M-Review: Un Milione di Modi per Morire nel West

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Gli ultimi 12 mesi non sono stati affatto facili per Seth MacFarlane. Quando vieni da un successo mondiale come quello di Ted e le tue serie TV come I Griffin funzionano alla perfezione, proporre cose nuove è sempre rischioso, perché ci sono aspettative molto elevate. Che le cose buttassero male lo si era capito dalla qualità e dalla conseguente cancellazione di Dads, terribile sit-com andata in onda negli USA su Fox, che è stata una delle prime vittime della scorsa stagione TV. Dalle premesse e dai trailer, Un Milione di Modi per Morire nel West sembrava essere il degno erede del mitico Mezzogiorno e Mezzo di Fuoco targato Mel Brooks, ovvero un’esilarante commedia ambientata nel west caratterizzata dallo stile sopra le righe di MacFarlane. La storia è quella di un fattore che, dopo essersi tirato indietro da un duello, viene mollato dalla fidanzata. Con l’aiuto di una misteriosa e affascinante sconosciuta, moglie in fuga di un incallito criminale, con cui scatterà l’inevitabile scintilla, egli riuscirà a dimostrare quanto vale.

Premesse perfette, ma il risultato finale è purtroppo tutt’altro che esaltante. Il grosso problema del film è che non si capisce dove vuole andare a parare: si ride di tanto in tanto, ci sono battute eccessive (quasi tutte pronunciate dalla prostituta interpretata da Sarah Silverman) ma che dopo un po’ stancano, ma per il resto si segue semplicemente l’evoluzione della storia. Ed è davvero un peccato, perché con il cast che MacFarlane si era portato a dietro, dalle bellissime Charlize Theron e Amanda Seyfried, a un inedito Liam Neeson cattivo e a un gruppo di caratteristi tra cui svettano Giovanni Ribisi, Neil Patrick Harris e la stessa Sarah Silverman, c’erano tutti gli ingredienti per creare qualcosa di esplosivo. Ci sono tanti cameo simpatici, tecnicamente è tutto eccellente e il film è piacevole nel complesso, ma gli mancano tutti quegli elementi che avevano reso Ted un capolavoro di comicità. Gli incassi non l’hanno premiato e il motivo è piuttosto chiaro. Come detto, Un Milione di Modi per Morire nel West non è da buttare via, ma allo stesso tempo non è nemmeno un film che valga la pena di vedere in sala.

M-Review: Sabotage

Sabotage

Da quando è tornato alla recitazione dopo il suo periodo da Governatore della California, il buon Schwarzy ha inanellato un flop dietro l’altro. Il punto è che questo non è avvenuto con film brutti, ma con degli action degni di tale nome (come The Last Stand o Escape Plan), che gli amanti del genere hanno apprezzato, ma che il grande pubblico ha invece evitato. Sì, a quanto pare il tipo di spettatori che va al cinema di questi tempi è cambiato tantissimo dagli anni ’80 e ’90 e certi action movie duri e puri, con budget moderati, senza troppi effetti speciali, hanno molte più chance di spuntarla sul mercato casalingo. In Sabotage, l’ex-Terminator è a capo di un team della DEA specializzato nella lotta ai trafficanti di droga. Spariscono 10 milioni di dollari, l’intero squadrone viene sospeso per qualche tempo per poi tornare in attività ma a un certo punto, i suoi membri cominciano a morire uno a uno, in modi piuttosto macabri.

