M-Review: Dawn of the Planet of the Apes (Apes Revolution: Il Pianeta delle Scimmie)

DawnApes

Rise of the Planet of the Apes è stato la sorpresa cinematografica dell’estate 2011. Nessuno avrebbe scommesso mezzo cent su questo reboot, soprattutto dopo il disastroso remake targato Tim Burton, ma la trasformazione del tutto in una origin story e lo spostamento del focus dagli umani alle scimmie hanno reso il film un ottimo nuovo inizio per questa saga. Dawn of the Planet of the Apes si svolge dieci anni dopo le vicende narrate nel primo episodio: il virus che ha reso intelligenti i primati ha decimato la razza umana e i pochi sopravvissuti di San Francisco decidono di provare a trattare con Caesar e il resto delle scimmie, che vivono in pace e tranquillità all’interno della foresta, per accedere a una diga che potrebbe fornire loro nuovamente energia. Non sto a dirvi come procedono le cose perché ci arrivate benissimo da soli (nel caso non troviate la soluzione, magari guardate pure il trailer qua sotto).

Dawn of the Planet of the Apes (mi rifiuto di usare il titolo italiano) ci dimostra che le tecnologie di performance capture sono giunte a livelli impensabili solo 3 anni fa e che le scimmie sono molto più realistiche di qualsiasi attore truccato o animatronico. Il lavoro di Andy Serkis, Toby Kebbell (futuro Doctor Doom dei nuovi Fantastici 4 e qui nei panni del vero villain, il cattivissimo Koba) e degli altri performer è davvero eccellente e continuo a chiedermi perché non si voglia finalmente candidarli a qualche premio importante. Il film scorre via che è un piacere, è ben recitato e, come già detto, eccelle soprattutto dal punto di vista tecnico. Si potrebbe dire che l’unico suo problema è proprio la presenza degli umani: in questo caso sono personaggi davvero inutili, che si comportano quasi sempre in modo stupido e non fanno praticamente nulla per opporsi alle scimmie, se non cose ancora più stupide. Il finale è praticamente un’introduzione a quello che vedremo nell’ovvio terzo episodio (confermato dal gran successo ai botteghini di tutto il mondo) e la speranza è che si arrivi presto a un film in cui non compaia nessun umano. Si potrebbe essere d’accordo con Koba, qui sono gli umani i veri nemici.

TV-Review: Outlander/Matador

Outlander

Mentre in estate dalle nostre parti, in ambito televisivo, tutto tende a fermarsi, negli USA questa stagione sta diventando ricca quasi quanto quella invernale. Bisognerebbe dire grazie ai canali via cavo, che propongono nuovi prodotti attesi e pregiati, in contrapposizione ai network generalisti, la cui programmazione “originale” è invece composta, durante la stagione estiva, da scarti e novità low-cost.

Outlander è la nuova proposta di casa Starz, il network di Spartacus e del recente Black Sails, che si è affidato ai servigi di Ron Moore (Battlestar Galactica, Helix) per la trasposizione dei celebri romanzi della scrittrice Diana Gabardon, di gran successo in tutto il mondo. Claire Randall è un’infermiera sopravvissuta alla seconda guerra mondiale, che durante un giro tra le lande scozzesi col fidanzato, dopo essersi addormentata su una roccia, si ritrova catapultata ben 200 anni prima, in un luogo e in un periodo storico che non le appartengono. La premessa è pura sci-fi, ma la serie sta a metà tra il drammone romantico e l’avventura, anche se nel pilot prevale l’elemento “melò” rispetto a quello action. Per quanto questo primo episodio non mi abbia entusiasmato, forse perché mi attendevo qualcosa di diverso, non si può negare che, oggettivamente, si tratti di una produzione di altissimo livello, ottimamente recitata (l’ex-modella Caitriona Balfe, oltre che avere un fisico da paura, è pure bravissima) forse addirittura superiore a tutto quello che Starz ha realizzato da quando si è messa a produrre serie TV. Personalmente non lo seguirò (magari proverò a recuperarne qualche episodio più avanti), ma consiglio a chi ama il genere di guardarselo, perché non se ne pentirà affatto.

