M-Review: Clown

clown

Di Clown avevo sentito parlare per la prima volta un paio di anni fa, quando avevo letto che Eli Roth aveva intenzione di produrre un film tratto da un finto trailer comparso su YouTube. Scomparso totalmente dal radar, Clown mi si è riproposto qualche settimana fa, al cinema, sotto forma di un vero trailer che ne annunciava l’uscita italiana, in anteprima mondiale, per il 13 novembre. Solitamente, questo non indica nulla di buono, ma le immagini hanno comunque suscitato la mia curiosità e mi hanno spinto a sborsare 5,50 € per andarlo a vedere. La storia, molto semplice e lineare, è quella di un padre di famiglia che si traveste da clown per sostituire il pagliaccio ospite della festa di compleanno del figlioletto. Peccato che il vestito e la maschera che indosserà siano in realtà quelle di un demone mangia-bambini, che pian piano lo trasformeranno in un mostro.

Diretto dal debuttante Jon Watts, regista e protagonista del finto trailer di cui sopra, Clown ha come unico volto noto quello di Peter Stormare, mentre i protagonisti sono tutti attori sconosciuti, ma bravi, come dovrebbe essere in tutti gli horror low-budget che si rispettino. Il film ha una prima parte piuttosto classica, dopo la quale comincia a sorprendere, più volte, con idee e soluzioni azzeccate e spesso anche al limite del borderline (e sospetto che sia questo il motivo per cui non ha ancora avuto distribuzione negli USA, nonostante tra i produttori ci siano pure i fratelli Weinstein). Il finale non è quello che vi aspettereste, ma allo stesso tempo diventa chiaro quando si capisce che corrisponde alla scelta più “safe”. Ed è un peccato, perché regista e sceneggiatore avrebbero potuto osare di più e procedere verso l’happy ending (una strada molto più truculenta di quanto pensiate), che a mio avviso sarebbe stata la scelta più giusta. Molto bravo lo sconosciuto protagonista Andy Powers, la cui trasformazione nel mostro, aiutata da ottimi effetti di trucco e progressiva perdita di umanità sono davvero eccellenti. Contrariamente a tutte le previsioni, Clown si è rivelato un buon horror, decisamente migliore di gran parte delle proposte di questo genere negli ultimi anni. Certo, come già detto, non mi ha convinto il finale, ma se amate il genere, questo è un film che vi consiglio di andare assolutamente a vedere. Non ve ne pentirete.

M-Review: Interstellar

Interstellar

Se c’è una cosa di cui bisogna dare atto a Christopher Nolan è che, nonostante sia ormai completamente invischiato nei meccanismi hollywoodiani (lapalissiano, con i budget che maneggia), il suo cinema resta una spanna sopra quel che la mecca del cinema produce abitualmente. Interstellar è un film molto più ambizioso di quello che era stato Inception, in grado di far digerire a un pubblico che generalmente si ciba di blockbuster ad alto contenuto di testosterone e poco di materia grigia un meccanismo a incastri tutt’altro che banale. Qui ci sono vera fantascienza, un presente/futuro alternativo in cui la terra è sull’orlo del collasso, missioni spaziali dall’esito tutt’altro che scontato, ma soprattutto il rapporto tra un padre e una figlia che trascende i confini dello spazio e del tempo.