Arnold ne è il protagonista indiscusso, affiancato da parecchi volti noti televisivi come Joe Manganiello (True Blood), Josh Holloway (Lost), Mireille Enos (The Killing), Harold Perrineau (Lost) e Max Martini (Revenge), oltre a Terrence Howard (Iron Man), Olivia Williams (Il Sesto Senso) e un irriconoscibile Sam Worthington (Avatar). Il regista David Ayer ha invece tirato fuori alcuni dei polizieschi più interessanti e senza fronzoli degli ultimi anni, come End of Watch e Street Kings. Per sua fortuna, Sabotage prova a essere qualcosa di più di un semplice action movie. Certo, la base è quella, poi ci sono echi di Predator, per quanto il nemico sia qualcosa di concreto e non qualche creatura fantascientifica, mischiati a una struttura alla Dieci Piccoli Indiani. Ma è proprio questa sovrastruttura thriller a causare i maggiori problemi al film: ci sono troppi buchi di sceneggiatura, troppe cose inspiegate, che distolgono l’attenzione da quelli che sono i punti di forza. Il cast è davvero solido e ben affiatato, con interpretazioni molto valide (Worthington ed Enos in particolare), Ayer mostra una mano molto sicura nelle sequenze d’azione, sangue e sbudellamenti non ci vengono risparmiati, ma il WTF vige sovrano appena la trama cerca di mettersi in moto, con un finale che tocca vette di implausibilità piuttosto elevate. Da noi, Sabotage uscirà in home video il 17 settembre, saltando direttamente i cinema, visto il flop detonante scontato al botteghino americano. La visione casalinga ci sta tutta, ma sappiate che si tratta di un film abbastanza mediocre, nel complesso.

#ParrotFlowerPower: il pollice verde tecnologico

Parrot

Il bello della tecnologia è che ci viene soprattutto d’aiuto in quelle cose in cui abbiamo un sacco di difficoltà. Io con le piante non ci ho mai saputo fare, per dire. Diciamo che non mi sono mai interessate più di tanto e, di conseguenza, quelle poche volte in cui ho dovuto star dietro alle piante di casa, ho sempre abbastanza fallito: non so valutare se c’è abbastanza acqua, non so valutare se l’illuminazione che ricevono è corretta e via dicendo. Sì, è un argomento di cui non so proprio una beneamata ceppa (ma d’altronde, mica si può essere tuttologi, no?).

Pianta

Per noi negati nel rapporto con le piante è arrivata in aiuto la tecnologia,  rappresentata in questo caso da Parrot Flower Power. Di che si tratta? Di un sensore wireless (che sembra una fionda senza elastico), che va inserito nella terra della vostra pianticella e grazie al quale, tramite un’applicazione mobile disponibile al momento solo su iOS, potrete ricevere una serie di informazioni utili, che vanno dalla valutazione della quantità d’acqua presente a quella del fertilizzante, dal grado di insolazione alla temperatura.

Globale

Ho ricevuto, assieme al prodotto da testare, una piccola begonia che dopo più di un mese di utilizzo è ancora viva, magari non completamente in salute come all’inizio, ma decisamente in forma. Mi è stato sufficiente aprire l’applicazione regolarmente (ammetto di averlo fatto soltanto nei weekend, cioè quando sono a casa in Romagna, dove ho messo la pianta), ma i vari indicatori mi hanno permesso di tenere sotto controllo tutte quelle cose che, se lasciate al caso, l’avrebbero fatta morire in una settimana o giù di lì.

Menu

La app vi permette di tenere monitorata più di una pianta: per ricevere i dati vi basterà spostare il Parrot Flower Power da un vegetale all’altro e, così, riuscirete ad avere una panoramica di tutte le piante che avete in casa. Che dire quindi? Si tratta di uno strumento che aiuterà sicuramente tutti i più negati a gestire meglio qualsiasi pianta si trovi tra le vostre quattro mura. Personalmente non mi ha cambiato la vita, perché continuo a non provare alcun interesse nei confronti dei vegetali da appartamento (poi, si sa, io sono in continua #spendingreview e le piante costano), ma per chi è davvero negato e volesse provarci, è un aiuto davvero notevole.

BegonieFinal

(Ah, queste sono le begonie dopo più di un mese di utilizzo di Parrot Flower Power).

M-Review: Under the Skin

UnderTheSkin

Scarlett Johansson nuda. Basterebbero queste tre parole per convincere molti, soprattutto i fan della bellezza della fascinosa e sinuosa attrice americana, ad andare a vedere Under the Skin. E’ passato quasi un anno dalla sua premiere al Festival di Venezia e visto che la distribuzione italiana dorme (anche se mi giunge voce che BIM lo distribuirà a fine agosto), me lo sono recuperato in altro modo, da buon fan di Scarlett che si rispetti. Sarebbe molto ingeneroso nei confronti del regista Jonathan Glazer, che da buon clipparo ha sempre puntato tantissimo sulla forza visiva delle sue immagini, dire che la maggior attrazione del film sia quel paio di minuti di nudità celestiali. Under the Skin, tratto dall’omonimo romanzo di Michel Faber, è un lavoro per palati finissimi, un “character study” che ha pochi eguali negli ultimi anni e, soprattutto, un film che svela nuovi dettagli a ogni visione. Sono le immagini ad accompagnare lo spettatore nella storia di questa misteriosa creatura che, dopo aver spogliato un corpo di donna in un ambiente bianco e totalmente asettico, ne assume i panni e comincia a girare per la Scozia a bordo di un furgoncino dal quale ferma i passanti che poi seduce con il suo incredibile fascino. L’incontro con un giovane dall’aspetto mostruoso a causa di una grave malattia, la porteranno a riflettere su sé stessa e sulla sua condizione.