Matador

Matador è invece la seconda produzione originale di El Rey Network, il canale televisivo via cavo messo in piedi nei primi mesi del 2014 da Robert Rodriguez, il regista di film come Desperado, Spy Kids, Sin City e tanti altri. Dopo la serie tratta da Dal Tramonto all’Alba, che personalmente ho molto gradito (recuperatela, è una serie di cui purtroppo si è parlato davvero poco), è venuto il momento di questo Matador, il cui protagonista è un agente segreto che, per indagare su loschi traffici, deve entrare in una squadra di calcio e giocare da professionista. Creata da Roberto Orci, futuro regista di Star Trek 3 e sceneggiatore di film come The Amazing Spider-Man 2 e The Island, oltre che di una serie come Alias (l’ispirazione è piuttosto chiara), è stata lanciata subito dopo i mondiali. Con un concept del genere la cagatona era dietro l’angolo, ma grazie a una regia attenta (il pilot è diretto proprio da Rodriguez), una trama che scorre e personaggi simpatici, Matador si configura come piacevole divertissement estivo senza pretese. Dal mio punto di vista, assolutamente consigliato.

M-Review: Transformers 4: L’Era dell’Estinzione

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Michael Bay, lo sai che ti adoro. Lo sai che ho visto The Rock più di 90 volte (anche se non è il mio film preferito), che Armageddon e Bad Boys II li vedo quando sono giù di morale e ho bisogno di divertirmi e che trovo sia The Island che Pain & Gain dei film tremendamente sottovalutati. Se c’è una cosa che non ti ho mai perdonato, oltre a Pearl Harbor, c’è tutta la prima trilogia dei Transformers. Va bene gli incassi, va bene i soldi facili, ma stare dietro a questi robottoni non ti è mai stato congeniale. Certo, il tuo stile si vede tutto, ma le sceneggiature non ti permettono di mostrare davvero quello che sai fare quando dietro c’è una scrittura degna di tale nome (certo, è anche colpa tua che non fai molto per opporti). Speravamo che, come avevi dichiarato, mollassi questa saga, ma invece sei tornato per acclamazione popolare a dirigere Transformers 4: L’Era dell’Estinzione. Questa volta ci sono un inventore (Mark Wahlberg, LOL) con figlia 17enne a carico (la gnocchissima e 19enne Nicola Peltz), un cacciatore di taglie alieno e un uomo d’affari che ha scoperto il Transformium, la molecola alla base delle trasformazioni ma non si capisce da che parte sta.

Ah, poi ovviamente ci sono tutti gli Autobot, qualche traccia di Decepticon e pure i Dinobot (anche se solo per due minuti alla fine), oltre a un sacco di personaggi inutili. Perché senza questi ultimi sarebbe impossibile riuscire ad allungare il brodo per ben 2 ore e 45 di nulla, in cui Bay salta di palo in frasca fregandosene totalmente di buchi di sceneggiatura così grandi da farci passare Optimus Prime in tutta tranquillità. Certo, ci sono le trasformazioni, le esplosioni, i soliti dialoghi perfetti per un bimbo di 10 anni e le classiche inquadrature altezza lato B del regista americano (solo che la Peltz è molto più giovane di tutte le sue omologhe del passato). Ma si respira pure un senso di noia e di “ma quando finisce sta roba?” e pure gli effetti speciali non sono così impeccabili come sempre. A essere onesti bisognerebbe pure dire che Bay muove la camera con molta più calma rispetto al solito, probabilmente a causa delle cineprese IMAX che lo limitano fortunatamente nel movimento e che Stanley Tucci è l’unico attore che non ne esce con le ossa rotte (ma questa è un po’ una costante di tutti i Transformers, in cui di solito a salvarsi sono solo i veri attori). Il punto è che Transformers 4, nonostante gli incassi abbiano sfracellato i record dei precedenti un po’ in tutto il mondo, Cina in primis, è davvero una cagata pazzesca. Se i primi tre film avevano qualche elemento di redenzione, qui invece siamo davvero al disastro più totale. Nota di merito finale per il cinema UCI Romagna di Savignano, che l’ha proiettato in lingua originale in una delle sue sale per un intero weekend di fine luglio. Vuoi per il periodo vacanziero, vuoi perché c’era bel tempo, ero da solo in sala. Speriamo che i risultati scoraggianti non li facciano demordere e comincino a proporre proiezioni di questo tipo anche in altri momenti dell’anno.

