M-Review: Avengers 2: Age of Ultron

AvengersAgeofUltron

In tutto il Marvel Cinematographic Universe non c’è film che abbia compito così difficile come quelli dedicati agli Avengers. Ci sono gli archi narrativi della fase attuale da chiudere, nuove storie da introdurre e un abnorme quantitativo di personaggi da gestire. Ed è proprio la sua natura che rende Avengers 2: Age of Ultron un film che presenta più o meno gli stessi pregi e gli stessi difetti del suo predecessore. Ma andiamo con ordine. Questa volta, il nostro team di supereroi preferito dovrà vedersela con Ultron, intelligenza artificiale creata con nobili intenti durante un esperimento scientifico da Tony Stark e Bruce Banner, che però si ribellerà ai suoi creatori e metterà a serio rischio la sopravvivenza dell’intero pianeta. I 142 minuti del film, maggiore durata in assoluto per un prodotto dei Marvel Studios, sono una corsa senza sosta sulle montagne russe, con pochissimi momenti di calma e un’immane quantità di accadimenti. L’atmosfera, poi, è molto più cupa rispetto al primo Avengers: il tocco umoristico di Joss Whedon si vede sempre, anche se il mood generale non è così scanzonato come tre anni fa.

Vien facile intuire che, con tutto questo bailamme, alcune cose siano state sacrificate per l’impossibilità di avere tre ore di film. Non sono certo le sequenze d’azione a risentirne (quella conclusiva, in parte girata in Val d’Aosta, secondo me è addirittura più spettacolare dell’attacco a New York del primo episodio), ma alcune parti della storia, che risultano troppo didascaliche e affrettate. Anche qui, è il villain a essere una delle parti migliori del film: Ultron è la dimostrazione che il performance capture, se a dar corpo al personaggio è un attore che sa fare il suo lavoro, è una tecnica molto efficace. Anche se lo vediamo alto più di due metri e in forma metallica, James Spader sembra essere in scena con tutti gli altri attori in carne e ossa (va detto che pure Hulk è più realistico dell’ultima volta). Per il resto, tutti gli Avengers rivestono i ruoli classici per cui li conosciamo e le due new-entry Quicksilver e Scarlet Witch sono piuttosto anonime rispetto agli altri (anche se Liz Olsen si è presa un posticino nel mio cuore a fianco di quello gigantesco occupato da sua maestà Scarlett Johansson). Qualche sorpresa che non sia stata spoilerata nei mesi scorsi c’è, ma nulla di importante, mentre la brevissima sequenza nei titoli di coda è piuttosto debole (vi ho detto più volte che tra i due Avengers ci sono molte cose simili, quindi ci arrivate da soli…). Avengers 2: Age of Ultron è un film che fa il suo lavoro: intrattiene, diverte e non annoia, ma si sbilancia troppo sul piano della spettacolarità e delude su quello della storia. Ma se vi piacciono l’azione, i fumetti e in generale non vi perdete un film Marvel, ne uscirete comunque molto soddisfatti.

M-Review: Fast & Furious 7

Furious7

Se c’è una saga cinematografica che ha segnato questa prima parte di 21° secolo, è sicuramente quella di Fast & Furious. Nata come una specie di Point Break a quattro ruote (vi sfido a negare che il primo film non lo ricordasse), ha rischiato di morire per scelte dirigenziali davvero discutibili, ma grazie a Vin Diesel ha saputo rinascere mutando la propria natura e trasformandosi in una saga d’azione a tutto tondo, in cui le auto non sono altro che una scusa per mettere in piedi sequenze action spettacolari. Fast & Furious 7 è ancora più Mission Impossible dei precedenti episodi, grande e fracassone, con i membri principali della banda Toretto in giro per il mondo per recuperare l’Occhio di Dio, dispositivo in grado di poter trovare chiunque nel mondo (una versione realistica del Cerebro degli X-Men) e MacGuffin narrativo utile per dare a buoni e cattivi un obiettivo, ma anche per introdurre nuovi personaggi e mettere un po’ più carne al fuoco. Certo, la sceneggiatura continua a essere il punto debole di questa serie, ma di fronte allo spettacolo visivo messo in piedi dal nuovo regista James Wan (che dimostra così di cavarsela molto bene anche al di fuori del genere horror, dove è considerato uno dei migliori in circolazione), passa immediatamente in secondo piano.

