M-Review: Gangster Squad

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L’ultima resurrezione del genere hard boiled si era verificata alla fine degli anni ’90, grazie al successo di L.A. Confidential. Ci sono voluti quasi quindici anni e un videogioco, L.A. Noire, per convincere qualcuno a riproporre questo tipo di storie al cinema. E’ innegabile, vedendo Gangster Squad, che il titolo Rockstar/Team Bondi sia stata la principale fonte d’ispirazione visiva per il terzo film da regista di Ruben Fleischer, che avevamo apprezzato col divertentissimo Zombieland, trattato a pesci in faccia dalla distribuzione italiana, qualche anno fa. La storia del film è quella che vi aspettereste da una pellicola di questo tipo: c’è la Los Angeles di fine anni ’40, un gruppo di poliziotti, un gangster, la pupa del boss che se la fa con uno dei tutori della legge e tutti gli elementi che caratterizzano il genere.

Il principale problema di Gangster Squad è che nelle sue quasi due ore di durata non riesce mai a sollevarsi dalla sua medietà, se mi si passa il termine. Non è un brutto film, sia chiaro, solo che non ha particolari punti di forza, né a livello tecnico, né a livello artistico. Fleischer porta tranquillamente a casa il compitino, affidandosi a un gruppo di attori con cui non si può sbagliare, guidato da Josh Brolin, Sean Penn, Ryan Gosling ed Emma Stone, con tanti altri nomi e volti noti (da Nick Nolte a Mireille Enos, passando per Troy Garity e Anthony Mackie) in ruoli di contorno. Il cast, però, non si sbatte più di tanto e si limita a fare il minimo sindacale per essere credibile nel proprio ruolo. La ricostruzione della Los Angeles della prima metà del secolo scorso è bella da vedere, la fotografia è patinata al punto giusto e ci sono pure un paio di sequenze con qualche trovata interessante. Nel complesso, però, il film si colloca in quel limbo dove si trovano tutti i “senza infamia e senza lode“. Per me, grossa occasione mancata.

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