M-Review: The Expendables 3

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In questa pseudo-estate 2014 i leak sono tornati all’ordine del giorno: dopo la comparsa dei pilot di Flash e Constantine (ancora più interessante, in questo caso, visto che ci sono dei recasting in corso), è stata la volta di una cosa dal profilo leggermente superiore. Nel momento in cui una copia completa di The Expendables 3 fa la sua comparsa in rete, a tre settimane dall’uscita prevista nei cinema americani per il 15 agosto, è ovvio che centinaia di migliaia di persone si lanceranno a scaricarla. Checché né dicano i più, a mio avviso si tratta comunque di una versione ancora non definitiva, visto che il mix audio è decisamente sbilanciato (il volume delle canzoni, per esempio, è troppo alto) e gli effetti speciali su alcune scene sono “unpolished“, ma il film c’è tutto. Nel momento in cui sto scrivendo non sono ancora state chiarite le motivazioni di questo leak, ma se l’obiettivo era promozionale, beh, direi che hanno fatto centro. Senza rivelare troppi dettagli sulla trama, si può dire che questa volta il buon vecchio Barney Ross deve affrontare Conrad Stonebanks, co-fondatore degli Expendables che, dopo aver ridotto in fin di vita uno dei membri storici del gruppo, vorrebbe eliminare tutti gli altri.

Dopo un primo episodio che, pur non essendo eccezionale, sfruttava l’effetto novità dovuto al cast stellare e un secondo film decisamente interlocutorio, questa volta Sly ce l’ha fatta. Non so se dare il merito alla regia dell’australiano Patrick Hughes (che avrà prossimamente il difficilissimo compito di dirigere il remake hollywoodiano di The Raid), a una sceneggiatura più sceneggiatura del solito o al fatto che ogni membro del cast sia finalmente al suo posto. La realtà è che The Expendables 3 è il film che i primi due avrebbero dovuto essere: si comincia e si finisce col botto, i volti che abbiamo imparato a conoscere si fanno da parte e lasciano spazio a facce nuove (veterane e non), c’è un Mel Gibson all’apice della forma che dà vita a un vero villain e c’è una trama che si possa definir tale. Aggiungiamoci un Harrison Ford che inizia da Jack Ryan e finisce da Han Solo e un Antonio Banderas gigionissimo che sembra El Mariachi venti anni dopo (ma non dimentichiamoci nemmeno di Wesley Snipes) e potete capire quanto le cose questa volta girino per il verso giusto. Certo, qualcosa che non va continua a esserci, dall’inutile cameo di Jet Li (graditissimo invece quello di Robert Davi, altra leggenda dell’action) alla prestazione sotto tono del vecchio Schwarzy, che va in loop e ripete “Get to the CHOPPA!” per ben due volte, ma gli elementi positivi surclassano di gran lunga quelli negativi. Inutile dire che sarò al cinema quando The Expendables 3 uscirà ufficialmente anche nelle nostre sale, cioè il 4 settembre. Se siete amanti dell’action, questa volta andate a colpo sicuro.

