M-Review: The Zero Theorem #LeVieDelCinema

ZeroTheorem

Il primo amore non si scorda mai e, per tornare alla regia qualche anno dopo The Imaginarium of Dr. Parnassus, film segnato dalla morte di Heath Ledger, il grande Terry Gilliam si è affidato a uno script “esterno”, in cui non ha sorprendentemente messo le mani (credo sia la prima volta che accade), per girare una storia distopica e che ricorda tantissimo, forse pure troppo, il suo capolavoro, Brazil. Presentato all’ultimo Festival di Venezia, The Zero Theorem è la storia di Qohen Leth, programmatore per una mega-corporazione, che stufo della sua routine quotidiana chiede di essere trasferito a lavorare a casa. Il permesso gli viene accordato, ma in cambio di uno sforzo extra: l’uomo dovrà risolvere il teorema zero, enigma che ha fatto impazzire più di una persona, ma che a quanto pare nasconde i segreti alla base dell’esistenza umana.

Christoph Waltz è come sempre un eccellente protagonista, la cosa migliore di un film che parte molto bene, ma che a un certo punto parte per la tangente e prende una piega abbastanza priva di senso. Gilliam dice che si tratta della pellicola più a basso budget che gli sia capitato di girare e devo dire che, se così fosse, il risultato ottenuto dal punto di vista visivo e tecnico è davvero eccellente, visto che ci sono un sacco di sequenze ricche di effetti speciali, che fanno pensare a budget decisamente superiori. Per quanto riguarda la recitazione, David Thewlis fa quel che può, mentre il cameo di Matt Damon è decisamente surreale. A svettare è comunque la bellissima Melanie Thierry, prostituta dal cuore d’oro che si innamora del protagonista, ma che nell’economia del film, mi tocca dirlo, è forse il personaggio meno sensato. Alla fine della fiera, The Zero Theorem è una grossa occasione mancata: forse Gilliam avrebbe dovuto intervenire di prepotenza sulla sceneggiatura. Peccato.

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