M-Review: Lo Hobbit: La Desolazione di Smaug

Smaug

Quando Guillermo Del Toro fu annunciato come regista della versione cinematografica dello Hobbit, il fanboy che c’è in me, adorando il cineasta di origini messicane, fece la ola. La sua rinuncia e il successivo ritorno dietro alla macchina da presa di Peter Jackson, invece, mi provocarono l’effetto opposto. Se c’è una cosa che non ho apprezzato della trilogia del Signore degli Anelli quella è sicuramente la regia. Trovo che il regista neozelandese, proprio come George Lucas, abbia un notevole senso degli affari, ma se la cavi bene soltanto con i film più piccoli, come quelli dei suoi esordi. La decisione di trasformare un romanzo da poche centinaia di pagine in tre pellicole ha lasciato abbastanza scettici i fan della saga tolkeniana, ma non solo. Il primo Hobbit, uscito lo scorso anno, mostrava tutti i limiti di questa scelta: partenza lentissima, una manciata di sequenze spettacolari e, purtroppo, molta noia.

Premesse che non facevano presagire nulla di buono per il secondo episodio della nuova trilogia. E infatti La Desolazione di Smaug soffre più o meno degli stessi problemi del suo predecessore, solo che qui, dopo due ore di brodaglia allungata, con personaggi recuperati dall’altra trilogia, elfe (Evangeline Lilly piace sempre assai, ma il personaggio se lo è inventato Jackson) e triangoli amorosi inventati e tanto ciarlare, comincia un film degno di tale nome. Il drago Smaug è uno dei personaggi CGI più minacciosi e “veri” che si siano mai visti sullo schermo, oltre a entrare di diritto nella Top 10 dedicata ai cattivi cinematografici. Il merito va, oltre che ai tecnici di WETA Digital, soprattutto alla straordinaria caratterizzazione vocale di Benedict Cumberbatch, che ha anche fornito le sue movenze per il performance capture. Evoluzione di quanto fatto nel decennio precedente per Gollum? Beh, direi di sì. La Desolazione di Smaug è, come dice lo stesso titolo, una desolazione che torna a prender vita nel momento in cui entra in scena il personaggio citato. Tremo al pensiero di quel che potrà succedere col capitolo conclusivo. Un film solo era sufficiente, con due si era già al limite, tre è davvero troppo.

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