Archive for August 31, 2012

Video: Justin Bieber (ft. Big Sean) – As Long As You Love Me

Se anche Justin Bieber si dà alla dubstep vuol dire che ormai questo genere ha perso tutta quell’aura di unicità che lo rendeva diverso dal resto della musica elettronica. Certo, Skrillex, tanto per fare un nome conosciuto, è tutt’altra cosa, ma di questo passo ci ritroveremo a vedere una collaborazione tra i due, tanto la fascia d’età è più o meno la stessa (Bieber è del 1994, Skrillex del 1988 e io mi sento terribilmente vecchio). Va comunque detto che il secondo singolo tratto da Believe, album che avrebbe dovuto segnare il passaggio alla musica “adulta” per il giovane artista canadese, tutto sommato non funziona nemmeno troppo male.

Prodotta dall’espertissimo Rodney “Darkchild” Jenkins, la canzone, che vede la partecipazione del rapper Big Sean (della scuderia di Kanye West), unisce dubstep e dance ed è dotata di un ritornello che va perfettamente a segno. Il video, diretto da Anthony Mandler (Unfaithful e Disturbia per Rihanna, tanto per citarne un paio), è un cortometraggio, dalla storia piuttosto banale (non ve la spoilero, guardatelo), ma che grazie alla presenza di Michael Madsen, a una regia che prende ispirazione da diversi capolavori clippari del passato (uno su tutti, Badi di Michael Jackson) e un bel montaggio, risulta comunque piuttosto godibile. E adesso vediamo quante Beliebers verranno a leggersi questo post. :)

M-Review: Il Cavaliere Oscuro: Il Ritorno

Prima di cominciare a parlare del film va assolutamente chiarita una cosa: The Dark Knight Rises non è un film su un supereroe, ma è un thriller a forte connotazione politica con personaggi mascherati e qualche scena d’azione. E voi direte che lo stesso discorso era valido per i due precedenti episodi della trilogia di Nolan. Beh, possiamo dire sia in Batman Begins che The Dark Knight la componente politica era molto più all’acqua di rose rispetto a questo terzo capitolo, che pare ispirato da tutto quel che è accaduto nel mondo, ma soprattutto negli USA, in questi ultimi due anni. Ma parliamo un po’ della trama, raccontata in breve e in modo piuttosto semplicistico: Harvey Dent è stato elevato a eroe, dopo la sua morte (evito di spoilerare per chi non avesse visto TDK) e le strade di Gotham sono state completamente ripulite dai criminali. Non avendo più nulla da fare, Bruce Wayne ha deciso di ritirarsi in un’ala della sua immensa magione, senza più farsi vedere da nessuno per la bellezza di 8 anni. Ma l’arrivo a Gotham di un misterioso e violento personaggio, chiamato Bane, lo convince a tornare a vestire i panni del cavaliere oscuro per riportare l’ordine in città.

The Dark Knight Rises ha tante cose positive: la magnificenza della messa in scena, addirittura superiore a quella del precedente episodio, l’ottimo lavoro di tutto il cast (a parte Marion Cotillard, piuttosto cagna, ma il cui incredibile fascino porta a chiudere un occhio), una Anne Hathaway che riesce a essere più Catwoman di quanto era stata Michelle Pfeiffer 20 anni fa (e, credetemi, non era per nulla facile), la solita regia misurata e quasi analitica di Nolan, ma capace però di scene grandiose e estremamente più efficaci di quelle che girerebbe qualsiasi altro regista (io vado fuori di testa per il modo in cui gira gli inseguimenti automobilistici e sono un fan di Michael Bay, sappiatelo). Anche la sceneggiatura con colpi di scena a orologeria, per quanto ampiamente prevedibili da chi conosca un minimo le storie dell’uomo pipistrello, funziona molto bene, dando vita a uno dei migliori climax finali visti da un po’ di tempo a questa parte.

