Archive for August 26, 2014

TV-Review: Selfie/A to Z

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Sembra che quest’anno i social network siano tra i temi preferiti dalle serie della nuova stagione TV americana, sit-com in primis. Selfie, come suggerisce il titolo stesso, è una rivisitazione moderna di My Fair Lady: la Eliza Doolittle del caso si chiama Eliza Dooley ed è la commerciale di un’azienda farmaceutica, ossessionata dai social e dal modo in cui appare agli altri, cosa che la rende incapace di avere reali relazioni interpersonali. Henry Higenbottam (l’Henry Higgins dei giorni nostri) è invece un consulente d’immagine, che accetta di seguire la ragazza per cercare di renderla una persona più vera. Creata da Emily Kapnek, creatrice della defunta Suburgatory, Selfie ha un pilot schizofrenico: odioso nella prima parte, antipatica quasi quanto la protagonista (una Karen Gillan più gnocca che mai, lontana anni luce dalla Amy Pond di Doctor Who), piacevole nella seconda, dove comincia a ingranare il rapporto tra Eliza e Henry, che ha invece il volto di John Cho (Sulu dello Star Trek di J.J. Abrams). Chi vive di social la amerà e anche gli amanti delle sit-com più sofisticate la faranno diventare uno degli appuntamenti fissi della settimana (ABC la manderà in onda a partire da  martedì 30 settembre), ma personalmente non riesco a vedermela oltre la prima serie, non tanto per un eventuale flop di ascolti, ma perché si rischia un salto dello squalo piuttosto anticipato, a meno di non rivoluzionarne la premessa. Chi vivrà vedrà.

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A to Z narra invece la storia d’amore tra Andrew, nerd e sognatore che lavora per un sito di dating online e Zelda, avvocatessa in carriera e donna molto concreta, che si incontrano per caso e, nonostante alcune divergenze iniziali apparentemente insanabili, si innamorano e cominciano a vivere la loro storia. I 22 episodi prenderanno i loro titoli proprio dalle lettere dell’alfabeto e seguiranno l’evolversi del rapporto tra i due giovani. Creata da Ben Queen, autore di una serie di cui credo essere uno dei pochi ad avere ricordi piacevoli (Drive, durata una manciata di episodi, annata 2007, con Nathan Fillion, Dylan Baker e una giovanissima e ancora sconosciuta Emma Stone), A to Z non sembra offrire nulla di nuovo nel genere: certo, i personaggi sono simpatici, i due protagonisti Ben Feldman (Mad Men) e Cristin Milioti (sì, la madre di How I Met Your Mother) sono quel che si definisce “likable” e anche l’idea del seguire l’alfabeto per narrare la storia del loro amore non è male. Il problema è che anche qui, come per Selfie, la struttura sembra funzionale soltanto per una prima serie. Dalla seconda in poi, in caso di rinnovo (che vedo molto improbabile, però, detto con grande sincerità), cosa succederà? Si adotterà l’approccio “dalla A alla Z” per il matrimonio, per la vita coi figli, per la vecchiaia, ecc.? Anche in questo caso, non si tratta di un brutto pilot, intendiamoci, ma della classica sit-com da network generalista che non rischia nulla e che ha un po’ rotto i cabbasisi. Nel caso vogliate vederla, la NBC la trasmetterà a partire da giovedì 2 ottobre.

M-Review: Dawn of the Planet of the Apes (Apes Revolution: Il Pianeta delle Scimmie)

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Rise of the Planet of the Apes è stato la sorpresa cinematografica dell’estate 2011. Nessuno avrebbe scommesso mezzo cent su questo reboot, soprattutto dopo il disastroso remake targato Tim Burton, ma la trasformazione del tutto in una origin story e lo spostamento del focus dagli umani alle scimmie hanno reso il film un ottimo nuovo inizio per questa saga. Dawn of the Planet of the Apes si svolge dieci anni dopo le vicende narrate nel primo episodio: il virus che ha reso intelligenti i primati ha decimato la razza umana e i pochi sopravvissuti di San Francisco decidono di provare a trattare con Caesar e il resto delle scimmie, che vivono in pace e tranquillità all’interno della foresta, per accedere a una diga che potrebbe fornire loro nuovamente energia. Non sto a dirvi come procedono le cose perché ci arrivate benissimo da soli (nel caso non troviate la soluzione, magari guardate pure il trailer qua sotto).