Il regista britannico sforna un film davvero unico, a metà tra la fantascienza e l’opera d’arte minimalista. Pochissimi dialoghi, ma immagini forti e ricche di significato, in un’ambientazione che riesce a intensificare il senso di solitudine provato dalla protagonista. Non sono chiare le motivazioni per cui seduca tutti questi uomini e nemmeno perché sia seguita da un uomo in motocicletta (l’ex-pilota di 500 e MotoGP Jeremy McWilliams), sempre col casco addosso. Le scene di seduzione sono davvero ipnotiche, grazie al fascino di Scarlett e all’inquietante colonna sonora di Mica Levi, che sembra provenire direttamente dagli anni ’50. La Johansson è l’unico volto noto presente nel film, che regge completamente sulle sue spalle: è una creatura che sembra sicura di sé, ma che rivela man mano le sue fragilità, per chiudere con un finale allo stesso tempo disperato e risolutivo. Come avrete capito, i due minuti in cui Scarlett Johansson si mostra come mamma l’ha fatta (tanti complimenti) sono solo la punta dell’iceberg di un film che ha tantissimo da offrire, ma che sicuramente è molto difficile e, va ribadito, non è per tutti. Se amate il buon cinema, Under the Skin non può mancare alla lista delle vostre visioni.

TV-Review: Constantine (Pilot)

Constantine

Nessun leak è casuale. Il fatto che il pilot di Constantine, nuova serie che la NBC manderà in onda a partire da ottobre, tratta da un fumetto di casa DC Comics, sia leakato esattamente una settimana dopo quello di The Flash, a me pare tutto tranne che un caso. Una scelta un po’ insolita per il network del pavone, al quale mancava una serie “di genere” da affiancare a Grimm (che personalmente ho sempre detestato) il venerdì sera nella prima parte di stagione, dopo la cancellazione del terribile Dracula, visto che la mid-season appartiene a quel capolavoro assoluto di Hannibal. Tutto comincia nella piovosa Inghilterra, paese di cui il buon John Constantine è originario: il mago si è fatto internare in manicomio per poter seguire il caso di Astra Logue, donna vittima di un esorcismo finito male che l’ha portata direttamente all’inferno. Gli eventi successivi lo porteranno al di là dell’oceano, dove avranno il via le sue avventure, tra angeli guardiani, assistenti che possono vedere i fantasmi e demoni sempre più insistenti.

Non ho mai letto il fumetto, ma ho apprezzato il film con Keanu Reeves del 2005, nonostante secondo i puristi si discostasse molto dalle caratteristiche originali dei personaggi (il fatto che Constantine fosse principalmente un mago e non un detective mi era sempre sfuggito). Uno dei punti di forza della serie, secondo i creatori, dovrebbe essere la fedeltà al fumetto, ma personalmente non lo ritengo né un plus né un punto debole, a me basta che tutto funzioni a dovere. Il problema è che in questo pilot di cose che funzionano ce ne sono proprio pochine: il gallese Matt Ryan, l’attore che interpreta il protagonista, è tutt’altro che carismatico, vuoi per limiti propri, vuoi per una sceneggiatura che non lo aiuta (e no, a me del fatto che Constantine fumi o non fumi interessa proprio poco, non è quello il problema). Neil Marshall, che per quanto riguarda la sua carriera televisiva ha probabilmente diretto i più spettacolari episodi di Game of Thrones, qui dà l’impressione di lavorare col freno a mano tirato. Certo, nonostante sia un pilot, il budget pare inferiore a quello di un normale episodio di GoT, cosa che si nota anche da effetti speciali non proprio esaltanti. Non ci sono guizzi, non ci sono momenti o scene che si ricordano, tutto veleggia nella mediocrità generale. Credo (e spero) che Constantine avrà vita breve, complice la collocazione nello slot della morte, quello del venerdì a tarda sera, che ha ucciso fior fior di serie TV in passato. Il creatore Daniel Cerrone e David S. Goyer (sì, proprio lui) hanno sbagliato tutto quel che si poteva sbagliare.

