Venezia a Milano: Shame

Brandon è un single, poco più che trentenne, newyorkese, incapace di costruire relazioni stabili con il gentil sesso. L’uomo, infatti, è un erotomane, completamente schiavo del sesso, per cui le donne sono semplicemente una valvola di sfogo. Nonostante questo, egli vive la sua esistenza senza grossi problemi. Tutto cambia quando nella sua vita rientra all’improvviso la sorella più piccola, Cissy, profondamente insicura e bisognosa di avere sempre qualcuno nella sua vita. Una presenza, quella della ragazza, che metterà a soqquadro la sua vita e lo costringerà ad affrontare i propri demoni interiori.

Michael Fassbender è uno dei pochi attori in grado di passare dal cinema d'”essai” al mainstream e viceversa senza coprirsi di ridicolo, capace di farsi apprezzare sia nella prima categoria di film (vedi alla voce Fish Tank, Eden Lake o Hunger) che di impegnarsi alla grande nella seconda (Inglorious Basterds, 300 o X-Men: First Class), ove molti suoi colleghi si limiterebbero semplicemente a portare a casa la pagnotta facendo il minimo sindacale. Inutile dire che la Coppa Volpi vinta a Venezia per questo Shame è davvero meritata. Fassbender dà vita a un personaggio all’apparenza privo di insicurezze e dal fascino magnetico, ma che in realtà utilizza questa maschera per nascondere i problemi e il conflitto continuo che prova dentro di sé, e che finirà per esplodere nella seconda parte del film.

Carey Mulligan, dopo aver illuminato con la sua presenza il miglior film dell’anno (quel Drive che mi sono ritrovato a vedere per due volte al cinema e che presto tornerò a rivedere, in lingua originale, nuovamente in sala), interpreta un personaggio totalmente diverso da quello del film di Refn. Una donna estremamente tormentata, che ha paura della solitudine e per questo non si fa grossi problemi a concedersi al primo arrivato. Si intuisce l’esistenza di un rapporto piuttosto particolare tra lei e il fratello, su cui sarebbe bello indagare, ma il regista Steve McQueen (che aveva già diretto Fassbender nella sua opera prima, il bellissimo Hunger) e la sceneggiatrice Abi Morgan (la recente serie british The Hour) decidono di non esplorare, ma a essere sinceri, non se ne sente assolutamente il bisogno.

Shame è un film freddo, dalla fotografia glaciale e dalla colonna sonora pulsante (se ne sente un pezzo, forse il migliore, nel trailer linkato più in basso) che mette l’accento non tanto sulla storia, ma sui suoi protagonisti e sulla loro evoluzione. Una pellicola che parte lenta (tanto da farmi pensare, dopo mezz’ora: “E meno male che doveva essere un capolavoro”.), ma che poi ingrana per giungere a un climax finale da togliere il respiro, che mi ha ricordato quello di Requiem for a Dream di Aronofsky per la sua intensità. McQueen dimostra di essere un bravissimo regista, capace di dirigere magnificamente i suoi attori e di non far calare mai il livello di attenzione, anche quando tutto si muove piuttosto lentamente, come nella prima parte del film.

Devo dire che Shame è stato, per me, il secondo miglior film del 2011 dopo Drive. Sembra che la distribuzione italiana se la sia aggiudicata BIM, anche se non c’è ancora una data d’uscita vera e propria per le nostre sale. Negli USA arriverà il 4 Dicembre, in versione uncut (sì, perché, come potete facilmente immaginare, tra le nudità dei due protagonisti e tutto il resto, la pellicola risulta alquanto forte). Io lo andrò a rivedere, questo è sicuro, e il mio consiglio a voi è quello di fare lo stesso, non appena sarà possibile.

One comment

  1. […] maggiore problema del film, sceneggiato anch’esso da una donna (Abi Morgan, sceneggiatrice di Shame), è quello di dedicarsi troppo poco alla vita politica della persona e troppo a quella privata, […]

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