Di contro abbiamo poca azione e troppi dialoghi, in certi frangenti, oltre a qualche buco di sceneggiatura piuttosto strano, anche se comprensibile. Intendiamoci, nemmeno The Dark Knight era un film perfetto, però mostrava una maggiore compattezza a livello di script ed era trascinato dall’incredibile performance di Heath Ledger. Qui, per quanto bravo, Tom Hardy non riesce a mettere a segno la performance recitativa della vita, pur risultando comunque valido e perfettamente in parte. Due note conclusive che riguardano il doppiaggio e la visione in IMAX. Questo era il primo Batman nolaniano che vedevo doppiato in italiano, visto che i precedenti li avevo visti soltanto in lingua originale. Claudio Santamaria per Batman è abbastanza fastidioso, ma comunque sopportabile, mentre Filippo Timi su Bane è uno dei peggiori doppiaggi che mi sia capitato di sentire. Troppo sopra le righe e, soprattutto, con un mix che lo rendeva completamente staccato dal resto e provocava spesso risate involontarie (su Twitter qualcuno proponeva di cercare di imitarlo ripetendo frasi comuni come “Passami il sale” o “La pasta è scotta”). Visto in IMAX, nella sala di Riccione, quella con lo schermo più grande d’Europa (dove verrà proiettato per diverse settimane a partire da oggi), il film ci guadagna tremendamente dal punto di vista visivo. Peccato che il continuo passaggio da sequenze “full screen”, girate in 70mm per sfruttare al massimo le potenzialità degli schermi IMAX, a sequenze “tradizionali”, dopo un po’ rischi di stancare. Tutto sommato, però, l’esperienza IMAX vale davvero la pena e non ci si pente di aver sborsato 12 € per vedere il film in questo modo (spero che a Riccione-Oltremare, come a Pioltello, comincino a proiettare molti più film e non solo documentari). The Dark Knight Rises è la degna conclusione di questa trilogia nolaniana: un bel film, tutt’altro che perfetto, ma capace di mantenere incollati alla poltrona per 2 ore e 40 minuti senza mai annoiare. E credetemi, di questi tempi non è poco.

Trailer: Red Dawn

L’idea della realizzazione di un remake di Alba Rossa non è mai parsa particolarmente esaltante. Vuoi perché l’originale, scritto e diretto dal grande John Milius, oltre a essere un ottimo film, era strettamente legato al periodo storico in cui usciva, in piena guerra fredda, facendo quindi leva su una situazione che, per quanto irreale, risultava comunque plausibile. Per chi non conoscesse la trama, la si può sintetizzare in questo modo: una piccola cittadina americana viene improvvisamente invasa da truppe provenienti dall’Unione Sovietica, con il rischio di scatenare una Terza Guerra Mondiale su un fronte totalmente diverso dalle precedenti. Il remake, almeno inizialmente, sostituiva i sovietici con dei cinesi, mentre il plot rimaneva più o meno lo stesso. Ma a pochi mesi dall’uscita, MGM, che si sarebbe dovuta occupare della distribuzione della pellicola, si accorge che c’è qualcosa che non va.

Eh sì, perché non si può ritrarre i cinesi come acerrimi nemici, soprattutto se si pensa ai potenziali incassi che può portare quel paese. MGM rinuncia quindi a distribuire il film, portando i produttori a pensare a una vera genialata: “E se sostituissimo i cinesi con dei coreani qualsiasi?”. Detto fatto. Nessuna scena viene rigirata, si usa il digitale per modificare tutti i riferimenti alla Repubblica Popolare per farla diventare la meno profittevole Corea (tanto son tutti musi gialli, son tutti uguali). Facepalm a go-go. A guardare il trailer, però, Red Dawn pare addirittura abbastanza accettabile. Diretto dall’ex-stunt Dan Bradley, il film ha un cast che include un sacco di giovani, da un Chris Hemsworth pre-Thor (la pellicola, d’altronde, è stata girata a fine 2009) a un Josh Hutcherson pre-Hunger Games, passando per la televisiva Adrienne Palicki, Conor Cruise (figlio adottivo di Tom), la bellissima Isabel Lucas e il sottovalutato Jeffrey Dean Morgan. Uscita americana prevista per il 21 Novembre, in tempo per il Thanksgiving Day, mentre non si sa ancora nulla di quella italiana.