Nolan è rimasto uno dei pochi a fare cinema come una volta, in pellicola, cercando di realizzare gli effetti speciali direttamente in camera (ove possibile) e non soltanto al computer. Sono tutte cose che in Interstellar si vedono eccome ed evidenziano l’ambizione da parte del regista britannico di realizzare un film che unisca autorialità e spettacolarità. Il cast è un ensemble di nomi di un certo spessore, ma tutto si regge sulle spalle di quel Matthew McConaughey che ha scoperto solo da pochi anni di essere un vero attore. Non siamo ai livelli raggiunti con Dallas Buyers Club, ma si prova empatia per quanto sta accadendo grazie alla sua performance. Bravissime anche la piccola Mackenzie Foy (la Renesmee di Twilight) e la splendida Jessica Chastain, due età diverse dello stesso personaggio. Gli altri, invece, da Michael Caine ad Anne Hathaway, da John Lithgow a Matt Damon (ah sì, c’è pure lui), se la cavano bene, ma non in modo da finire negli annali. I due talloni d’Achille sono i dialoghi, spesso un po’ troppo ovvi e forzati e il terzo atto, in cui il film tende a incartarsi su sé stesso, con una conclusione non proprio soddisfacente. Con questo non si vuole dire che Interstellar sia un brutto film (ce ne fossero così), ma che questa volta Nolan è volato troppo in alto ed è lui stesso finito nel wormhole in cui i suoi personaggi si imbattono nel corso della storia. La messa in scena è sontuosa, la regia è eccellente come il cast, ma la sceneggiatura non proprio esaltante lo rende soltanto un buon film e non un capolavoro. Se vi definite appassionati di cinema, non perdete tempo e andate a vederlo.

M-Review: Dracula Untold

Dracula

Ritengo che rivisitare storie celebri, grandi classici della letteratura e del cinema che fanno parte della nostra cultura, non sia affatto un male. Il tempo passa e, se si vogliono riproporre determinati personaggi, è giusto cambiare un po’ le carte in tavola. Il revisionismo storico, dopo aver reso Maleficent un personaggio positivo, è arrivato al principe delle tenebre. In Dracula Untold, il principe Vlad Tepes è diventato un uomo che sceglie di passare al lato oscuro per proteggere moglie, figlio e il suo popolo dalle scorribande dei turchi guidati da Maometto II, ma che gli eventi trasformeranno in quello che è il mostro che tutti conosciamo. Nato come Dracula Year Zero, il cui script gira in rete ormai da diversi anni, il film è stato soggetto a una pratica tornata pericolosamente in vigore a Hollywood di recente, quella del completo rimaneggiamento in post-produzione, con trame cambiate, attori totalmente eliminati in fase di montaggio e chi più ne ha più ne metta. Ed è così che l’avventura del principe è stata semplificata per venire incontro alle ridotte facoltà mentali del pubblico americano.

Alcuni dei personaggi che incontrava nella sua avventura (e apparsi pure nel trailer qua sopra), interpretati da Charlie Cox e Samantha Barks, sono completamente svaniti ed è stato aggiunto quello che i titoli definiscono “Master Vampire“, interpretato da un Charles Dance tornato profondamente in auge grazie a Game of Thrones, vero deus ex machina della storia e probabile motore di quello che sarà il Monster Universe in stile Marvel di casa Universal (la scena finale, girata un paio di mesi prima dell’uscita, serve proprio a questo). Luke Evans ha il physique-du-role da action hero, Sarah Gadon è leggiadra e bella come non mai, Dominic Cooper aggiunge un altro cattivo alla sua filmografia e il giovane Art Parkinson, anche lui visto in GoT, è forse la sorpresa più interessante a livello di cast. È il film? Tutta la parte iniziale funziona, ma dal momento della bevuta del sangue in poi si nota il continuo e perdurante taglia e cuci (il regista, il debuttante irlandese Gary Shore, proveniente dalla pubblicità, si è probabilmente limitato a eseguire ordini provenienti dall’alto). Scene che durano pochissimo, buchi di trama clamorosi, momenti topici risolti in quattro e quattr’otto e, come detto prima, una coda finale che fa sembrare tanto questo Dracula il Captain America dell’universo mostruoso della major americana. Ci si lamenta di film che durano troppo e meriterebbero tagli, mentre per Dracula Untold capita l’esatto contrario: dura 84 minuti, titoli di coda esclusi e servirebbe un’altra mezz’ora, quella finita nel cestino, per non far sembrare tutto così frettoloso e confuso. I risultati al botteghino, buoni anche se non esaltanti, indicano che nonostante tutto Universal ci ha preso: il film è stato massacrato, ma il pubblico pare non curarsene. Personalmente non ho apprezzato Dracula Untold, ma non mi sento di sconsigliarvene la visione. A voi la scelta.