M-Review: Un Milione di Modi per Morire nel West

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Gli ultimi 12 mesi non sono stati affatto facili per Seth MacFarlane. Quando vieni da un successo mondiale come quello di Ted e le tue serie TV come I Griffin funzionano alla perfezione, proporre cose nuove è sempre rischioso, perché ci sono aspettative molto elevate. Che le cose buttassero male lo si era capito dalla qualità e dalla conseguente cancellazione di Dads, terribile sit-com andata in onda negli USA su Fox, che è stata una delle prime vittime della scorsa stagione TV. Dalle premesse e dai trailer, Un Milione di Modi per Morire nel West sembrava essere il degno erede del mitico Mezzogiorno e Mezzo di Fuoco targato Mel Brooks, ovvero un’esilarante commedia ambientata nel west caratterizzata dallo stile sopra le righe di MacFarlane. La storia è quella di un fattore che, dopo essersi tirato indietro da un duello, viene mollato dalla fidanzata. Con l’aiuto di una misteriosa e affascinante sconosciuta, moglie in fuga di un incallito criminale, con cui scatterà l’inevitabile scintilla, egli riuscirà a dimostrare quanto vale.

Premesse perfette, ma il risultato finale è purtroppo tutt’altro che esaltante. Il grosso problema del film è che non si capisce dove vuole andare a parare: si ride di tanto in tanto, ci sono battute eccessive (quasi tutte pronunciate dalla prostituta interpretata da Sarah Silverman) ma che dopo un po’ stancano, ma per il resto si segue semplicemente l’evoluzione della storia. Ed è davvero un peccato, perché con il cast che MacFarlane si era portato a dietro, dalle bellissime Charlize Theron e Amanda Seyfried, a un inedito Liam Neeson cattivo e a un gruppo di caratteristi tra cui svettano Giovanni Ribisi, Neil Patrick Harris e la stessa Sarah Silverman, c’erano tutti gli ingredienti per creare qualcosa di esplosivo. Ci sono tanti cameo simpatici, tecnicamente è tutto eccellente e il film è piacevole nel complesso, ma gli mancano tutti quegli elementi che avevano reso Ted un capolavoro di comicità. Gli incassi non l’hanno premiato e il motivo è piuttosto chiaro. Come detto, Un Milione di Modi per Morire nel West non è da buttare via, ma allo stesso tempo non è nemmeno un film che valga la pena di vedere in sala.

M-Review: Sabotage

Sabotage

Da quando è tornato alla recitazione dopo il suo periodo da Governatore della California, il buon Schwarzy ha inanellato un flop dietro l’altro. Il punto è che questo non è avvenuto con film brutti, ma con degli action degni di tale nome (come The Last Stand o Escape Plan), che gli amanti del genere hanno apprezzato, ma che il grande pubblico ha invece evitato. Sì, a quanto pare il tipo di spettatori che va al cinema di questi tempi è cambiato tantissimo dagli anni ’80 e ’90 e certi action movie duri e puri, con budget moderati, senza troppi effetti speciali, hanno molte più chance di spuntarla sul mercato casalingo. In Sabotage, l’ex-Terminator è a capo di un team della DEA specializzato nella lotta ai trafficanti di droga. Spariscono 10 milioni di dollari, l’intero squadrone viene sospeso per qualche tempo per poi tornare in attività ma a un certo punto, i suoi membri cominciano a morire uno a uno, in modi piuttosto macabri.