Video: PSY – Gangnam Style

Ammetto di essere totalmente ignorante sul K-Pop. Sono curioso, è un genere musicale talmente stravagante e ricco di idee che mi verrebbe voglia di approfondirlo, per capire cosa c’è dietro e cosa attira il folto pubblico che lo segue, ma per il momento preferisco starne alla larga (ma prima o poi passerò qualche serata a informarmi, lo so). Uno dei fenomeni musicali/virali di questa estate è stato senza dubbio Gangnam Style di PSY, pezzo electro/dance/rap proveniente dalla Corea del Sud. Il video ha superato i 35 milioni di visite in un mese, generando poi una quantità di UGC davvero notevole, tra video di risposta, gif animate, meme e chi più ne ha più ne metta (vogliamo aggiungerci anche il remix con Hyuna, cantante pop coreana, tra le protagoniste del video originale, fuori da 3 giorni al momento in cui scrivo, che ha già raggiunto i 7 milioni di visite).

Che cos’ha di speciale il pezzo? Assolutamente nulla, soprattutto se non si capisce il testo, che è in coreano. Leggendone la traduzione si capisce che la canzone è dedicata alla “ragazza perfetta”, quella che sa quando starsene tranquilla e quando invece deve dare sfogo a tutti i suoi istinti più primordiali. E che cosa sarebbe poi Gangnam? Semplicemente un quartiere di Seoul in cui il lusso e la moda la fanno da padroni. Nulla di speciale, quindi. E’ però il video a essere  irresistibile, per la sua stravaganza e per il suo essere completamente sopra le righe. Lo stranissimo ballo di PSY, il cantante, è talmente fuori di testa da renderlo perfetto per imitazioni, emulazioni e tutto quel che accade di solito in questi casi. Ho provato a resistere un po’ al video, evitando di vederlo nonostante me lo ritrovassi spesso e volentieri sia sul mio feed Twitter che su Facebook, ma alla fine ho ceduto e ne sono rimasto catturato anche io. Se volete un fenomeno estivo, altroché Gusttavo Lima o il Pulcino Pio. OPPA GANGNAM STYLE e sarete tutti felici e contenti. 😀

V-Preview: F1 Online: The Game

Nota bene: l’articolo è stato pubblicato questa mattina su Wired.it. Lo trovate all’indirizzo: http://gadget.wired.it/news/videogiochi/2012/08/22/f1-online-the-game-vinci-il-mondiale-di-formula-1-direttamente-dal-tuo-browser-183456.html. Questa è la versione “unedited”, senza alcuna modifica. :)

Diversificare l’offerta: deve essere questo il mantra che risuona da qualche tempo negli uffici britannici di Codemasters. Licenze importanti e costose come quelle di Formula 1 e MotoGP (gestita negli ultimi 5 anni da Capcom e attualmente rimasta al palo, mentre sembra prenderà altre strade nel 2013), il gioco di guida tradizionale non è più sufficiente a coprire i costi e si devono quindi trovare nuove strade per allargare il proprio bacino d’utenza.

Quest’anno, Codemasters ha deciso di provare ad accontentare un po’ tutti i palati. Oltre al classico F1 2012, in uscita a Settembre, la software house inglese cercherà di accalappiare tutta la famiglia con il coloratissimo e velocissimo F1 Race Stars, arcade dai personaggi super-deformed previsto per Novembre, ma anche quel nutrito gruppo di giocatori, magari provenienti da Facebook, che vuole limitarsi ad aprire una pagina web e giocare senza stare a pensarci troppo. F1 Online: The Game è la proposta di Codemasters per tutti i sostenitori di Ferrari, Red Bull, McLaren e compagnia bella, che potranno vincere un mondiale di Formula 1 correndo direttamente dal proprio browser. Il gioco, in open beta da poco più di un mese, è accessibile all’indirizzo www.f1onlinethegame.com. Dopo una veloce registrazione, potrai subito saltare a bordo di uno di questi bolidi a quattro ruote e sfidare avversari da ogni parte del globo su tutti i circuiti del campionato mondiale (e non solo…).