Ci sono un villain estremamente pericoloso (Jason Statham, già introdotto in fondo a Fast & Furious 6), una hacker bella da far perdere la testa (la Nathalie Emmanuel di Game of Thrones), un Tony Jaa in versione scagnozzo dei cattivi la cui agilità su schermo non ha praticamente eguali di questi tempi, ma soprattutto immense sequenze action in cui viene sfidata qualsiasi legge della fisica, con aerei che sputano auto, droni armati fino ai denti che ne inseguono altre per le strade di Los Angeles e chi più ne ha più ne metta. Vin Diesel è il solito leader carismatico, The Rock riesce a essere memorabile pur comparendo soltanto nell’incipit e nel finale, mentre Kurt Russell gigioneggia nei panni di una specie di Nick Fury (di cui scopriremo qualcosa di più nei prossimi episodi, probabilmente). E poi eravamo curiosi di vedere come regista, sceneggiatore e i produttori avessero gestito la questione Paul Walker, morto come tutti sapete in un incidente d’auto fuori dal set a fine 2013, con il film in piena lavorazione. Dal punto di vista tecnico, il risultato è egregio, anche se è piuttosto chiaro quando si tratta del volto CG dell’attore (pochi primi piani, molto movimento, molte inquadrature alle spalle) montato sui suoi due fratelli o su stuntman. E’ impressionante ma allo stesso tempo inquietante tutta la parte ambientata a Dubai, in cui vediamo Walker estremamente attivo, pur sapendo che tutte quelle scene sono state girate dopo la sua morte. E poi c’è il commovente finale, con un veloce montaggio che ripercorre tutta la saga, ma che soprattutto fa uscire di scena il personaggio di Brian O’ Conner nel modo più elegante e appropriato che ci si potesse inventare. Bravi, bravi davvero. Fast & Furious 7 riesce nell’incredibile impresa di essere il miglior film della serie, cosa tutt’altro che scontata quando si è giunti all’episodio n°7 di una qualsiasi saga.

M-Review: Blackhat

Blackhat

I gusti del pubblico sono sempre in evoluzione. Certo, si potrebbe obiettare sul fatto che, più che di evoluzione, forse è il caso di parlare di involuzione. E le vittime di questi gusti in movimento sono sempre più i registi storici, quelli che hanno fatto la storia del cinema e che pian piano si ritrovano a essere marginali (per il mercato attuale, intendiamoci) e a non poter contare più sull’appoggio del pubblico e, di conseguenza, di chi finanzia i loro film. Blackhat, l’ultimo lavoro di Michael Mann, è la dimostrazione di questa spiacevole situazione. E’ uno di quei thriller cupi e serrati che sono la specialità del regista di Heat e Collateral, a mio avviso uno degli ultimi maestri del cinema ancora in attività. Ci sono hacker, agenti speciali, spietati criminali e soprattutto una serie di ambientazioni asiatiche davvero da urlo, in cui il contrasto tra modernità spinta e tradizione può essere considerato a tutti gli effetti uno dei protagonisti del film.

Massacrato dai critici americani, i maggiori responsabili del suo flop tonante in patria, Blackhat è secondo il mio modesto parere il miglior film di Mann dai tempi di Collateral, con cui condivide la fotografia poco luminosa e il ritmo all’apparenza lento. E’ probabilmente anche quello che offre in generale la visione più realistica sul mondo dell’hacking, con qualche licenza artistica sia chiaro, ma evitando tutte quelle pacchianate che vengono sempre tirate fuori da Hollywood quando si attraversano i cavi di rete. Ok, Chris Hemsworth è credibile come hacker quanto io lo sia come latin lover, ma è necessario avere un protagonista con un certo physique-du-role, almeno per avvicinarsi al pubblico. Ma è inutile, non è un film per tutti, perché richiede un livello di attenzione superiore alla media e perché lo stile iperrealistico del regista, unito all’utilizzo del digitale, non è così digeribile per lo spettatore tipo. E’ un peccato che sia stato smontato dalle sale così velocemente e diventa quindi, se non l’avete visto, un prodotto da recuperare immediatamente non appena si renderà disponibile in home video. Fidatevi di me, non ve ne pentirete.

