M-Review: American Sniper

AmericanSniper

Arrivato alla veneranda età di quasi 85 anni, il signor Clint Eastwood ha una prolificità dietro la macchina da presa che molti registi decisamente più giovani di lui gli invidiano. La scorsa estate era uscito il discutibile Jersey Boys e adesso, pochi mesi dopo, è arrivato in sala American Sniper. Il film è tratto dalla vera storia di Chris Kyle, ragazzone texano arruolatosi nell’esercito in tarda età e capace, nei pochi anni di attività durante la guerra in Iraq post-11 settembre, di uccidere più di 160 persone, tanto da essere soprannominato “Leggenda“. Bradley Cooper ha fortemente voluto interpretare questo ruolo e si è letteramente trasformato in Chris Kyle, mettendo su una ventina di Kg e parlando con un pesantissimo e strasicatissimo accento texano che lo rende quasi incomprensibile anche ai tanti che ormai sono avvezzi a guardarsi un film in lingua originale. Una combinazione di cose che, unita agli incassi record del primo weekend di programmazione negli USA, pari a 90 milioni di $ (mentre in Italia, con 15 milioni di Euro, ha già incassato più di qualsiasi altro film uscito nel 2014), fa nettamente salire le quotazioni di American Sniper e del suo protagonista nella corsa verso l’Oscar. E per quanto non sia il mio favorito (io farei una scelta di rottura, premiando The Grand Budapest Hotel di Wes Anderson), è innegabile che sia il film che Cooper si meriterebbero la statuetta.

Come è facile immaginare, American Sniper è un film intriso di patriottismo e dal sapore fortemente propagandistico, elementi che non tenta di nascondere nemmeno un po’. Perché dovrebbe, viene da chiedersi, visto che si tratta di una storia vera, cominciata nel 2001 come quelle di tanti altri americani e in cui, a mio avviso, non c’è eccessiva drammatizzazione. Tutti coloro che si sono arruolati in quel periodo ci credevano davvero in quello che stavano facendo, nella necessità di andare in guerra per difendere i propri cari e impedire ai cattivi di compiere altri attentati negli USA. Il ritratto che Eastwood fa di Chris Kyle è quello di una persona che ha estremamente a cuore la sua famiglia (l’altro volto noto del cast è quello di Sienna Miller, che interpreta Taya, moglie di Kyle e madre dei suoi due figli), ma che allo stesso tempo sente una vocazione molto forte, quella di rischiare la sua vita per difendere la madre patria. C’è poi anche un lato western, quello del duello tra il cecchino americano e il suo omologo iracheno, in cui il buon vecchio Clint offre il meglio di sé. Certo, a un certo punto accade qualcosa che modifica sostanzialmente il messaggio del film, ma non voglio assolutamente spoilerare. E quel che avviene negli ultimi 20 minuti, ma soprattutto il finale, vi faranno riflettere parecchio. Dal punto di vista prettamente artistico, American Sniper è una pellicola solida, con scene di guerra di notevole valore (l’assalto finale in mezzo alla tempesta di sabbia è da applausi), interpretazioni competenti, un montaggio serrato e una regia efficace e priva di fronzoli. Mi è piaciuto, moltissimo, tanto che mi sono trovato a rivederlo per due volte nel giro di una settimana, una volta a casa (benedetti screener) e 7 giorni dopo al cinema in lingua originale. Se non siete ancora andati a vederlo, unitevi a tutti quelli che l’hanno già fatto e non esitate perché si tratta senza dubbio del miglior film presente in sala nel momento in cui scrivo (18 gennaio). Non perdetelo.

I miei hashtag del 2015

hashtag2015

Mi sembra giusto scrivere un post su quelli che saranno i miei hashtag di riferimento per questo 2015 appena cominciato:

#spendingreview: il re degli hashtag, l’immarcescibile e immortale. Visto che il 2015 sarà un anno in cui bisognerà cercare di mettere sempre più fieno in cascina, lo vedrete come al solito, forse addirittura più spesso.

#spendetelistisoldi: questo hashtag andrà ad accompagnare i miei consigli per gli acquisti, ossia tutto quello che secondo me è meritevole di acquisto da parte vostra (non mia, che devo fare la #spendingreview)

#cristidixit: accompagnerà tutte le mie massime o affermazioni meritevoli di essere tramandate ai posteri

#pagnottella: accompagnerà tutti i tweet, i post e le foto relative a donne che corrispondano ai miei ideali, ossia sotto l’1.60 di altezza e con le curve e la ciccetta nei posti giusti (Scarlett non è l’esempio più lampante di pagnottella, per meglio esplicare il termine vi posto un paio di foto di Jennette McCurdy).