F1 Online è un gioco free-to-play, completamente gratuito da giocare, che fa uso di micropagamenti soltanto per acquistare decorazioni e altri upgrade visivi per la propria vettura. Nessun potenziamento al motore o alle parti meccaniche, per intenderci, può essere comprato. Per rendere la vettura più potente sarà necessario sudare sette camicie, vincendo gare su gare, senza possibilità di utilizzare scorciatoie o altri stratagemmi. La struttura di gioco e le modalità disponibili ricordano molto, seppur in versione semplificata, anche se con alcune importanti variazioni, quelle del fratello maggiore per console. Riassumendo, il cosiddetto “Official Mode” ti permetterà di scegliere uno dei team del mondiale e di buttarti subito in pista su uno dei circuiti ufficiali, in gare che possono ospitare fino a 24 giocatori in contemporanea.

Con la modalità Carriera, qui denominata “Crea il tuo team”, vestirai inizialmente i panni di un novellino a bordo della vettura di una squadra con ampie potenzialità di crescita. Il tuo compito sarà quello di portare a termine gli obiettivi definiti dal tuo team manager, in modo da guadagnare punti utili ad acquistare pezzi per potenziare o decorare il mezzo, salendo di livello e sbloccando a mano a mano nuovi circuiti e svariati elementi di gioco. Una volta scelti nome e nazionalità della squadra, avrai la possibilità di personalizzare la vettura e il casco del pilota selezionando una tra le varie combinazioni di colore disponibili. Potrai anche attaccare adesivi, scritte o altre decorazioni, ma soltanto dopo aver cominciato a conquistare gli obiettivi richiesti.

Lo stesso principio, come accennato prima, si applica anche ai miglioramenti tecnici, a motore, aerodinamica e carrozzeria. E’ necessario portare a termine gli obiettivi prefissati dal team per veder comparire nuovi pezzi da montare sulla tua Formula 1. La modalità Carriera prevede anche la possibilità di sviluppare e ampliare il quartier generale del proprio team. Gestire al meglio tutta la catena produttiva, dalla ricerca e sviluppo sino alla produzione effettiva e al marketing permette di rendere la squadra più efficiente e di migliorare le prestazioni in pista delle vetture, acquistando pian piano tutte quelle caratteristiche necessarie per andare a vincere il mondiale.


La modalità ufficiale ha invece un’impostazione molto più diretta: ogni 15 minuti partirà una nuova sessione di gioco che ti darà la possibilità di effettuare la tua scelta tra 3 dei 12 team disponibili. Potrebbe quindi capitarti di ritrovarti a scegliere tra Marussia, Toro Rosso e Force India quando magari vorresti saltare a bordo della Ferrari di Alonso o della Red Bull di Vettel per vincere a mani basse. In questi casi, ti toccherà aspettare la sessione successiva. Dopo aver scelto il team, comunque, potrai cimentarti in gare singole contro altri avversari o anche in veri e propri campionati, di lunghezza più o meno variabile. Se hai semplicemente voglia di allenarti e migliorare i tuoi record, potrai affrontare dei ghost nel classico time attack. Diversamente da quanto accadeva all’inizio della beta, Codemasters richiede di raggiungere almeno il livello 3 in carriera per accedere all’Official Mode. Speriamo di non ritrovare questa limitazione anche nella versione finale, perché sarebbe piuttosto fastidiosa.