M-Review: Cenerentola

Cenerentola

Le favole sono da sempre parte dell’immaginario di grandi e piccini e da quando Disney ha capito che, dopo anni di meravigliosi capolavori dell’animazione, avrebbe potuto sfruttarle anche al cinema con attori in carne e ossa, si è buttata a capofitto su questo nuovo filone. Visti i risultati di prodotti come Alice e Maleficent, lo slogan “Ti piace vincere facile?” rende perfettamente il pensiero che attraversa la mente dei dirigenti della House of Mouse tutte le volte che danno il via libera a film come questi (il fatto che nei prossimi due anni, in questo periodo dell’anno, vedremo Il Libro della Giungla e La Bella e la Bestia, ne è la dimostrazione). Questa Cenerentola è la fiaba che tutti abbiamo imparato a conoscere da bambini, senza voli pindarici o riletture moderne: ci sono la ragazza di buona famiglia bella e pura, la matrigna e le due sorellastre che la vessano, il principe che ne rimane folgorato, la sbadata fata madrina, la zucca che diventa carrozza, il ballo e la scarpetta di cristallo.

Kenneth Branagh si trova tremendamente a suo agio quando può dirigere film in costume, molto più che quando si deve impegnare con ambientazioni moderne. E dal punto di vista visivo, Cenerentola funziona perfettamente: la messa in scena è davvero uno spettacolo per gli occhi, grazie soprattutto all’accoppiata costumi/scenografie (Dante Ferretti uber alles), e ad effetti speciali non eccessivi che fanno adeguatamente il loro lavoro. Quello che non funziona, almeno dal mio punto di vista, è tutto il resto. La protagonista Lily James è molto bella, ma il suo sorriso perenne dopo un po’ sembra una paresi, la matrigna cattiva Cate Blanchett dimostra di divertirsi da matta in queste vesti, mentre il resto del cast porta a casa la pagnotta con garbo e professionalità. Ma se Alice e Maleficent, con tutta la loro sfilza di difetti, avevano almeno provato a rivisitare la favola originaria introducendo nuovi elementi e punti di vista diversi, Cenerentola dimostra quanto restare fedeli all’originale (concentrando le modifiche su elementi inutili) renda evidente il peso del tempo sulla favola di Perrault. Per quanto non ci sia una scena più lunga del dovuto e tutto sembri montato con precisione quasi chirurgica, l’eccessiva stucchevolezza e la banalità di molti passaggi fanno spuntare la noia molto presto. Poi, per carità, se siete donne, di qualsiasi età, vi emozionerete e uscirete dal cinema col cuore pieno di gioia (alla proiezione in cui l’ho visto io, il pubblico era composto quasi totalmente da nonne, madri, nipoti e figlie, che hanno tutte applaudito alla fine), ma io, che adoro indistintamente tutti i vecchi film di animazione Disney, ho trovato questa versione live action addirittura peggiore degli esempi sopracitati. Lasciate che siano le vostre donne ad andarlo a vedere, fidatevi, voi state a casa o guardatevi qualcos’altro.

M-Review: Focus: Niente è Come Sembra

Focus

Niente è come sembra“. Questo è uno dei rari casi in cui il sottotitolo fornito dalla distribuzione italiana comunica molto sia sulla sceneggiatura che sul film in sé. Perché uno dei maggiori pregi, ma allo stesso tempo dei grossi difetti, di Focus è quello di sembrare inizialmente un certo tipo di film, per poi tramutarsi in qualcosa di abbastanza diverso. Una schizofrenia che non aiuta l’ultima regia del duo Ficarra/Requa, che abbiamo imparato a conoscere con validi lavori del calibro di Crazy Stupid Love e I Love You, Philip Morris. Questa storia di ladri e truffatori, con Will Smith nel ruolo di protagonista e mentore e quella gnocca atomica (scusate il francesismo) di Margot Robbie nei panni della giovane desiderosa di imparare, mostra un’estetica e un’eleganza degne di un film europeo, ambientazioni atipiche (New Orleans, Buenos Aires) che fanno pendant con la raffinatezza dello stile.