M-Review: Guardiani della Galassia

GOTG

Il più grosso punto di domanda legato ai Guardiani della Galassia ha a che fare con le motivazioni (che probabilmente non conosceremo mai) che hanno spinto la Disney a ritardarlo di quasi tre mesi nelle nostre sale, mentre gli altri film Marvel solitamente escono una settimana prima o in contemporanea con gli USA. Paura di incassare poco? Allora perché non farlo uscire a settembre, dove ci sono state pochissime uscite forti. Vabbé, l’importante è che sia arrivato al cinema e che finalmente anche il pubblico italiano abbia potuto vedere quello che è stato il maggior successo cinematografico del 2014, in un’annata in cui gli incassi non sono stati proprio esaltanti. Si tratta indubbiamente del film Marvel più rischioso tra quelli realizzati finora, vista la mancanza di personaggi popolari e iconici e l’ambientazione spaziale, ma anche quello su cui, grazie a tutti questi elementi, si poteva osare di più. La storia, per chi avesse vissuto su Marte negli ultimi mesi, mette insieme rapimenti alieni, avventurieri che viaggiano su una nave spaziale chiamata Milano, una donna verde (e una blu), un bestione a cui hanno ucciso moglie e figli, un procione parlante e un albero vivente che ripete sempre la stessa frase, oltre a un cattivo che sembra un Sith di Star Wars ancora più incazzato.

James Gunn, creatura di casa Troma (è stato lo sceneggiatore del trash cult Tromeo & Juliet, va ricordato), era probabilmente uno dei pochi registi in grado di portare sul grande schermo del materiale di partenza così squinternato e a fortissimo rischio di fallimento. Guardiani della Galassia è un film dal ritmo martellante, che alterna momenti di risate e divertimento a spettacolari sequenze action che sono una vera e propria gioia per gli occhi. Merito al regista per la scelta di Chris Pratt come protagonista, degno erede dell’Han Solo del tempo che fu, visto che il personaggio, come il film stesso, ha parecchi punti in comune con l’universo creato da George Lucas. Ottimi anche Dave Bautista, un Michael Rooker in formissima e il cattivo Lee Pace, mentre sia Zoe Saldana che Karen Gillan lasciano piuttosto indifferenti. Le vere star, però, sono il procione Rocket Raccoon (doppiato da Bradley Cooper in originale) e Groot, albero umanoide in grado di dire soltanto una frase (“Io sono Groot“) che in originale ha la voce di Vin Diesel. Groot è il personaggio più riuscito, una specie di buonissimo cane da compagnia, ma dotato di rami e foglie, che vi farà ridere ma anche versare qualche alcrima, se siete particolarmente sensibili. Non è che ci sia molto altro da dire: per me Guardiani della Galassia è nella Top 3 dei migliori film Marvel. Si ride, si ascolta buona musica anni ’70 e ci si appassiona, un trittico difficile da trovare nei classici blockbuster hollywoodiani. Promosso a pieni voti.

M-Review: The Equalizer

The_Equalizer

Quanti di voi ricordano la serie TV da cui è tratto The Equalizer? Anzi, riformulo la domanda: quanti di voi sanno che il film in questione si basa su Un Giustiziere a New York (in originale, appunto, The Equalizer), serie TV americana andata in onda sulla CBS dal 1985 al 1989 e da noi qualche anno dopo su Rai 2 prima del telegiornale? Probabilmente me lo ricordo solo io, visto che da un veloce sondaggio fatto con amici appassionati di cinema e serie, è risultato che nessuno se ne ricordasse. The Equalizer prende la premessa e la storia del prodotto televisivo, quella di Robert McCall, un ex-agente della CIA (anche se nel telefilm l’organizzazione non aveva in nome ufficiale) ritirato che non si fa scrupoli a usare la violenza e tutto quanto ha imparato nei suoi anni di lavoro per aiutare i più deboli. In questo caso, la molla che fa scattare la storia sono le violenze che una giovanissima prostituta dell’Est subisce dai suoi sfruttatori. McCall, sotto copertura come dipendente di un grande magazzino, scoperchierà una pentola che coinvolgerà parecchie persone, anche insospettabili, senza fermarsi davanti a nulla per mettere fine alle loro malefatte.