L’altra grossa differenza tra le due modalità di gioco, come si può facilmente intuire, è quella relativa ai circuiti su cui gareggiare. In modalità ufficiale saranno disponibili quelli della stagione 2012, tra cui anche la nuovissima pista di Austin in Texas, mentre in carriera dovrai correre su una serie di circuiti di fantasia, sparsi tra paesi come la Gran Bretagna, la Russia e il Sudafrica, talvolta ispirati a piste realmente esistenti. Per dovere di cronaca, va detto che nella beta sono invece presenti le piste del mondiale 2011, che Codemasters provvederà, come detto prima, ad aggiornare a Settembre, non appena il gioco sarà lanciato ufficialmente.

Graficamente, F1 Online è davvero pregevole. Basato sul noto engine Unity 3D, usato ormai in una pletora di titoli per qualsiasi piattaforma, web compreso, il gioco sfrutta una visuale top-down, diventata ormai lo standard per i racing game sviluppati per device mobili e web. Piste e vetture sono una versione ridotta di quelle utilizzate nei titoli per console e lo si nota dalla qualità grafica molto elevata e dalla ricchezza di dettagli presenti su ogni circuito. L’utilizzo di Unity rende scalabile la grafica, consentendo anche a chi possiede vecchi PC o netbook non proprio performanti (N.B.: il gioco funziona anche su Mac) di potersi divertire senza grossi problemi, magari rimuovendo qualche dettaglio di troppo.

Il sistema di controllo è un elemento un po’ straniante, almeno inizialmente: si utilizza infatti il mouse per accelerare, frenare e sterzare. Ci si trova un po’ in difficoltà le prime volte si gioca, visto che non è molto preciso, ma dopo qualche gara si comincia a riprendere il controllo della situazione. L’alternativa è un ibrido mouse/tastiera, con il mouse usato per sterzare e la tastiera per tutto il resto, che si rivela molto pratico all’inizio, ma che non il passare delle gare lascia tranquillamente il passo al metodo “originale”, quello consigliato da Codemasters per giocare.


Non manca molto al lancio ufficiale di F1 Online: The Game. La software house inglese non ha ancora comunicato una data precisa, ma è facile intuire che avverrà attorno al 28 Settembre, release date del fratello maggiore per console e PC. Il gioco ha numerosi punti di forza, tra cui in primis quello di essere free-to-play, ma ancora diversi elementi da calibrare ulteriormente. Il fatto che sia un titolo esclusivamente online, comunque, garantisce un’evoluzione continua e non può che far ben sperare. Io, personalmente, ci sto dedicando qualche ora a settimana da quando la beta è stata aperta; mi piace la Formula 1, non stravedo per i giochi di guida, ma mi sto divertendo davvero molto. Non rimane quindi altro che collegarsi al sito ufficiale, iscriversi e cominciare a giocare!

Trailer: Bullet to the Head/The Last Stand

Lo scorso weekend è uscito in sala l’attesissimo sequel dei Mercenari, occasione per tutti gli amanti del cinema action di vedere assieme i protagonisti del primo episodio, ma soprattutto Chuck Norris e Jean Claude Van Damme. Certo, mancano ancora Steven Seagal, Michael Dudikoff, Don “The Dragon” Wilson e altri nomi minori, ma direi che possiamo accontentarci. Inutile dire che ne parlerò su queste pagine fra qualche settimana, appena tornerò a Milano e andrò a vederlo. Nel frattempo, approfittando dell’uscita del film, Warner Bros e Lions Gate hanno rilasciato i trailer delle due pellicole di prossima uscita che vedranno protagonisti il buon Sly Stallone e, per la prima volta dopo 10 anni (visto che il suo ultimo ruolo da protagonista risale a Terminator 3), anche il grande Schwarzy. E tra l’altro, entrambi i trailer suscitano un’ottima impressione.