Jennette McCurdy - #pagnottella

Jennette McCurdy - #pagnottella

Se ne potranno aggiungere di nuovi nel corso dell’anno, ovviamente, ma questi sono quelli di riferimento.

M-Review: Lo Hobbit: La Battaglia delle Cinque Armate

hobbit

Ecosì, dopo due lunghi anni, siamo giunti al termine della seconda trilogia tolkeniana. Lo Hobbit: La Battaglia delle Cinque Armate è senza dubbio il miglior film del trittico dedicato al prequel del Signore degli Anelli, ma come gli altri due soffre di non pochi problemi. D’altronde, adattare su tre film un libercolo breve e non troppo denso di eventi…

Se volete leggere il resto dell’articolo, lo trovate su Lega Nerd all’indirizzo: https://leganerd.com/2014/12/26/lo-hobbit-la-battaglia-delle-cinque-armate/

M-Review: L’Amore Bugiardo-Gone Girl

GoneGirl

Riuscire a creare un thriller da due ore e mezza di durata in grado di tenere attaccati alla poltrona fino alla fine non è assolutamente impresa facile. David Fincher ci è riuscito, prendendo un libro di discreto successo, facendo scrivere la sceneggiatura alla stessa autrice e mettendo in scena la più lucida disamina della vita di coppia mai vista sullo schermo. Tutto comincia con la scomparsa di una donna da una piccola cittadina del Missouri, una moglie all’apparenza perfetta e senza scheletri nell’armadio. Un evento che in realtà è un MacGuffin per introdurre lo spettatore in una vicenda con colpi di scena continui, in cui nulla è scontato, ma su cui non si può dire di più per evitare di cadere nei famigerati spoiler (a me non frega niente, detto tra noi, ma la gente nel 2014 si infervora ancora quando qualcuno gli svela come finisce un film, un videogioco o un libro… mah!).

Ben Affleck è perfetto per interpretare il tipico ciccisbeo della provincia americana, schiavo degli eventi e apparentemente privo di carisma, massimo sospettato per la scomparsa della moglie. Davvero brava, come sempre d’altronde, Rosamund Pike, visto che il suo è il personaggio più complesso e difficile dell’intero film. Molto valido anche l’intero cast di comprimari, tra cui si segnalano un inedito Neil Patrick Harris e la poco conosciuta Carrie Coon, che avevamo già avuto modo di ammirare nella prima serie di The Leftovers. Da notare anche la fantastica colonna sonora del duo Trent Reznor/Atticus Ross, ormai collaboratori fissi di Fincher e gli altissimi valori tecnici, con la fotografia di Jeff Croneweth, altro fedelissimo del regista, che si meriterebbe qualche premio. Peccato non poter approfondire maggiormente la trama, ma vi assicuro che uscirete dal cinema davvero soddisfatti e tutto quel che vedrete vi aiuterà a riflettere molto, se avete una relazione, sul vostro rapporto di coppia.

Nota finale sulla distribuzione: l’Italia è proprio un paese diverso dal resto del mondo. Qui si spostano film dal Natale per paura di farli cannibalizzare dai cinepanettoni, ma si posticipano incomprensibilmente altri film, previsti inizialmente in contemporanea mondiale, per farli uscire a Natale. L’Amore Bugiardo è l’unica proposta natalizia fuori dal coro e forse è questa l’unica motivazione plausibile per i 3 mesi di ritardo rispetto alla release americana.

M-Review: Big Hero 6

Big_Hero_6

Da quando Disney ha acquisito Marvel, una delle cose che i fan vorrebbero più di ogni altra cosa è l’unione tra il marchio fumettistico e il mondo Pixar, un connubio potenzialmente esplosivo per ogni appassionato di cinema, animazione o fumetti. Questa opzione, però, non sembra essere nei piani di casa Disney, che ha relegato i principali personaggi Marvel, per quanto riguarda i cartoni, alle svariate serie che manda in onda sui suoi canali satellitari e via cavo

Se volete leggere il resto dell’articolo, lo trovate su Lega Nerd all’indirizzo: https://leganerd.com/2014/12/07/big-hero-6-la-recensione/

M-Review: Ogni Maledetto Natale

OgniMaledettoNatale

In un panorama cinematografico desolato come quello italiano, qualsiasi cosa sfornata dal trio creativo dietro a quel capolavoro di serie TV che risponde al nome di Boris, viene vista più o meno come l’avvento dei messia della commedia, grazie alla loro capacità di prendere un genere e di decostruirlo in maniera tale da crearne un’esilarante parodia. Il suo trailer ha venduto Ogni Maledetto Natale come la loro versione delle tipiche commedie natalizie che, purtroppo, portano un sacco di gente in sala. L’incipit è uno di quelli tipici del genere: due ragazzi (Alessandro Cattelan e la splendida Alessandra Mastronardi) di diversa estrazione sociale che si conoscono un giorno per caso e si innamorano l’uno dell’altra alla velocità della luce. Poi capita che la ragazza chieda a lui di passare la vigilia di Natale a casa della sua famiglia, in un casolare sperduto nelle campagne della Tuscia. Ed è qui che comincia la tragedia e, quindi, nel nostro caso, si comincia a ridere.

