M-Review: Maniac

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Quando respiri profumo di cinema, in casa, sin dall’infanzia, il tuo futuro professionale è abbastanza segnato. Il francese Alexandre Aja, che si è rivelato al grande pubblico ormai un decennio fa, con lo slasher Alta Tensione, è figlio d’arte: suo padre è infatti il regista francese Alexandre Arcady, molto noto in patria. Questo ha consentito al ragazzo di realizzare il suo primo lungometraggio a 20 anni, per poi giungere al successo a 24. Va però detto, se dobbiamo dare a Cesare quel che è di Cesare, che Aja è un regista particolarmente dotato e se non fosse così bravo non sarebbe riuscito a sbarcare oltreoceano a soli 26 anni. In questi ultimi anni, si è specializzato, oltre a qualche breve parentesi “originale” nel realizzare remake di horror anni ’70/’80, che ha diretto o semplicemente prodotto, mettendo dietro alla macchina da presa qualche collaboratore storico, un po’ alla Besson, tanto per citare come esempio un suo connazionale. Maniac, remake dell’omonimo cult movie di William Lustig del 1980, è infatti soltanto prodotto da Aja, ma diretto da Franck Khalfoun, lo stesso del discreto P2, datato 2007.

La storia è quella di un misterioso tizio, proprietario di un negozio di manichini, la cui ossessione per una giovane artista, che sembra provare qualche sentimento per lui, tornerà a scatenare al suo interno un tremendo e distruttivo istinto omicida. Elijah Wood aveva già dimostrato di saper interpretare un assassino in Sin City e si potrebbe dire che questo personaggio è in realtà un’evoluzione di quanto ci aveva fatto vedere allora. Il suo serial killer è un uomo squilibrato, per via di alcuni comportamenti materni, sin dall’infanzia, la cui voglia di uccidere è probabilmente dovuta a quanto ha vissuto. Personalmente non ho mai visto l’originale, ma devo dire che il lavoro fatto da Khalfoun e Aja è decisamente egregio. La scelta di girare tutto il film in prima persona, dagli occhi del protagonista, facendocelo vedere soltanto nei pochi casi in cui si guarda allo specchio (quasi sempre rotto, a simboleggiare la sua mente in frantumi), poteva sembrare inizialmente avventata, ma si è rivelata davvero azzeccata. Esteticamente, la pellicola assorbe molto sia da Collateral, nel modo di mostrare Los Angeles, che da Drive, a livello di colonna sonora e di feeling generale, a cui vanno uniti ettolitri di sangue e di teste mozzate. Wood riesce a reggere sulle spalle tutto il film, mentre non si può dire lo stesso della co-protagonista Nora Arnezeder (bel visino, ma nulla più). Personalmente, ho gradito molto Maniac e ne consiglio la visione a tutti gli appassionati del genere e a chi è alla ricerca di un film forte, sia visivamente che psicologicamente. Non si sa ancora nulla di un’eventuale uscita italiana, per cui se non riuscite ad attendere, date un’occhiata in giro. 😉

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