Arnold ne è il protagonista indiscusso, affiancato da parecchi volti noti televisivi come Joe Manganiello (True Blood), Josh Holloway (Lost), Mireille Enos (The Killing), Harold Perrineau (Lost) e Max Martini (Revenge), oltre a Terrence Howard (Iron Man), Olivia Williams (Il Sesto Senso) e un irriconoscibile Sam Worthington (Avatar). Il regista David Ayer ha invece tirato fuori alcuni dei polizieschi più interessanti e senza fronzoli degli ultimi anni, come End of Watch e Street Kings. Per sua fortuna, Sabotage prova a essere qualcosa di più di un semplice action movie. Certo, la base è quella, poi ci sono echi di Predator, per quanto il nemico sia qualcosa di concreto e non qualche creatura fantascientifica, mischiati a una struttura alla Dieci Piccoli Indiani. Ma è proprio questa sovrastruttura thriller a causare i maggiori problemi al film: ci sono troppi buchi di sceneggiatura, troppe cose inspiegate, che distolgono l’attenzione da quelli che sono i punti di forza. Il cast è davvero solido e ben affiatato, con interpretazioni molto valide (Worthington ed Enos in particolare), Ayer mostra una mano molto sicura nelle sequenze d’azione, sangue e sbudellamenti non ci vengono risparmiati, ma il WTF vige sovrano appena la trama cerca di mettersi in moto, con un finale che tocca vette di implausibilità piuttosto elevate. Da noi, Sabotage uscirà in home video il 17 settembre, saltando direttamente i cinema, visto il flop detonante scontato al botteghino americano. La visione casalinga ci sta tutta, ma sappiate che si tratta di un film abbastanza mediocre, nel complesso.

#ParrotFlowerPower: il pollice verde tecnologico

Parrot

Il bello della tecnologia è che ci viene soprattutto d’aiuto in quelle cose in cui abbiamo un sacco di difficoltà. Io con le piante non ci ho mai saputo fare, per dire. Diciamo che non mi sono mai interessate più di tanto e, di conseguenza, quelle poche volte in cui ho dovuto star dietro alle piante di casa, ho sempre abbastanza fallito: non so valutare se c’è abbastanza acqua, non so valutare se l’illuminazione che ricevono è corretta e via dicendo. Sì, è un argomento di cui non so proprio una beneamata ceppa (ma d’altronde, mica si può essere tuttologi, no?).

Pianta

Per noi negati nel rapporto con le piante è arrivata in aiuto la tecnologia,  rappresentata in questo caso da Parrot Flower Power. Di che si tratta? Di un sensore wireless (che sembra una fionda senza elastico), che va inserito nella terra della vostra pianticella e grazie al quale, tramite un’applicazione mobile disponibile al momento solo su iOS, potrete ricevere una serie di informazioni utili, che vanno dalla valutazione della quantità d’acqua presente a quella del fertilizzante, dal grado di insolazione alla temperatura.

Globale

Ho ricevuto, assieme al prodotto da testare, una piccola begonia che dopo più di un mese di utilizzo è ancora viva, magari non completamente in salute come all’inizio, ma decisamente in forma. Mi è stato sufficiente aprire l’applicazione regolarmente (ammetto di averlo fatto soltanto nei weekend, cioè quando sono a casa in Romagna, dove ho messo la pianta), ma i vari indicatori mi hanno permesso di tenere sotto controllo tutte quelle cose che, se lasciate al caso, l’avrebbero fatta morire in una settimana o giù di lì.

Menu

La app vi permette di tenere monitorata più di una pianta: per ricevere i dati vi basterà spostare il Parrot Flower Power da un vegetale all’altro e, così, riuscirete ad avere una panoramica di tutte le piante che avete in casa. Che dire quindi? Si tratta di uno strumento che aiuterà sicuramente tutti i più negati a gestire meglio qualsiasi pianta si trovi tra le vostre quattro mura. Personalmente non mi ha cambiato la vita, perché continuo a non provare alcun interesse nei confronti dei vegetali da appartamento (poi, si sa, io sono in continua #spendingreview e le piante costano), ma per chi è davvero negato e volesse provarci, è un aiuto davvero notevole.

BegonieFinal

(Ah, queste sono le begonie dopo più di un mese di utilizzo di Parrot Flower Power).