M-Review: Jersey Boys

JerseyBoys

Lo zio Clint che dirige un musical? Effettivamente è una cosa che non ci saremmo mai aspettati, anche se il fu ispettore Callaghan è pure uno stimato musicista che ha spesso collaborato alle colonne sonore dei propri film. Jersey Boys, tratto da un’opera teatrale che imperversa sui palcoscenici di Broadway e di molti paesi di lingua anglosassone dalla metà dello scorso decennio. Si tratta della storia vera, anche se un po’ romanzata, di un gruppo molto popolare negli USA, soprattutto negli anni ’60 e ’70, quello di Frankie Valli & The Four Seasons, ragazzi di umili origini di una cittadina del New Jersey, che grazie al talento del giovane Frankie (nato Francesco Castelluccio, di chiare origini italiane) e dell’autore e pianista Bob Gaudio, riuscirono ad affermarsi nelle radio e sui palcoscenici di tutti gli States, diventando delle vere e proprie superstar dell’epoca. Canzoni come Sherry, Big Girls Don’t Cry e Walk Like a Man (l’unica che conoscevo, perché usata in un film anni ’90 che adoro, 4 Fantasmi per un Sogno, con un giovanissimo Robert Downey, Jr.) portavano le giovani del tempo a livelli di isterismo raggiunti ai tempi soltanto dai Beatles e pochi altri.

Nonostante le origini italiane di tutti i componenti della band, i Four Seasons, fortemente radicati nella cultura americana (a inizio anni ’90 sono anche entrati nella Rock & Roll Hall of Fame) sono un gruppo praticamente sconosciuto dalle nostre parti. Va da sé che il coinvolgimento nella storia raccontata dal film sia decisamente minore di quello che possono provare al di là dell’oceano. Jersey Boys è un musical realizzato con competenza, in cui la musica è parte integrante della storia, ma allo stesso tempo lascia la possibilità al cast di recitare e dimostrare il proprio valore anche al di fuori delle parti cantate. Composto quasi esclusivamente da attori sconosciuti dal forte background teatrale (l’unico volto noto e realmente cinematografico è quello di Christopher Walken), molti dei quali riprendono il ruolo interpretato nella piece teatrale, il cast sembra andare avanti praticamente col pilota automatico, compensando le mancanze della regia di Clint Eastwood, stranamente anonima, senza particolari virtuosismi o idee (se non nel finale), ma totalmente al servizio della storia. Ed è proprio questo il maggior problema di Jersey Boys, quello di non avere nulla per riuscire a coinvolgere quella parte di pubblico che non conosce i Four Seasons e che quindi avrà il minimo interesse ad andarlo a vedere. Non è un brutto film, la sufficienza piena la raggiunge, ma gli manca quel “quid” che i film di Eastwood spesso hanno e qui proprio non c’è.

TV-Review: The Flash (Pilot)

TheFlash

Se c’è una cosa che mi manda in brodo di giuggiole più della visione di un film in anteprima è poter vedere il pilot di una serie TV mesi prima che vada in onda. Ricordo ancora la meravigliosa estate 2004, quando una valanga di pilot (tra cui Lost, Desperate Housewives e tanta bella roba, sia di serie poi trasmesse che non) furono diffusi in rete almeno un paio di mesi in anticipo rispetto alla messa in onda ufficiale. Anche nel 2005 ci furono parecchi leak, poi negli anni a venire, forse per evitare un eccessivo “bad buzz” per certe serie, a parte rarissimi casi, la diffusione avveniva al massimo con 7/10 giorni di anticipo. Inutile dire che l’improvvisa comparsa in rete del pilot di The Flash, in onda da settembre su The CW è stata un fulmine a ciel sereno e una visione pressoché istantanea per il sottoscritto. Nonostante il personaggio sia stato lanciato con la sua apparizione nell’ultima stagione di Arrow, il pilot narra la origin story della tutina rossa più veloce dell’universo, dal misterioso omicidio della madre per cui viene ingiustamente incolpato il padre (John Wesley Shipp, il Flash della serie di inizio anni ’90) all’esplosione in laboratorio che trasforma il giovane Barry Allen nel supereroe che tutti conosciamo.

