M-Review: Hunger Games

Quando leggo che un film si preannuncia come “l’erede di Twilight” vengo pervaso da una discreta angoscia e comincio a sentire puzza di bruciato. Poi arrivano un paio di trailer e ti rendi conto che forse il film in questione non è poi così male. Hunger Games, primo capitolo di un’ormai sicura trilogia, tratta dai vendutissimi (almeno negli USA) romanzi di Suzanne Collins, è una satira, ambientata in un futuro distopico ma, ahimé, altamente possibile, sulla spettacolarizzazione della vita delle persone attraverso i reality show, amati dal pubblico e usati come metodo di controllo delle masse. La trama può essere riassunta molto semplicemente: nello stato di Panem, situato dove si trovavano una volta gli Stati Uniti, ogni anno vengono tenuti gli Hunger Games, giochi di sopravvivenza ripresi in diretta televisiva a cui partecipano giovani inviati come “tributi” dai singoli distretti in cui lo stato è suddiviso.

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Un po’ The Running Man (alias L’Implacabile), un po’ Battle Royale, un po’ Teseo e il Minotauro, il film, alla fine della fiera, non è poi così male. Merito di un cast di bravi attori, guidati dalla vice-ScarJo Jennifer Lawrence ( 😀 ), affiancata sia da un paio di baldi giovani come Liam Hemsworth e Josh Hutcherson, che da un gruppo di veterani come Stanley Tucci, Elizabeth Banks, Woody Harrelson, Donald Sutherland, Wes Bentley, oltre a un inaspettato e misurato Lenny Kravitz. Il regista Gary Ross dirige con piglio sicuro, ma perde la trebisonda nelle confuse scene di combattimento (sospetto che la ragione sia quella di far vedere meno sangue possibile, in modo da mantenere il PG-13), rivelandosi inoltre un po’ banale in alcuni frangenti. Mi è piaciuto? Direi di sì, anche se forse si poteva osare di più su certe cose. Il fatto che sia stato scelto Francis Lawrence, a mio parere uno dei registi più interessanti degli ultimi anni dal punto di vista visivo (non per nulla, viene dal mondo dei clip musicali), per dirigere il sequel, Catching Fire, in uscita a fine 2013, mi fa molto ben sperare per il resto della storia.

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