Dall’altra parte, però, ci sono anche una sceneggiatura che per cercare il colpo di scena a effetto va a spatasciarsi più volte contro il muro, ma soprattutto il fatto che l’aspetto romantico della storia prenda inevitabilmente il sopravvento su tutto il resto. Certo, le donne adoreranno tutta questa parte della storia, ma a me non è affatto piaciuta, perché distoglie l’attenzione da tutto quello che era legato ai furti e alle truffe, inevitabilmente la parte più divertente e coinvolgente del film. Ed è un peccato, perché Will Smith interpreta con grande carisma un ruolo abbastanza inedito per lui, mentre Margot Robbie oltre che essere una grandissima gioia per gli occhi sa anche recitare come si deve, come d’altronde già si era notato in The Wolf of Wall Street. In generale, qualche trovata carina c’è, ma i difetti sono superiori ai pregi e il risultato finale è quello di un film che sa tanto di occasione mancata.

M-Review: Mortdecai

Mortdecai

Quando vedo film come Mortdecai mi interrogo su quali siano le ragioni che possano avere spinto i produttori a finanziare quello che è un disastro sotto tutti i punti di vista. Nato con l’ambizione di dar vita a un nuovo franchise, sullo stile della Pantera Rosa (OMG!), l’unica ambizione che si ha guardando il film è quella di vederlo finire quanto più velocemente possibile, perché non è soltanto brutto, ma in alcuni momenti addirittura irritante. Il Charlie Mortdecai del titolo è uno squinternato trafficante d’arte che, a causa di giganteschi problemi finanziari, è costretto a tentare il tutto per tutto contrabbandando un Goya autentico in un’avventura che lo porterà in giro per il mondo, da Hong Kong a Los Angeles passando per la Russia e la sua amata Londra.

Mortdecai è anche la dimostrazione che ormai, quando non interpreta Jack Sparrow, Johnny Depp non ne azzecca più una. Sempre sopra le righe, con un accento british stranissimo e spesso incomprensibile, Depp cola a picco con tutto il resto della nave. Certo, la sceneggiatura asfittica e tutt’altro che divertente non lo aiuta, ma vi sfido, dopo 10 minuti di film, a non sperare che gli succeda qualcosa di brutto. Non che gli altri nomi noti, da Gwyneth Paltrow a Ewan McGregor, da Paul Bettany a Olivia Munn, se la cavino tanto meglio, in quanto danno l’impressione di essere lì dentro soltanto per la paga e nulla più. Non si salva nemmeno la regia dell’esperto David Koepp, evidentemente più a suo agio quando scrive (e questo non è il caso, visto che la sceneggiatura è opera di altri) che quando si trova dietro alla macchina da presa. Non vale la pena di spendere altre parole su Mortdecai, se non che si tratta di un qualcosa da evitare come la peste, a meno di non voler provare la sensazione di aver buttato due ore di vita (e qualche Euro) giù per lo scarico del gabinetto.