I 43 minuti del pilot, che andrà ufficialmente in onda negli USA il prossimo 7 ottobre, sono pieni zeppi di eventi e di accadimenti. Il ritmo è elevatissimo, succedono un sacco di cose, ma l’unico personaggio che viene approfondito è proprio quello del protagonista. Abbiamo modo di conoscere anche tutti i personaggi di contorno, dal detective Joe West e la figlia Iris, padre putativo e sorella acquisita di Barry (nonostante lui ne sia innamorato), lo strano scienziato Harrison Wells, paralizzato dopo l’incidente in laboratorio e la giovane Caitlin Snow, assistente di Wells, che ha perso il fidanzato proprio a causa dell’incidente. Il format è quello del villain della settimana, tipico di tutte le serie supereroistiche, anche se la risoluzione dell’omicidio della madre dovrebbe essere la backstory che accompagnerà la prima stagione e forse anche qualcosa in più. Grant Gustin ha il physique du role per essere un ottimo Barry Allen, mentre il più interessante tra gli altri attori del cast è senza dubbio Tom Cavanagh (ve la ricordate la serie “Ed“?), scienziato pazzo che a naso diventerà il villain principale della serie. Il pilot è di ottima fattura, diretto dall’esperto David Nutter, già dietro la macchina da presa delle puntate iniziali sia di Smallville che di Arrow. Il tono generale della serie sembra infatti più dalle parti del primo che del secondo, tendente allo scanzonato andante che non al dark a cui Oliver Queen ci aveva abituati. Scelta comprensibile, visto che avere due show identici in palinsesto non gioverebbe sicuramente a The CW, ma che unita al suo essere pseudo-procedurale me lo rende parecchio indigesto. Il pilot è oggettivamente molto bello e se vi piace il genere, sono sicuro che la serie vi soddisferà moltissimo, ma personalmente ho altri gusti (ammetto che seguo Agents of S.H.I.E.L.D. solo perché è collegato al Marvel Cinematographic Universe, altrimenti probabilmente mi eviterei anche quello per la sua intrinseca proceduralità). Non so se The Flash avrà la capacità di durare 10 stagioni come Smallville, ma sicuramente vi intratterrà e divertirà per molto tempo.

M-Review: Blended: Insieme per Forza

Blended

Ho da sempre grandissime difficoltà a individuare il target delle commedie romantiche che hanno Adam Sandler come protagonista. Nonostante la critica lo detesti, l’ex-comico del Saturday Night Live non delude quasi mai al box-office. Personalmente lo apprezzo quando si dedica alla demenzialità pura (Little Nicky è un mio piccolo cult movie) o quando mostra di essere un vero attore (come in Ubriaco d’Amore o in Reign Over Me), mentre non lo digerisco nei ruoli romantici e nei film per famiglie, come i due Un Weekend da Bamboccioni. Blended, in italiano Insieme per Forza (da non confondersi col film con Michael J. Fox e James Woods di un paio di decenni fa), riunisce la coppia Sandler/Drew Barrymore a un po’ di anni da 50 Volte il Primo Bacio: questa volta tutto comincia con un appuntamento al buio tra i due, entrambi genitori separati, finito male, ma che sarà il preludio a un viaggio in un resort in Sudafrica con le loro famiglie, all’insaputa l’uno dell’altra, che finirà inevitabilmente come Hollywood ci ha insegnato.