Dawn of the Planet of the Apes (mi rifiuto di usare il titolo italiano) ci dimostra che le tecnologie di performance capture sono giunte a livelli impensabili solo 3 anni fa e che le scimmie sono molto più realistiche di qualsiasi attore truccato o animatronico. Il lavoro di Andy Serkis, Toby Kebbell (futuro Doctor Doom dei nuovi Fantastici 4 e qui nei panni del vero villain, il cattivissimo Koba) e degli altri performer è davvero eccellente e continuo a chiedermi perché non si voglia finalmente candidarli a qualche premio importante. Il film scorre via che è un piacere, è ben recitato e, come già detto, eccelle soprattutto dal punto di vista tecnico. Si potrebbe dire che l’unico suo problema è proprio la presenza degli umani: in questo caso sono personaggi davvero inutili, che si comportano quasi sempre in modo stupido e non fanno praticamente nulla per opporsi alle scimmie, se non cose ancora più stupide. Il finale è praticamente un’introduzione a quello che vedremo nell’ovvio terzo episodio (confermato dal gran successo ai botteghini di tutto il mondo) e la speranza è che si arrivi presto a un film in cui non compaia nessun umano. Si potrebbe essere d’accordo con Koba, qui sono gli umani i veri nemici.

TV-Review: Outlander/Matador

Outlander

Mentre in estate dalle nostre parti, in ambito televisivo, tutto tende a fermarsi, negli USA questa stagione sta diventando ricca quasi quanto quella invernale. Bisognerebbe dire grazie ai canali via cavo, che propongono nuovi prodotti attesi e pregiati, in contrapposizione ai network generalisti, la cui programmazione “originale” è invece composta, durante la stagione estiva, da scarti e novità low-cost.

Outlander è la nuova proposta di casa Starz, il network di Spartacus e del recente Black Sails, che si è affidato ai servigi di Ron Moore (Battlestar Galactica, Helix) per la trasposizione dei celebri romanzi della scrittrice Diana Gabardon, di gran successo in tutto il mondo. Claire Randall è un’infermiera sopravvissuta alla seconda guerra mondiale, che durante un giro tra le lande scozzesi col fidanzato, dopo essersi addormentata su una roccia, si ritrova catapultata ben 200 anni prima, in un luogo e in un periodo storico che non le appartengono. La premessa è pura sci-fi, ma la serie sta a metà tra il drammone romantico e l’avventura, anche se nel pilot prevale l’elemento “melò” rispetto a quello action. Per quanto questo primo episodio non mi abbia entusiasmato, forse perché mi attendevo qualcosa di diverso, non si può negare che, oggettivamente, si tratti di una produzione di altissimo livello, ottimamente recitata (l’ex-modella Caitriona Balfe, oltre che avere un fisico da paura, è pure bravissima) forse addirittura superiore a tutto quello che Starz ha realizzato da quando si è messa a produrre serie TV. Personalmente non lo seguirò (magari proverò a recuperarne qualche episodio più avanti), ma consiglio a chi ama il genere di guardarselo, perché non se ne pentirà affatto.