M-Review: Kingsman: Secret Service

Kingsman

Ho sempre nutrito una grandissima stima per Matthew Vaughn, sin da quando produceva i film del suo amico Guy Ritchie. Poi l’esordio da regista col tremendamente sottovalutato Layer Cake (che vi consiglio di recuperare), a cui sono seguiti l’ottimo Stardust, Kick-Ass e il bellissimo reboot di X-Men. Sono convinto che Giorni di un Futuro Passato sarebbe stato molto meglio nelle sue mani, ma il fatto che abbia deciso di lasciarlo per dedicarsi a Kingsman: Secret Service, fa capire che si tratta di un regista a cui piacciono le sfide. Tratto, come Kick-Ass, da un fumetto di Mark Millar, il film è una rivisitazione ironica e ultraviolenta del genere spionistico british degli anni ’60/’70, ovviamente in chiave moderna. Ci sono eleganti spie in giacca e cravatta, supercattivi matti da legare, aiutanti dalle abilità straordinarie e continui colpi di scena. Va detto che nella sua parte iniziale, quella formativa del nostro eroe all’accademia, il film mi ha ricordato tantissimo X-Men: L’Inizio, con temi trattati anche nei precedenti lavori di Vaughn: si vede che l’iniziazione dell’eroe è un elemento narrativo che gli va particolarmente a genio.

Tra un Colin Firth elegantissimo e carismatico, un Samuel L. Jackson con la zeppola (resa molto bene anche dal doppiaggio di Luca Ward) in versione villain e un Michael Caine che nasconde più sorprese del solito, gli amanti della buona recitazione avranno di che essere soddisfatti. E’ però il giovane Taron Egerton, alla prima esperienza di un certo livello, a reggere il film sulle sue spalle, grazie al carisma e a una bravura che lo porterà sicuramente molto lontano. Se Kingsman funziona, il merito però lo si deve soprattutto a Vaughn, ottimo nella gestione delle scene action, ma soprattutto capace di bilanciare violenza eccessiva e umorismo in maniera tale che tutti i corpi squartati, le parti del corpo che si staccano come se fossero burro e le teste che saltano in aria sembrino venire direttamente fuori da un cartone animato. A me poi, sono piaciuti un sacco i piani sequenza (chiaramente aiutati dal digitale) usati in molte scene di combattimento, che le rendono ancora più movimentate e coinvolgenti. Kingsman è un film che tiene incollati allo schermo, anche se avrebbe beneficiato, secondo me, di qualche taglio, visto che ci sono alcune sequenze a mio avviso inutili che tendono a rallentare troppo il ritmo. Questo è l’unico difetto piuttosto macroscopico che gli ho trovato, perché per il resto si tratta di un action davvero godibile e che si candida a una posizione di tutto rispetto tra le cose migliori del 2015. La speranza è che gli incassi siano sufficienti da consentire la realizzazione di un sequel, che dovrebbe però avere Vaughn ancora alla regia. Conoscendo la sua voglia di cimentarsi sempre in progetti nuovi, questo potrebbe essere un problema.

M-Review: Cinquanta Sfumature di Grigio

FiftyShades

Ci sono film che sono predestinati al successo, indipendentemente dalla loro qualità. Era piuttosto facile prevedere che Cinquanta Sfumature di Grigio, considerato il suo background, quello di libro che ha venduto decine di milioni di copie in tutto il mondo, avrebbe fatto sfracelli al botteghino. Un’altra cosa piuttosto facile da immaginare è che, vista la dubbia qualità del materiale di partenza, anche il film non sarebbe stato proprio indimenticabile. Tratto dal romanzo di E.L. James, nato come fan-fiction di Twilight, ma poi imprevedibilmente trasformatosi in un incredibile fenomeno letterario, Cinquanta Sfumature di Grigio racconta l’amore tra il giovane miliardario Christian Grey e l’innocente verginella Anastasia Steele. Ma non è una storia d’amore come tutte le altre, come ben sapete, perché il signor Grey è in realtà il protagonista di Cartoni Animati Giapponesi, mitica canzone degli Elio e le Storie Tese, in cui si recitavano le testuali parole “Pratico l’anal e l’arte del bondaggio, come si vede nel mio lungometraggio“. Scherzi a parte, la relazione malata che si crea tra Anastasia e Grey, vede lei tentare, dopo essere stata sverginata, di convertirlo a una vita più normale, mentre lui insiste nell’iniziarla all’amore sadomaso, sua unica fonte di piacere e di controllo nei confronti delle sue partner. Discutere la trama di Cinquanta Sfumature di Grigio è inutile, perché si tratta praticamente di un romanzo Harmony per le nuove generazioni (ma non solo). Quello su cui è giusto spendere qualche parola sono la messa in scena e tutti gli aspetti prettamente filmici.

