uno strano oggetto diabolico quando i due erano ancora insieme, la riporta inaspettamente in vita, ma in versione zombi.

Inutile dire che questa cosa avrà conseguenze sia su di lui che sulla sua nuova relazione. Anton Yelchin è il protagonista maschile, la vegana rinata zombie è la Ashley Greene di Twilight, mentre la gelataia è una radiosa Alexandra Daddario (che da True Detective in poi vediamo proprio con gli occhi dell’amore). Dante mette in scena un altro film indirizzato al pubblico più giovane, dopo The Hole, horror in 3D senza infamia e senza loro. Anche Burying the Ex, per quanto molto divertente e mai noioso, essenziale nella sua durata (meno di 90 minuti), risulta riuscito soltanto a metà. Da una parte, ci sono dialoghi davvero azzeccati e un trio di attori, con in aggiunta il Seth Rogen della situazione (Oliver Cooper, visto in Project X) che recitano molto bene e dimostrano di divertirsi loro stessi. Dall’altra ci sono invece alcune scelte di sceneggiatura piuttosto incomprensibili, in primis la scelta di procedere verso il finale più ovvio e banale, quando prendersi qualche rischio in più avrebbe sicuramente reso tutto ancora più divertente. Al momento la pellicola non ha ancora un distributore nemmeno negli USA, ma credo che l’uscita direttamente in VOD/home video sia la scelta più logica, visto che si tratta del film perfetto per una serata tra amici, magari con le proprie compagne, viste le venature sentimental-romantiche di parte della trama. Nonostante i difetti, a me è piaciuto, quindi non posso che consigliarvi di vederlo, appena si renderà disponibile in qualche modo. Ben fatto, Joe… ora però convinci qualcuno che è il momento di far tornare i Gremlins al cinema.

M-Review: Into the Storm

intothestorm

Sentivo proprio il bisogno di un bel film catastrofico. Ma non di quelli della Asylum, perché in questi casi anche l’occhio vuole la sua parte. Il maggior difetto di Into the Storm è che, se non fosse per le decine di milioni di dollari spese (il budget è di circa 50 milioni di dollari), lo spessore della trama e dei personaggi sarebbe tranquillamente paragonabile a quello di una media produzione Asylum. Ma non è questo che ci interessa in un film del genere, giusto? Ci interessa vedere disastri quanto più possibile realistici, con effetti speciali di un certo livello e che ci facciano proprio sentire dentro all’apocalisse che si sta scatenando sullo schermo. Quel poco di trama che c’è è soltanto di servizio agli effetti visivi usati per creare la serie di tornado più grande, violenta e devastante della storia, che si scatena sulla piccola cittadina di Silverton, nel Michigan. Da una parte ci sono le beghe di una famiglia, con padre vedovo e vicepreside del locale liceo e i due figli adolescenti, uno dei quali si metterà nei guai per stare vicino alla ragazza di cui è segretamente innamorato (e aggiungo, ha ottimi gusti), dall’altra le avventure di un gruppo di cacciatori di tornado, ma di quelli che girano documentari per Discovery et similia, con mezzi corazzati, tecnologie avanzatissime e videocamere in ogni dove.

Steven Quale, una vita passata a fianco di James Cameron, è al suo secondo vero film dopo il dimenticabile Final Destination 5. Aver aiutato il regista di Avatar e Titanic nella regia del suo Ghosts of the Abyss, documentario che ha ormai una decina d’anni sul groppone, gli è probabilmente servito a molto, visto che è l’approccio simil-documentaristico, assieme agli effetti speciali, a salvare Into the Storm trasformandolo in qualcosa di più che uno squallido B-movie destinato ad affollare i cestoni dei BluRay delle catene di elettronica. L’alternanza tra found footage e riprese esterne garantisce allo stesso tempo coinvolgimento e la possibilità di capire cosa accade al di fuori di quel che stanno vedendo i protagonisti. Inutile dire che le scene più efficaci, come Cloverfield insegna, sono quelle riprese da una “finta” videocamera digitale o da uno smartphone, mentre le altre non sono altro che uno showcase per gli effetti speciali che mostrano la distruttiva forza del tornado (vedi la sequenza dell’aeroporto presente anche nel trailer). Anche il cast finisce per passare in secondo piano rispetto alla calamità naturale senza nome, con volti noti soprattutto al pubblico televisivo, come Sarah Wayne Callies (Prison Break, The Walking Dead), Matt Walsh (Veep) e Richard Armitage (Strike Back, ma anche Thorin della trilogia dello Hobbit) e una pletora di sconosciuti. Non avrei scommesso molto su Into the Storm, ma nei suoi 80 minuti effettivi mi ha tenuto incollato alla poltrona e mi ha fatto uscire dal cinema tutto sommato soddisfatto. E di questi tempi, credetemi, è una cosa davvero difficile.

