M-Review: Drive

Come molti di quelli che mi conoscono da anni sanno benissimo, è molto raro che io vada al cinema. O meglio, questa affermazione è stata valida finché non mi sono trasferito a lavorare a Milano. Da allora, infatti, le serate al cinema sono prepotentemente tornate nella mia vita, perlopiù in lingua originale, ma anche nelle vituperate versioni doppiate assieme agli amici. Alla fine è un ottimo modo per passare una serata, costa relativamente poco e soprattutto permette di non chiudersi nel tugurio (che è il modo “affettuoso” in cui chiamo la mia stanza a Vimodrone) ad annoiarsi. Ma perché tutto questo verboso (e forse inutile) preludio? Semplicemente perché il film oggetto di questo post l’ho visto per ben tre volte al cinema, cosa che non mi era mai accaduta prima d’ora per nessuna pellicola.

Perché Drive è una di quelle opere che ti fa uscire dalla sala completamente soddisfatto di ciò che hai visto, cosa alquanto difficile da un po’ di tempo a questa parte. Progetto passato nelle mani di svariati registi, come spesso capita a Hollywood, il film ha trovato la quadratura del cerchio con la coppia Nicolas Winding Refn e Ryan Gosling, il primo dietro e il secondo davanti alla macchina da presa. La storia è quella di “Driver” (il personaggio non ha nome), stuntman e meccanico di giorno e abile autista per criminali di notte, che un giorno si invaghisce di Irene, giovane cameriera con figlio piccolo, sua vicina di casa, il cui marito sta per uscire dal carcere. Per l’affetto che prova verso di lei, il silenzioso giovane decide di aiutarlo in un colpo che gli permetterebbe di vivere in pace con la famiglia per sempre. Purtroppo, però, come sempre accade in questi casi, qualcosa va storto.

Che Winding Refn fosse un regista coi controcoglioni lo si era capito dall’immensa trilogia di Pusher e da Bronson (anche Valhalla Rising, nonostante sia decisamente inferiore agli altri, resta un bel film). La forza della sua regia, in Drive, è quella di riuscire a creare scene dal fortissimo significato, che necessitano di pochi dialoghi per comunicare qualcosa. Bastano gli sguardi dei protagonisti, i silenzi, i cambi improvvisi di ritmo a dire tutto quello che c’è da dire. Il film ha un’estetica che si ispira molto agli anni ’80 sin dai titoli e anche la colonna sonora, che alterna musiche originali di Cliff Martinez a pezzi “di repertorio”, prende molto da quel periodo (per dovere di cronaca andrebbe detto che sia A Real Hero dei College che un altro paio di canzoni che si sentono nel film, pur sembrando provenire dagli anni ’80, sono in realtà del 2010).

Il cast dà una fortissima mano al regista. Gosling è semplicemente straordinario, Carey Mulligan ispira dolcezza e tenerezza nel ruolo della giovane cameriera, ma la vera rivelazione è Albert Brooks, in una delle rare volte in cui possiamo vederlo nel ruolo di cattivo. Nel cast ci sono anche Ron Perlman, Bryan Cranston, Christina Hendricks e Oscar Isaac, tutti validi, ma che non colpiscono come i tre sopracitati. Ho avuto la fortuna di vedere Drive in anteprima lo scorso Giugno, durante la rassegna Cannes a Milano, e me ne sono letteralmente innamorato. Quando è uscito ufficialmente in sala qui da noi, un mese fa, sono andato a rivederlo con un amico e la scorsa settimana ho approfittato di nuovo per rivedermelo, sempre al cinema, in lingua originale. Probabilmente cercherò di vederlo ancora almeno un paio di volte prima della fine dell’anno.

Il film di Refn è, logicamente, il miglior film dell’anno, ma anche il migliore dal 2000 (e pure qualche anno prima) a oggi. E’ anche un film che si ama alla follia o si odia totalmente. Io appartengo alla prima categoria e se non riuscite ad apprezzarlo, davvero, mi spiace per voi.

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