Bullet to the Head è il titolo del film, tratto da una graphic novel francese, che vede Sly nei panni di un sicario che decide di allearsi con un poliziotto durante una rischiosissima indagine che porterà i due uomini nei bassifondi di New Orleans. Ovviamente, si prevedono botte da orbi, azione a go-go e dialoghi con una buona dose di humor, in perfetto stile anni ’80. E da quel decennio arriva anche il regista, ossia Walter Hill, tornato alla regia cinematografica dopo 10 anni da Undisputed, ma che sembra ancora tremendamente in forma, come ai tempi di 48 Ore, Ricercati Ufficialmente Morti e Danko. Cast che vede la partecipazione di Jason Momoa (il Khal Drogo di Game of Thrones, ma anche l’ultimo Conan) nei panni del cattivo, Sarah Shahi (ve la ricordate nella prima serie di Alias? Io sì, con molto piacere…) e una vera icona anni ’80, Christian Slater. L’uscita americana, inizialmente prevista entro fine 2012, è stata rimandata a Febbraio 2013, mentre per quella italiana prevedo più o meno lo stesso periodo.

Il ritorno da protagonista di Arnold si intitola invece The Last Stand e vede il teutonico ex-governatore della California nei panni di uno sceriffo alle prese con dei trafficanti di droga messicani. Anche in questo caso, il trailer mostra una spiccata ironia (d’altronde, a quello serve Johnny Knoxvile), spari, esplosioni e scene d’azione caratterizzate da una regia iperstilosa. Dietro la macchina da presa c’è infatti quel genietto del coreano Kim-Ji-Woon, regista dei bellissimi A Tale of Two Sisters, I Saw the Devil e The Good, The Bad and The Weird, al suo debutto americano. Nel cast troviamo anche Forest Whitaker, lo spagnolo Eduardo Noriega (attore feticcio di Amenàbar, poco usato dal cinema americano), Rodrigo Santoro, Peter Stormare nei panni del cattivo e le due bellissime Genesis Rodriguez (se avete visto 40 Carati, sapete di chi sto parlando) e Jaimie Alexander (la Sif di Thor). L’uscita americana è prevista per Gennaio, mentre non mi azzardo a fare previsioni, in questo caso, su quella italiana. Hype altissimo, comunque.

Trailer: Playing for Keeps

Non sono assolutamente un fan di Gabriele Muccino, ma devo ammettere che i suoi film americani sono anni luce avanti alle cose che ha fatto in Italia (gli va però dato atto che L’Ultimo Bacio sia stato l’unico film italiano ad aver avuto un remake americano nell’ultimo decennio). Forse perché i produttori d’oltreoceano non gli permettono di utilizzare uno dei tratti distintivi del suo stile registico, quello di far urlare gli attori allo sfinimento, in nome di un iper-realismo alquanto opinabile. Non molti lo sanno, ma oltre a La Ricerca della Felicità e il sottovalutatissimo Sette Anime, il romano che parla come Daffy Duck ha diretto anche il pilot di una serie prodotta da Hugh Jackman, datata 2007 e intitolata Viva Laughlin!, durata però soltanto due puntate. Ricordo che il pilot, precursore di quello che poi avremmo visto in Glee e Smash, non era nemmeno malaccio. Forse è arrivato troppo presto, visto che se magari fosse arrivato un paio di anni dopo, non sarebbe stato cancellato così rapidamente. Se riuscite, comunque, recuperatelo.

Muccino è stato collegato a un discreto numero di progetti hollywoodiani (tra cui Passengers, una specie di Wall-E in versione umana, con Keanu Reeves come protagonista annunciato, la cui sceneggiatura è una delle cose più belle che abbia letto in vita mia) dopo Sette Anime, ma ha dovuto ripiegare su quello meno rischioso e, forse, più vicino alle sue corde. Playing for Keeps, precedentemente noto come Playing the Field, è una commedia romantica, con Gerald Butler come protagonista, nei panni di una ex-star del pallone che decide di allenare la squadra di calcio del figlio per tentare di rimettere in sesto la propria vita. Guardando il trailer noterete che nel film, oltre all’attore scozzese, sono presenti diversi nomi di rilievo, tra cui Jessica Biel, Uma Thurman, Judy Greer, Dennis Quaid e Catherine Zeta-Jones. La pellicola, che uscirà sia negli USA che in Italia tra la fine di Novembre e l’inizio di Dicembre, ha onestamente il potenziale per essere uno dei maggiori incassi del periodo natalizio. Non so perché, ma sono convinto che tutto sommato non sarà un brutto lavoro. Spero che vada bene, se non altro perché, così, terremo Muccino lontano dall’Italia ancora per un po’. :)