A una Dakota Johnson piuttosto brava e credibile nella sua evoluzione da timida ragazzina a donna consapevole di se stessa fa da contraltare un Jamie Dornan legnoso e quasi svogliato, dall’accento indecifrabile e dal carisma degno di una sardina (ma nonostante questo ho sentito in sala giovani donne sospirare nelle sequenze a torso nudo). La regia di Sam Taylor-Johnson va un po’ a fasi alterne: se da un lato è apprezzabile la scelta di aver tentato di conferire un po’ di dignità alla trama, riducendo il sesso e cercando di rendere più credibili i suoi personaggi rispetto al libro, dall’altro ci sono scene di sesso schizofreniche, alcune girate con tatto e classe, altre in maniera parecchio discutibile (ci sarebbero parecchie cose da dire su quella che viene considerata la scena “clou” del film), lungaggini eccessive dove si poteva sfrondare qualcosa e un generale senso di vacuo e vuoto. Nota di merito alla colonna sonora, una delle migliori sentite negli ultimi anni. Certo, ci sono i temi strumentali di Danny Elfman, ma anche una serie di canzoni, che spesso fanno da sfondo alle scene più importanti, di artisti come Ellie Goulding, The Weeknd, Sia, Skylar Grey, Rolling Stones, Annie Lennox e altri. E poi ci sono i remix di due successi di Beyoncé: la già sensuale Haunted è resa più ariosa e ragginata, ma la trasformazione di Crazy in Love ad opera del produttore BOOTS, la rende la canzone scopereccia (pardon my french) con la S maiuscola (e riuscire a sfruttarla male nel film è una di quelle cose per cui si dovrebbe prendere la regista e impedirle di dirigere qualsiasi cosa, persino il traffico, per almeno un lustro). Cinquanta Sfumature di Grigio è l’equivalente di quello che era stato per noi uomini Basic Instinct all’inizio degli anni ’90. Ae vent’anni fa ci fiondavamo al cinema per ammirare la patata di Sharon Stone (trovando in aggiunta un film molto bello, un thriller dal sapore davvero hitchcockiano), adesso le sciure e le sciurette affollano i cinema per vedere le (poche, blande e alquanto caste) scene di dominazione, assistere a un film penoso e, soprattutto, immaginare di prendere il posto di Anastasia Steele. A ciascuno il suo.

M-Review: Jupiter Ascending

jupiter

Io non riesco a voler male ai Wachowski. A parte i due sequel di Matrix, che trovo imbarazzanti se paragonati al primo episodio, trovo che i due registi americani abbiano sempre realizzato film buoni o molto buoni, che però non hanno mai ottenuto al botteghino i risultati che avrebbero meritato. Penso a Speed Racer, divertente e spensierato (oltre che tecnicamente fighissimo), ma anche a Cloud Atlas, il cui unico difetto era quello di essere troppo complesso per il pubblico medio. Se proprio si deve trovare una colpa da imputare a questi due ex-sceneggiatori di fumetti, è quella di scrivere storie molto ricche, forse troppo per i gusti degli spettatori, che preferiscono cose decisamente più light (se Transformers 4 passa il miliardo di dollari di incassi worldwide, un motivo c’è). Jupiter Ascending è il loro tentativo di avvicinarsi a un genere molto gradito dal pubblico, quello della fantascienza “young adult”, a quale appartengono prodotti come i vari Hunger Games, The Maze Runner e via dicendo. Una sceneggiatura completamente originale, che in questi tempi di sequel e adattamenti è come un miraggio nel deserto, ma che purtroppo presenta i classici problemi di tutti i loro lavori: è troppo complicata, ci sono troppi personaggi, accadono troppe cose. E questo al pubblico, l’abbiamo capito, non va assolutamente a genio.