Si potrebbe dire che The Equalizer è l’ideale seguito di Man On Fire, il film di Tony Scott di una decina di anni fa che aveva come protagonista proprio Denzel Washington, nei panni di un agente/bodyguard spinto da più o meno le stesse motivazioni di Robert McCall. Qui, per fortuna, rispetto all’opera del compianto fratello Scott, c’è una regia essenziale, a servizio della trama e della recitazione, che evita i virtuosismi e porta sullo schermo un film d’azione deciso e crudo quanto basta. Niente da dire sulla performance attoriale dell’attore americano, assolutamente a suo agio nei panni di questo giustiziere dei giorni nostri, come molto bravo si dimostra anche il cattivo Marton Csokas, spietato come non mai, ma che non può nulla contro l’astuzia, la decisione e la violenza del nostro eroe. Chloe Grace Moretz ricorda la Jodie Foster dei tempi di Taxi Driver, ma per quanto sia dichiarata co-protagonista, il suo ruolo è davvero breve, in termini di tempo. Nel cast troviamo anche altri volti noti come Bill Pullman, Melissa Leo e Haley Bennett, secondo me molto sottoutilizzata dal cinema che conta. Alla fine della fiera, come avrete già capito dalle mie parole, The Equalizer è un film che tiene incollati alla poltrona e intrattiene per un paio d’ore, senza mai annoiare. Il buon Denzel è sempre una sicurezza e con un regista competente nel genere come Antoine Fuqua, si va sul sicuro. Promosso.

Alien, tutti i videogiochi ispirati alla saga (da Wired.it)

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La scorsa settimana è finalmente uscito  Alien Isolation, sparatutto pubblicato da Sega e sviluppato dagli inglesi di Creative Assembly, che sembra essere finalmente quello che i fan dei mostri creati da H.R. Giger cercano: uno sparatutto claustrofobico e terrorizzante, con un’atmosfera che ricalca quella del leggendario film di Ridley Scott.

Se volete leggere il resto dell’articolo, lo trovate su Wired.it all’indirizzo: http://www.wired.it/gadget/videogiochi/2014/10/07/alien-storia-in-videogiochi/

M-Review: Sin City: Una Donna per Cui Uccidere

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C’è una regola non scritta che dice che i sequel realizzati a più di 5 anni dal precedente episodio hanno notevoli probabilità di fallire. Certo, ci sono eccezioni come Terminator 2 o Aliens, per citare le prime che mi vengono in mente, ma sono davvero rare. Il primo Sin City era uscito in un’era cinematografica totalmente diversa da quella attuale, in cui Marvel non aveva ancora creato il suo universo sul grande schermo, il Batman di Nolan doveva ancora uscire e gli adattamenti da fumetto erano spesso tentativi sbagliati dei vari studios di approcciarsi a un genere che non conoscevano. La collaborazione tra Robert Rodriguez e Frank Miller aveva, a suo modo, rivoluzionato il genere, visto che i due si erano praticamente limitati a girare pari pari in digitale le tavole create dal grande autore americano. Il film ebbe un notevole successo, tanto che il sequel venne annunciato quasi subito, ma la sua lavorazione veniva continuamente rimandata. E così il tempo passa, Marvel e Warner abituano il pubblico a comic-movie dallo stile completamente diverso e Sin City, come prevedibile, finisce nel dimenticatoio.

Il fatto che i primi trailer di Sin City: Una Donna per Cui Uccidere non avessero provocato le stesse reazioni esaltate di 9 anni prima era un segnale piuttosto evidente che il flop, almeno oltreoceano (visto che in Russia, paese da cui proviene buona parte del budget tra l’altro, e in altri paesi minori è andato bene), sarebbe stata l’unica conseguenza possibile. Perché, intendiamoci, non è che questo sequel sia un brutto film, ma semplicemente arriva fuori tempo massimo. Rodriguez e Miller si sono limitati a prendere altre storie della raccolta, alcune con personaggi già visti nel primo episodio (quella con Nancy-Jessica Alba e Hartigan-Bruce Willis, ad esempio), altre con un cast rinnovato: il problema è che sa tutto di già visto. A risollevare la situazione ci pensa l’episodio da cui il film prende il titolo, con una Eva Green in versione femme fatale davvero superlativa, affascinante e mortale, che utilizza il suo fascino e il suo incredibile sex appeal (sì, va detto, le sue tette sono protagoniste assolute e noi sentitamente ringraziamo). Va detto che se tutto questo seguito fosse stato incentrato su di lei, il film si sarebbe trasformato in un noir anni ’40 tremendamente d’atmosfera e la reazione sarebbe stata diversa. Se siete fan sfegatati del primo episodio, Sin City: Una Donna per Cui Uccidere vi piacerà molto, ma in caso contrario ringrazierete che il film duri soltanto poco più di un’ora e mezza. Mi ripeto, non è brutto, ma arriva fuori tempo massimo.