M-Review: Bed Time

Non sono un gran estimatore di Jaume Balaguerò, ma va dato atto al regista spagnolo di essere stato in grado, nell’ultimo decennio, di lavorare con attori internazionali di un certo spessore, cosa che non capita così di frequente ad autori europei (buona parte del merito va comunque data alla Filmax, la factory spagnola specializzata in cinema horror di cui Balaguerò è uno dei nomi di punta). Rec e il relativo sequel, entrambi oggetto di remake negli USA, sono stati precursori del cinema appartenente al genere del cosiddetto “found footage” che imperversa ormai nelle sale da qualche anno (sì, lo so che il vero capostipite è The Blair Witch Project, ma questo è una cosa diversa), ma non mi hanno mai entusiasmato particolarmente. Dopo aver letto del suo passaggio al thriller “old style” mi sono avventurato in sala, in una calda serata di Luglio, con gran curiosità. E devo dire che questo Bed Time, il cui titolo originale è in realtà Mientras Duermes (ossia “Mentre Dormi”), mi è assai piaciuto.

La storia è quella di Cesar, portiere di uno stabile nel centro di Barcellona, uomo infelice che ha sempre vissuto in solitudine e che non sta bene quando vede altre persone felici. Il suo obiettivo è quello di rendere un inferno la vita di queste persone, per renderle come lui e la sua nuova vittima si chiama Clara, una giovane positiva e sempre sorridente, che farà il grandissimo errore di fidarsi di lui. Interpretato magistralmente da Luis Tosar (ve lo ricordate in Cella 211?), Cesar è un personaggio inquietante e molto più subdolo e cattivo di tanti villain cinematografici. Forse perché, in fondo, è una persona che potremmo incontrare nella realtà, cosa che lo rende davvero terrificante. Non sto a rivelarvi altro della trama e dei personaggi del film, ma sappiate resterete a bocca aperta almeno un paio di volte negli ultimi 20 minuti. Balaguerò ha fatto un gran lavoro, rinunciando all’effetto “salto sulla sedia” per dirigere un thriller (tra l’altro sceneggiato dal torinese Alberto Marini) molto psicologico, cupo e, in un certo senso, disturbante. Se vi capita di trovarlo in sala prima che le sale siano occupate dalle nuove uscite agostane, non esitate e andatelo a vedere. E’ raro che un film riesca a sorprendermi: Bed Time ci è riuscito.

Video: Rascal Flatts – Come Wake Me Up

Che i Rascal Flatts siano la mia band country preferita, oltre che uno dei miei gruppi musicali preferiti in assoluto, è una cosa risaputa. Ed è anche un grandissimo peccato che da queste parti praticamente nessuno sappia chi siano, a differenza dei Lady Antebellum o Taylor Swift (con cui condividono casa discografica), che in qualche modo sono riusciti a far arrivare la loro musica al di qua dell’oceano. What Hurts the Most, nella loro versione, è forse il più bel pezzo modern country di sempre e, magari esagero, anche una delle più belle canzoni di sempre (e mi rammarico del fatto che qualcuno conosca la versione dance di Cascada, ma non la loro). D’altronde, qualcosa vorrà dire se il loro tour di quest’anno risulta il terzo, per incasso, negli USA. Mi piacerebbe tantissimo vederli in concerto, anche perché probabilmente canterei da cima a fondo ogni canzone, ma a meno di un viaggio oltreoceano, la vedo alquanto dura.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=ighEKw6RDBQ]