M-Review: Under the Skin

UnderTheSkin

Scarlett Johansson nuda. Basterebbero queste tre parole per convincere molti, soprattutto i fan della bellezza della fascinosa e sinuosa attrice americana, ad andare a vedere Under the Skin. E’ passato quasi un anno dalla sua premiere al Festival di Venezia e visto che la distribuzione italiana dorme (anche se mi giunge voce che BIM lo distribuirà a fine agosto), me lo sono recuperato in altro modo, da buon fan di Scarlett che si rispetti. Sarebbe molto ingeneroso nei confronti del regista Jonathan Glazer, che da buon clipparo ha sempre puntato tantissimo sulla forza visiva delle sue immagini, dire che la maggior attrazione del film sia quel paio di minuti di nudità celestiali. Under the Skin, tratto dall’omonimo romanzo di Michel Faber, è un lavoro per palati finissimi, un “character study” che ha pochi eguali negli ultimi anni e, soprattutto, un film che svela nuovi dettagli a ogni visione. Sono le immagini ad accompagnare lo spettatore nella storia di questa misteriosa creatura che, dopo aver spogliato un corpo di donna in un ambiente bianco e totalmente asettico, ne assume i panni e comincia a girare per la Scozia a bordo di un furgoncino dal quale ferma i passanti che poi seduce con il suo incredibile fascino. L’incontro con un giovane dall’aspetto mostruoso a causa di una grave malattia, la porteranno a riflettere su sé stessa e sulla sua condizione.

Il regista britannico sforna un film davvero unico, a metà tra la fantascienza e l’opera d’arte minimalista. Pochissimi dialoghi, ma immagini forti e ricche di significato, in un’ambientazione che riesce a intensificare il senso di solitudine provato dalla protagonista. Non sono chiare le motivazioni per cui seduca tutti questi uomini e nemmeno perché sia seguita da un uomo in motocicletta (l’ex-pilota di 500 e MotoGP Jeremy McWilliams), sempre col casco addosso. Le scene di seduzione sono davvero ipnotiche, grazie al fascino di Scarlett e all’inquietante colonna sonora di Mica Levi, che sembra provenire direttamente dagli anni ’50. La Johansson è l’unico volto noto presente nel film, che regge completamente sulle sue spalle: è una creatura che sembra sicura di sé, ma che rivela man mano le sue fragilità, per chiudere con un finale allo stesso tempo disperato e risolutivo. Come avrete capito, i due minuti in cui Scarlett Johansson si mostra come mamma l’ha fatta (tanti complimenti) sono solo la punta dell’iceberg di un film che ha tantissimo da offrire, ma che sicuramente è molto difficile e, va ribadito, non è per tutti. Se amate il buon cinema, Under the Skin non può mancare alla lista delle vostre visioni.

TV-Review: Constantine (Pilot)

Constantine

Nessun leak è casuale. Il fatto che il pilot di Constantine, nuova serie che la NBC manderà in onda a partire da ottobre, tratta da un fumetto di casa DC Comics, sia leakato esattamente una settimana dopo quello di The Flash, a me pare tutto tranne che un caso. Una scelta un po’ insolita per il network del pavone, al quale mancava una serie “di genere” da affiancare a Grimm (che personalmente ho sempre detestato) il venerdì sera nella prima parte di stagione, dopo la cancellazione del terribile Dracula, visto che la mid-season appartiene a quel capolavoro assoluto di Hannibal. Tutto comincia nella piovosa Inghilterra, paese di cui il buon John Constantine è originario: il mago si è fatto internare in manicomio per poter seguire il caso di Astra Logue, donna vittima di un esorcismo finito male che l’ha portata direttamente all’inferno. Gli eventi successivi lo porteranno al di là dell’oceano, dove avranno il via le sue avventure, tra angeli guardiani, assistenti che possono vedere i fantasmi e demoni sempre più insistenti.