Diretto da Frank Coraci, collaboratore abituale di Sandler, Insieme per Forza è di una piattezza estrema, prevedibile oltre ogni limite e in alcune situazioni molto meno sopportabile degli altri lavori del genere a cui ha partecipato l’attore americano. Oltre a lui e alla Barrymore nel cast, inevitabilmente, ci sono alcuni dei suoi “amici” come Kevin Nealon e due novità come la giovane disneyana Bella Thorne (#CBCR) e il massiccio Terry Crews, senza dubbio le cose migliori della pellicola. Nel piattume si distinguono un paio di idee carine, una delle quali è già stata rivelata dal trailer, ma che comprensibilmente sono davvero troppo poco per riuscire a rendere il film anche solo passabile. Si salva anche la colonna sonora, che contiene versioni rifatte di alcuni grandi successi del passato, che vengono presentate in maniera realmente divertente (non posso dire altro). Nel complesso, però, rimane davvero poco e non mi sento nemmeno di consigliarlo come film da andare a vedere assieme alla ragazza. Pollice verso.

The Cooking Games: il mio nuovo foodblog

thecookingames.com

Arriva l’estate e arriva anche un nuovo foodblog in rete. Era da tempo che pensavo che sarebbe stato il caso di scorporare le ricette da questo blog, visto che non c’entrano una mazza con tutto il resto e, alla fine, l’ho fatto.

Certo, il dominio era stato comprato più di un anno fa e per tutta una serie di motivi (leggasi: avevo poca voglia) era rimasto parcheggiato in attesa di tempi migliori.

Finalmente, quindi, The Cooking Games ha aperto. Potete accedervi sia dall’indirizzo “ufficiale” http://www.thecookingames.com che da quello “secondario” http://www.giochiincucina.com.

Siccome sono state tutte spostate di là, le vecchie ricette saranno man mano rimosse da questo blog, per evitare problemi di contenuti duplicati ed essere penalizzati in fase di ricerca da Google e affini.

Quindi, buon appetito e buona lettura! :)

M-Review: Maleficent

Maleficent

Per la Disney, quello delle favole live-action è l’ennesimo filone d’oro. L’immeritato successo planetario di Alice, diretto da un irriconoscibile Tim Burton e i buoni risultati del Grande e Potente Oz targato Raimi, hanno convinto la House of Mouse a rivisitare La Bella Addormentata nel Bosco, raccontando la popolare favola dagli occhi del suo villain. Scopriamo così che è stato un amore finito male, quello per il Re Stefano, a trasformare Malefica, la fata più potente della brughiera nella cattiva che tutti conosciamo, la responsabile dell’incantesimo che farà cadere la giovane principessa Aurora, al compimento del 16° anno di età, in un sonno simile alla morte. Senza svelare troppi dettagli, è questo l’antefatto alla base dei 100 minuti di Maleficent, che mantiene alcuni degli elementi più noti della fiaba, ma ne modifica altri, spesso piuttosto significativi. Una Angelina Jolie magnetica come in poche altre occasioni, sembra davvero nata per interpretare questo ruolo ed è forse una delle poche attrici a essere in grado di gestire il modo in cui il personaggio evolve nella storia.

La Jolie è, però, anche una delle poche cose positive del film, ancora più disastroso, se vogliamo dirla tutta, rispetto alle precedenti esperienze favolistiche di casa Disney. La scelta di affidare la regia al debuttante Robert Stromberg, esperto scenografo, ha pagato molto dal punto di vista delle ambientazioni e della direzione artistica, ma per il resto non convince molto. Anche la sceneggiatura, decisamente didascalica e piuttosto discutibile in alcuni passaggi, non gli dà una grossa mano. Il problema maggiore è che quelli che dovrebbero essere momenti di pathos, quelli più significativi della trama, vengono trattati con freddezza, mentre i colpi di scena sono telefonatissimi. Magari le intenzioni erano buone, ma questo non traspare affatto dalla messa in scena. Anche il cast, a parte la Jolie e Sam Riley, corvo trasformato in uomo e schiavo di Malefica, a cui però non viene dato molto spazio, non è proprio al meglio. Elle Fanning sembra perennemente fatta, Sharlto Copley è in modalità standard “cattivo” sin dal primo istante e le tre fatine (tra cui la mia amata Juno Temple), sia quando sono CG che live action sono a dir poco insopportabili. A quanto pare, però, il pubblico sta apprezzando molto Maleficent, che si preannuncia come uno dei maggiori successi dell’estate e come il miglior incasso di sempre per la Jolie. Come avrete capito, non ho assolutamente apprezzato il film: l’idea di base era buona, la tecnica è ovviamente sopraffina, ma l’esecuzione è davvero mediocre. Per me, è un no.