M-Review: The Humbling #LeVieDelCinema

TheHumbling

Quando un grande attore capisce che sta gettando la propria carriera nel cesso, se ha ancora un minimo di rispetto per il pubblico che lo ha sempre seguito, si mette alla ricerca di qualche progetto che gli permetta di dimostrare seriamente cosa è capace di fare. Per Al Pacino, The Humbling sembra essere l’occasione di riscossa dopo un decennio passato a non azzeccare un film (a parte quelli per HBO). Girato con un budget di soli 2 milioni di dollari dal veterano Barry Levinson e tratto da un romanzo di Philip Roth, il film vede il grande Al nei panni di Simon Axler, celebre attore che dopo aver deciso di ritirarsi, si ritrova in casa la figlia lesbica di una vecchia coppia di amici. Il vecchio si innamora di lei che, infatuata dell’attore sin dall’infanzia, decide di intrecciare una strana storia d’amore con lui. Ma sarà tutto vero? Oppure quello che gli sta accadendo è solo il frutto della sua immaginazione?

The Humbling è un altro di quei film che si regge completamente sull’attore protagonista: se non ci fosse Al Pacino, questa storia a metà tra realtà e sogno sarebbe fastidiosissima da vedere. Il grande Al è bravissimo, perché passa da momenti drammatici, seppur con una certa componente di assurdità, a situazioni davvero ilari, che hanno fatto ridere di gusto tutta la platea. Anche le sue co-star, comunque, in particolare una bravissima Greta Gerwig, se la cavano davvero bene e persino i ruoli più piccoli, interpretati da caratteristi storici del calibro di Dianne Wiest, Dan Hedaya e il redivivo Charles Grodin, sono fondamentali per la storia. Il film è davvero godibile, ma mi permetto di esprimere alcuni dubbi relativi alla sceneggiatura: spesso e volentieri si passa dalla realtà all’immaginazione in maniera così diretta che alla fine si rischia di non distinguerle più, cosa che provoca una tremenda confusione nello spettatore. A parte questo difetto marchiano, come già detto, The Humbling rappresenta un grandissimo ritorno per Al Pacino e per questo va assolutamente visto.

M-Review: Lucy

Lucy

A Hollywood vanno pazzi per tutto quello che è high concept, cioè per quanto può essere raccontato con completezza in modo davvero sintetico. Lucy ci è stato venduto dai trailer come la storia di una ragazza che diventa suo malgrado un “mulo” corriere di una potentissima droga, che le finisce inaspettatamente in circolo e la trasforma in una specie di supereroe. E questo è quanto accade nella prima mezz’ora, dal ritmo un po’ altalenante, con parecchi echi dal passato di Luc Besson (Nikita in primis) e tutto sommato divertenti. Poi, però, come la sua protagonista, il film comincia a soffrire del delirio di onnipotenza e deraglia in maniera disastrosa. Se Lucy mantiene una parvenza di guardabilità, il merito è tutto di Scarlett Johansson. Sì, come ben sapete per me lei è la mia donna dei sogni, ma bisogna oggettivamente dire che il film si regge completamente sulle sue spalle e con una protagonista meno carismatica e capace la tentazione di alzarsi dalla propria poltrona e uscire dalla sala sarebbe stata molto forte.