Non ho mai letto il fumetto, ma ho apprezzato il film con Keanu Reeves del 2005, nonostante secondo i puristi si discostasse molto dalle caratteristiche originali dei personaggi (il fatto che Constantine fosse principalmente un mago e non un detective mi era sempre sfuggito). Uno dei punti di forza della serie, secondo i creatori, dovrebbe essere la fedeltà al fumetto, ma personalmente non lo ritengo né un plus né un punto debole, a me basta che tutto funzioni a dovere. Il problema è che in questo pilot di cose che funzionano ce ne sono proprio pochine: il gallese Matt Ryan, l’attore che interpreta il protagonista, è tutt’altro che carismatico, vuoi per limiti propri, vuoi per una sceneggiatura che non lo aiuta (e no, a me del fatto che Constantine fumi o non fumi interessa proprio poco, non è quello il problema). Neil Marshall, che per quanto riguarda la sua carriera televisiva ha probabilmente diretto i più spettacolari episodi di Game of Thrones, qui dà l’impressione di lavorare col freno a mano tirato. Certo, nonostante sia un pilot, il budget pare inferiore a quello di un normale episodio di GoT, cosa che si nota anche da effetti speciali non proprio esaltanti. Non ci sono guizzi, non ci sono momenti o scene che si ricordano, tutto veleggia nella mediocrità generale. Credo (e spero) che Constantine avrà vita breve, complice la collocazione nello slot della morte, quello del venerdì a tarda sera, che ha ucciso fior fior di serie TV in passato. Il creatore Daniel Cerrone e David S. Goyer (sì, proprio lui) hanno sbagliato tutto quel che si poteva sbagliare.

M-Review: Jersey Boys

JerseyBoys

Lo zio Clint che dirige un musical? Effettivamente è una cosa che non ci saremmo mai aspettati, anche se il fu ispettore Callaghan è pure uno stimato musicista che ha spesso collaborato alle colonne sonore dei propri film. Jersey Boys, tratto da un’opera teatrale che imperversa sui palcoscenici di Broadway e di molti paesi di lingua anglosassone dalla metà dello scorso decennio. Si tratta della storia vera, anche se un po’ romanzata, di un gruppo molto popolare negli USA, soprattutto negli anni ’60 e ’70, quello di Frankie Valli & The Four Seasons, ragazzi di umili origini di una cittadina del New Jersey, che grazie al talento del giovane Frankie (nato Francesco Castelluccio, di chiare origini italiane) e dell’autore e pianista Bob Gaudio, riuscirono ad affermarsi nelle radio e sui palcoscenici di tutti gli States, diventando delle vere e proprie superstar dell’epoca. Canzoni come Sherry, Big Girls Don’t Cry e Walk Like a Man (l’unica che conoscevo, perché usata in un film anni ’90 che adoro, 4 Fantasmi per un Sogno, con un giovanissimo Robert Downey, Jr.) portavano le giovani del tempo a livelli di isterismo raggiunti ai tempi soltanto dai Beatles e pochi altri.

Nonostante le origini italiane di tutti i componenti della band, i Four Seasons, fortemente radicati nella cultura americana (a inizio anni ’90 sono anche entrati nella Rock & Roll Hall of Fame) sono un gruppo praticamente sconosciuto dalle nostre parti. Va da sé che il coinvolgimento nella storia raccontata dal film sia decisamente minore di quello che possono provare al di là dell’oceano. Jersey Boys è un musical realizzato con competenza, in cui la musica è parte integrante della storia, ma allo stesso tempo lascia la possibilità al cast di recitare e dimostrare il proprio valore anche al di fuori delle parti cantate. Composto quasi esclusivamente da attori sconosciuti dal forte background teatrale (l’unico volto noto e realmente cinematografico è quello di Christopher Walken), molti dei quali riprendono il ruolo interpretato nella piece teatrale, il cast sembra andare avanti praticamente col pilota automatico, compensando le mancanze della regia di Clint Eastwood, stranamente anonima, senza particolari virtuosismi o idee (se non nel finale), ma totalmente al servizio della storia. Ed è proprio questo il maggior problema di Jersey Boys, quello di non avere nulla per riuscire a coinvolgere quella parte di pubblico che non conosce i Four Seasons e che quindi avrà il minimo interesse ad andarlo a vedere. Non è un brutto film, la sufficienza piena la raggiunge, ma gli manca quel “quid” che i film di Eastwood spesso hanno e qui proprio non c’è.