In soldoni, la storia è quella di Jupiter Jones (Mila Kunis), bella e giovane terrestre che lavora come donna delle pulizie e che scopre, dopo l’arrivo dallo spazio di Caine (Channing Tatum), guerriero intergalattico geneticamente modificato e incrociato con geni canini, di essere l’erede della Terra. Una situazione che la porterà a essere inseguita da cacciatori di taglie provenienti da un altro pianeta, mutaforma dall’aspetto mostruoso e chi più ne ha più ne metta. Il primo aggettivo con cui mi viene da giudicare Jupiter Ascending è “squinternato“: succede tutto e il contrario di tutto, il ritmo è incredibilmente frenetico perché in due ore capita davvero l’impossibile, si passa da un pianeta e da un’astronave all’altra con una velocità che manco nel miglior Star Trek. Poi, certo, va anche detto che la sceneggiatura è un susseguirsi di cliché, ma questo elemento di familiarità rende meno faticoso seguire la trama. Parrebbe un disastro, invece l’ho trovato molto divertente. Merito della mano salda con cui i Wachowski dirigono, di un cast che se la cava discretamente (l’unico fuori parte è un Eddie Redmayne che gigioneggia un po’ troppo) e di una realizzazione tecnica di altissimo livello (e ci credo, con 175 milioni di budget). Non è il film che vi cambierà la vita, ma se vi piace la fantascienza passerete due ore con l’acceleratore a tavoletta, senza annoiarvi mai e forse restandone anche piacevolmente sorpresi.

M-Review: Taken 3: L’Ora della Verità

Taken3

Se non fosse per Taken (alias Io Vi Troverò nel nostro paese), la carriera di action hero di Liam Neeson non sarebbe nemmeno partita. Non che l’attore irlandese ne avesse bisogno, ma il successo del film prodotto da Luc Besson gli ha permesso di rientrare in quel ristretto nugolo di nomi in grado di garantire qualità e incassi a un genere, quello action, nel quale i vari Schwarzy, Stallone e Bruce Willis, tanto per fare qualche esempio, sono diventati totalmente irrilevanti. Il problema è che Taken, come la maggior parte dei film che non nascono con l’obiettivo di generare figli e figliastri, doveva fermarsi lì. Taken 3: L’Ora della Verità è l’ennesima dimostrazione di quanto Hollywood preferisca puntare sull’usato sicuro che non cercare di creare qualcosa di nuovo, magari sempre con Neeson alla guida, sia chiaro. Dopo aver salvato la figlia rapita dagli albanesi ed essere stato salvato da lei in vacanza, questa volta Bryan Mills viene accusato ingiustamente dell’omicidio dell’ex-moglie, morta sgozzata, dal quale dovrà ovviamente scagionarsi come solo lui sa fare.

Taken 2 aveva mostrato quanto fosse disastroso tentare di cambiare la formula che aveva decretato il successo del primo episodio, tanto da tornare sui propri passi nella seconda metà del film (senza però far variare il risultato finale). In Taken 3, Neeson torna a essere l’unico a menare, il problema è che mena troppo poco. E se mi togli la sola ragione di esistere di questa serie, da cui non puoi certo attenderti una sceneggiatura e interpretazioni da Oscar, allora tutto va a catafascio. Come già nel secondo episodio, poi, il villain è del tutto evanescente e l’inevitabile colpo di scena è telefonato oltre ogni limite. Aggiungiamoci che anche le due grosse scene d’azione sono davvero insipide (colpa del regista Olivier Megaton) e la frittata è fatta. Il buon vecchio Liam regge la scena come pochi altri sanno fare, ma non è possibile affidarsi soltanto al carisma del protagonista per cercare di dare spessore al film. Per quanto partito piuttosto bene al botteghino (dove ha già recuperato l’esiguo, almeno per gli standard hollywoodiani, budget di produzione), Taken 3 sta dimostrando di non avere lo stesso tiro dei suoi predecessori e la speranza è che Besson capisca che è meglio far danni altrove (vedi Lucy) e non cercare di tenere in vita un cadavere che già puzza da parecchio tempo. Delusione piuttosto prevedibile, ma sempre delusione.