Matador

Matador è invece la seconda produzione originale di El Rey Network, il canale televisivo via cavo messo in piedi nei primi mesi del 2014 da Robert Rodriguez, il regista di film come Desperado, Spy Kids, Sin City e tanti altri. Dopo la serie tratta da Dal Tramonto all’Alba, che personalmente ho molto gradito (recuperatela, è una serie di cui purtroppo si è parlato davvero poco), è venuto il momento di questo Matador, il cui protagonista è un agente segreto che, per indagare su loschi traffici, deve entrare in una squadra di calcio e giocare da professionista. Creata da Roberto Orci, futuro regista di Star Trek 3 e sceneggiatore di film come The Amazing Spider-Man 2 e The Island, oltre che di una serie come Alias (l’ispirazione è piuttosto chiara), è stata lanciata subito dopo i mondiali. Con un concept del genere la cagatona era dietro l’angolo, ma grazie a una regia attenta (il pilot è diretto proprio da Rodriguez), una trama che scorre e personaggi simpatici, Matador si configura come piacevole divertissement estivo senza pretese. Dal mio punto di vista, assolutamente consigliato.

M-Review: Transformers 4: L’Era dell’Estinzione

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Michael Bay, lo sai che ti adoro. Lo sai che ho visto The Rock più di 90 volte (anche se non è il mio film preferito), che Armageddon e Bad Boys II li vedo quando sono giù di morale e ho bisogno di divertirmi e che trovo sia The Island che Pain & Gain dei film tremendamente sottovalutati. Se c’è una cosa che non ti ho mai perdonato, oltre a Pearl Harbor, c’è tutta la prima trilogia dei Transformers. Va bene gli incassi, va bene i soldi facili, ma stare dietro a questi robottoni non ti è mai stato congeniale. Certo, il tuo stile si vede tutto, ma le sceneggiature non ti permettono di mostrare davvero quello che sai fare quando dietro c’è una scrittura degna di tale nome (certo, è anche colpa tua che non fai molto per opporti). Speravamo che, come avevi dichiarato, mollassi questa saga, ma invece sei tornato per acclamazione popolare a dirigere Transformers 4: L’Era dell’Estinzione. Questa volta ci sono un inventore (Mark Wahlberg, LOL) con figlia 17enne a carico (la gnocchissima e 19enne Nicola Peltz), un cacciatore di taglie alieno e un uomo d’affari che ha scoperto il Transformium, la molecola alla base delle trasformazioni ma non si capisce da che parte sta.

Ah, poi ovviamente ci sono tutti gli Autobot, qualche traccia di Decepticon e pure i Dinobot (anche se solo per due minuti alla fine), oltre a un sacco di personaggi inutili. Perché senza questi ultimi sarebbe impossibile riuscire ad allungare il brodo per ben 2 ore e 45 di nulla, in cui Bay salta di palo in frasca fregandosene totalmente di buchi di sceneggiatura così grandi da farci passare Optimus Prime in tutta tranquillità. Certo, ci sono le trasformazioni, le esplosioni, i soliti dialoghi perfetti per un bimbo di 10 anni e le classiche inquadrature altezza lato B del regista americano (solo che la Peltz è molto più giovane di tutte le sue omologhe del passato). Ma si respira pure un senso di noia e di “ma quando finisce sta roba?” e pure gli effetti speciali non sono così impeccabili come sempre. A essere onesti bisognerebbe pure dire che Bay muove la camera con molta più calma rispetto al solito, probabilmente a causa delle cineprese IMAX che lo limitano fortunatamente nel movimento e che Stanley Tucci è l’unico attore che non ne esce con le ossa rotte (ma questa è un po’ una costante di tutti i Transformers, in cui di solito a salvarsi sono solo i veri attori). Il punto è che Transformers 4, nonostante gli incassi abbiano sfracellato i record dei precedenti un po’ in tutto il mondo, Cina in primis, è davvero una cagata pazzesca. Se i primi tre film avevano qualche elemento di redenzione, qui invece siamo davvero al disastro più totale. Nota di merito finale per il cinema UCI Romagna di Savignano, che l’ha proiettato in lingua originale in una delle sue sale per un intero weekend di fine luglio. Vuoi per il periodo vacanziero, vuoi perché c’era bel tempo, ero da solo in sala. Speriamo che i risultati scoraggianti non li facciano demordere e comincino a proporre proiezioni di questo tipo anche in altri momenti dell’anno.