M-Review: Tutto Può Cambiare (Begin Again)

BeginAgain

Ci sono progetti che segui fin da quando sono stati annunciati, per ragioni varie. Nel caso di Tutto Può Cambiare (in originale Begin Again, ma il titolo iniziale, molto più azzeccato, era il bellissimo Can a Song Save Your Life?) le motivazioni erano parecchie: il fatto che si tratti del nuovo film di John Carney a quasi un decennio da quella piccola gemma di Once, le vicende ambientate nel mondo della musica, la presenza di Adam Levine dei Maroon 5 in un ruolo piuttosto importante e, da quando ho potuto ascoltarla in separata sede, anche la colonna sonora, interamente scritta da Gregg Alexander dei New Radicals, con lo stesso Levine (ovviamente) e una sorprendente Keira Knightley impegnati a cantare. La storia è quella di due seconde occasioni: per Greta (Keira Knightley), giovane cantante inglese emigrata a New York in cerca di fortuna con il fidanzato musicista (Adam Levine) che la lascia alle prime avvisaglie di successo e per Dan (Mark Ruffalo), discografico in disgrazia, divorziato dalla moglie (Catherine Keener), con una ribelle figlia adolescente (Hailee Steinfeld), che sente la ragazza cantare in un bar e capisce che il suo talento potrebbe essere la chiave per la sua rinascita professionale.

Lo stile di Carney è quello che già avevamo conosciuto e apprezzato in Once. Leggero come una brezza marina, il film è fondamentalmente una commedia romantica, che però non cade mai nel banale e, soprattutto, si prende dei rischi notevoli nella parte finale, dove le vicende prendono una piega tutt’altro che scontata, in opposizione ai cliché tipici del genere. La Knightley veste con bravura i panni di un personaggio diverso dal solito, Mark Ruffalo fa bene quello che siamo abituati a vedergli fare, mentre la delusione dal punto di vista recitativo è Levine, assolutamente monocorde, nonostante un ruolo che gli assomiglia in molti tratti. Come già detto prima, la colonna sonora (che trovate sotto, ascoltabile da Spotify) riveste un ruolo importantissimo, perché tutte le vicende si snodano attorno a un paio di canzoni: la stupenda Lost Stars, in due versioni radicalmente diverse l’una dall’altra (acustica e minimal per la Knightley, con il tipico arrangiamento da studio per il cantante dei Maroon 5) e Tell Me If You Wanna Go Home. Lost Stars, per me si merita la nomination e pure la vittoria ai prossimi Oscar. Ho apprezzato tantissimo Begin Again e non posso che consigliarvene la visione appena uscirà al cinema anche qua da noi, il 16 ottobre. In un’estate di blockbuster perlopiù deludenti, cose piccole di qualità come questo film sono davvero una boccata d’aria fresca.

M-Review: The One I Love

TheOneILove

Consultando molti siti che parlano di cinema, a volte capita di leggere recensioni di piccoli film indipendenti, dalla distribuzione estremamente limitata, che però ottengono giudizi unanimemente positivi. Inutile dire che, da buon appassionato della settima arte, mi fiondo subito alla ricerca del film in questione, sia attraverso metodi legali (Netflix) che non. The One I Love è una stranissima commedia che ha come protagonista una coppia (Mark Duplass ed Elizabeth Moss) in crisi, a cui un terapeuta (Ted Danson, in un ruolo da un paio di minuti) consiglia come cura quella di passare un weekend in un luogo ameno, dove i due potranno provare a riconciliarsi e rilanciare il loro matrimonio. Non posso raccontare nient’altro per una ragione ben precisa, cioè che il primo colpo di scena si ha dopo appena dieci minuti, quindi tutto quel che viene in seguito è assolutamente da scoprire.

Il film si regge interamente sulla coppia Duplass/Moss: lui ha partecipato a parecchie pellicole indie, lei la conosciamo soprattutto per Mad Men e per la bellissima miniserie Top of the Lake. Ci sono soltanto loro due in scena, a parte il brevissimo cameo di Ted Danson, per tutta l’ora e mezza di durata del film. I primi due atti sono perfetti, il mistero si infittisce sempre più, solo che nell’ultima mezz’ora tutto il castello di carte che è stato lentamente costruito crolla miseramente. C’è una spiegazione da dare, ma regista e sceneggiatore preferiscono lasciare al pubblico l’onere di capire i perché sono accadute certe cose. Per carità, ci può anche stare, ma a meno che non ti chiami David Lynch, che comunque dissemina l’intero film di indizi che possono portare a una soluzione più o meno credibile, chiunque altro non possa permettersi di farlo. Ed è per questo motivo che The One I Love, preso come puro divertissement, risulta una piacevolissima commedia, mentre come film va a sbattere contro gli iceberg che si è creato in modo totalmente autonomo. Faccio quindi molta fatica a comprendere le critiche positive: come detto, c’è un’ottima base, ma è la parte finale a fare acqua da tutte le parti.