Ciò che funziona è l’evoluzione del personaggio, da ragazza ingenua e caduta in qualcosa di molto più grande di lei a donna sempre più priva di umanità e, di conseguenza, decisa e spietata. Non aspettatevi nemmeno uno sfoggio delle sue abbondanti forme, perché a parte una sequenza da tre secondi in cui si mostra su un letto con addosso un reggiseno nero di pizzo (con conseguenti palpitazioni del sottoscritto), per il resto non c’è altro. Parlo tanto di Scarlett perché, ci tengo a ripeterlo, è l’unica cosa che conferisce un po’ di dignità a questo film. Gli altri momenti migliori sono quelli in cui Besson cita i suoi capolavori, ma forse perché sono le uniche idee decenti dalla mezz’ora in poi. Per il resto, la sceneggiatura sembra scritta aiutandosi con i dadi di D&D, mixando sequenze assurde e buchi giganteschi, fino a un finale talmente ridicolo da risultare involontariamente divertente. Anche Morgan Freeman pare sempre spaesato in questa sarabanda di inutilità. Lucy poteva essere il nuovo Nikita, ma Besson ha scelto di andare a sbattere a tutta velocità contro un muro, a causa di scelte assurde di script e non solo. Un action puro e semplice, senza divagazioni, come nella prima mezz’ora, avrebbe portato a casa il risultato con estrema facilità. Ma nonostante la bruttezza, pare che il film piaccia comunque, visto che i quasi 300 milioni di dollari incassati nel mondo sono il miglior incasso di sempre per il regista francese. E questo è davvero inspiegabile… forse sono davvero tutti fan di Scarlett.

M-Review: Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) #LeVieDelCinema

Birdman

Pare che uno dei trend del cinema americano di questo 2014 sia quello di raccontare sé stesso o, per essere più precisi, i personaggi che popolano questo mondo. Se in The Humbling (di prossima recensione su queste pagine), Al Pacino interpreta un attore sul viale del tramonto che deve ritrovare sé stesso per dare una scossa alla sua carriera, qui in Birdman il protagonista è un attore reso celebre da un ruolo da supereroe che, nonostante siano passati 20 anni da quel periodo, non è ancora riuscito a scollarselo di dosso. E l’unico modo per fare qualcosa di diverso è adattare un racconto di Raymond Carver per il teatro, cosa che invece lo farà scontrare con i suoi demoni interiori. Alejandro Gonzales Inarritu ha deciso di affidare questo ruolo a Michael Keaton, in quella che è probabilmente l’interpretazione più autobiografica della sua carriera. Certo, magari l’attore americano non ha mai avuto voci alla Batman che risuonavano nella sua testa, figlie in rehab o giovani attrici con cui ha avuto relazioni che passano velocemente a lesbicheggiare con le altre co-star, ma è innegabile che la maggior parte del pubblico lo ricordi per essere stato il primo uomo pipistrello, analogamente a quanto accade al suo Riggan Thomson.

Keaton offre una performance attoriale davvero pazzesca, ma non è il solo del cast a darsi da fare, visto che chiunque, da Edward Norton a Zach Galfianakis, da Emma Stone a Naomi Watts, si impegna tantissimo. Virtuoso della macchina da presa, Inarritu (con la collaborazione di Emmanuel Lubezski, direttore della fotografia anche di Gravity) gira l’intero film in piano sequenza, staccando ovviamente tra una scena e l’altra, ma coinvolgendo lo spettatore e permettendogli di immedesimarsi ancora di più in quanto viene raccontato. Ci sono tanti riferimenti alla realtà, al cinema hollywoodiano contemporaneo (il bellissimo dialogo iniziale in cui sono citati Fassbender e Jeremy Renner ne è un esempio), ma allo stesso tempo ci sono tante concessioni ai sogni e ai pensieri, che danno origine alle sequenze più spettacolari e allo stesso tempo poetiche. Certo, ogni tanto si perde qualche punto di riferimento durante le divagazioni del protagonista, ma metabolizzando quanto si è visto tutto torna perfettamente. Birdman non è un film facile, ma al termine delle due ore vi lascerà davvero soddisfatti, visto che regia, sceneggiatura e recitazione sono ai massimi livelli. Negli USA esce a ottobre, ma per l’Italia dovrete purtroppo aspettare febbraio 2015.