In questa calura agostana esce così il loro nuovo video, Come Wake Me Up, secondo singolo tratto dal loro ultimo lavoro, Changed e, IMHO, pezzo più bello dell’album (quando è uscito, ad Aprile, credo di aver ascoltato la canzone almeno 80/90 volte di fila). Una ballad struggente, piuttosto standard se giudicata oggettivamente, ma che fa parte di quei pezzi che mi mandano letteralmente in sollucchero (magari un giorno scriverò sul Tumblr perché adoro tutte queste ballad tragiche e strappalacrime). Il video ha come protagonista il chitarrista della band, Joe Don Rooney e la moglie, Tiffany Fallon, ex-playmate (e si vede), nei panni di una coppia la cui relazione sta incontrando notevoli difficoltà. Come è inevitabile, qualcuno dei due lascia casa e fa da motore alla trama che viene raccontata. Non vi anticipo nulla, perché voglio che lo guardiate. Diretto da Shaun Silva, già dietro la macchina da presa per svariati video della band (i loro migliori, guardacaso, ossia What Hurts the Most e Here Comes Goodbye, commoventi e struggentissimi), il clip si basa su un treatment abbastanza aderente al testo della canzone, senza quelle sorprese che avevano caratterizzato i video sopraindicati, ma comunque sempre estremamente efficace, grazie a un’ottima regia e a una confezione decisamente valida. Io sono arrivato a rivedermelo 20 volte in un pomeriggio… lo so, non sono a posto, ma amen. Guardatelo perché merita e, se vi piace la canzone, fatevi una cultura sui Rascal Flatts. Mi ringrazierete.

Video: Maroon 5 – One More Night

Certi artisti, quando le vendite cominciano a scarseggiare, per far tornare i numeri ai valori di qualche anno prima, decidono di cambiare completamente stile. Questo è ciò che è successo ai Maroon 5, che dopo quattro album, diciamolo sinceramente, decisamente sopra la media rispetto a quel che si trova di solito in classifica, han deciso di virare verso il pop più spinto, a causa delle deludenti vendite di Hands All Over (che era effettivamente il loro lavoro meno riuscito, ma comunque piuttosto valido). Quella svolta che era cominciata con Moves Like Jagger, in cui la faceva ancora comunque da padrone il loro funkettino paraculissimo, ha trovato il suo compimento in Overexposed, quinto album della band, le cui sonorità sono il risultato del lavoro di produttori come Max Martin, Shellback e Benny Blanco, nomi dietro alla maggior parte dei successi pop degli ultimi 15 anni.

Il problema è che ci sono soltanto un paio di pezzi carini in tutto l’album: lo strasentito Payphone, che comunque riesce a reggere dopo tutti questi mesi, e il secondo singolo, One More Night, dallo stile quasi reggae. Il video del pezzo in questione vede Adam Levine nei panni di un pugile padre di famiglia, che lascia la casa dove vive con la moglie (una Minka Kelly tremendamente gnocca) e il figlio piccolo per recarsi al match più importante della propria vita. Peccato che al ritorno a casa, beh… lo scoprirete da voi. Diretto da Peter Berg, regista di film come Battleship, Hancock e Cose Molto Cattive, che aveva già lavorato con la bellissima attrice americana nel pilot di Friday Night Lights (serie che mi sono ripromesso più volte di vedere, ma su cui non sono ancora riuscito a mettermi), il video mostra anche un’altra svolta: non vediamo più infatti Levine cantare, ma soltanto recitare. Sappiate che nei prossimi mesi ce lo ritroveremo nella seconda stagione di American Horror Story e in un film intitolato Can a Song Save Your Life? assieme a Keira Knightley (oltre che nella terza stagione di The Voice USA, in cui è giudice). Preludio alla carriera solista? Speriamo di no, perché i Maroon 5 sono una di quelle band che merita di restare in vita, ma che però dovrebbe tornare al tipo di musica che faceva fino a un paio di anni fa e che a me, personalmente, piaceva da morire.