L’idea geniale del trio Vendruscolo/Ciarrapico/Torre è stata quella di prendere un gruppo di attori, la quasi totalità proveniente da Boris (Pannofino, Sartoretti, Caterina e Corrado Guzzanti) o dalla loro precedente sit-com Buttafuori (Giallini, Mastandrea), con l’aggiunta di una favolosa Laura Morante e del corpulento Stefano Fresi (Smetto Quando Voglio) e di fargli interpretare sia la famiglia di lei, i provinciali e campagnoli Colardo e quella di lui, i ricchissimi e surreali Martinelli Lops, parodia non troppo celata delle famiglie stile-Agnelli o simili. Sono tutti fantastici, in particolare Guzzanti e Mastandrea, che sono i depositari delle battute migliori e dei personaggi più esilaranti, in grado di provocare risate ogni volta che compaiono in scena. Se nella prima parte ci si sganascia per il contrasto tra l’urbano e borghese Cattelan e la terribile famiglia di lei, nella seconda parte il focus si sposta sulle vicende interne al clan, con un tipo di commedia molto meno immediata e che purtroppo non fa ridere come dovrebbe, nonostante alcuni momenti letteralmente da pancia in mano. Il risultato è un film che dà una sensazione di incompiuto e che avrebbe potuto far ridere molto di più, ma per colpa di una sceneggiatura un po’ svogliata, in alcuni momenti (quante volte avranno premuto F4?), cala parecchio di ritmo. La scelta di Cattelan, poi, è inspiegabile, visto che il conduttore alessandrino recita come se stesse presentando una puntata di X-Factor, con un tono totalmente monocorde. A Milano si dice “Ofelé fa el to mesté” e mi sento di sposare pienamente questo proverbio, nel suo caso. Nonostante i difetti, Ogni Maledetto Natale è un film da andare a vedere, se non altro per cercare di convincere i produttori italiani a investire molto di più su prodotti di questo tipo.

T-Review: Sony Walkman NZ-WS613

SonyNWZWS613

Il Walkman di Sony è stato uno dei prodotti simbolo degli anni ’80 e ’90: portarsi la musica in giro, sia in cassetta che in CD, significava possedere un prodotto della famiglia o, comunque, qualcosa di simile. Il Walkman è stato per la musica “fisica” (passatemi il termine) quello che iPod è stato per la musica digitale. Il lettore portatile della Mela è stato il prodotto che l’ha scalzato dall’immaginario collettivo e che ha costretto Sony a ripensare la propria strategia nell’ambito della “portable music“, portandola a proporre dispositivi dalle caratteristiche molto peculiari, in grado di andare a conquistare nicchie di mercato specifiche dove un prodotto “generalista” come iPod non può arrivare.

L’NZ-WZ613 è il prodotto con cui Sony vuole rivitalizzare il brand Walkman. Si tratta di un auricolare in-ear senza fili, Bluetooth e con una memoria interna di 4 Gb. Qual è la sua peculiarità? Andate in piscina ma vi annoia nuotare sentendo solo il vociare degli altri occupanti oppure il silenzio ovattato di quando siete sott’acqua? Con questo Walkman potrete tranquillamente ascoltare musica mentre nuotate, con la testa sott’acqua. Il dispositivo è completamente waterproof e grazie alla sua conformazione e agli auricolari in-ear, resterà attaccato alla testa, senza muoversi e permettendovi di nuotare senza alcuna preoccupazione, ma con un bel sottofondo musicale.

SonyNWZWS613

Questa sua caratteristica lo rende perfetto anche per i runner come il sottoscritto: non vogliamo tra le scatole i fili delle cuffie mentre corriamo e desideriamo qualcosa che rimanga ben fisso alle orecchie e non debba essere sistemato ogni 10 secondi. Vi basterà indossare l’NZ-WS613 per risolvere il problema.

Come detto prima, il prodotto dispone del supporto Bluetooth, cosa che vi permetterà di collegarlo al telefono e di ascoltare la musica presente al suo interno o in streaming attraverso Spotify, Deezer e compagnia bella. Quando sarete sott’acqua, però, il Bluetooth non funzionerà e dovrete utilizzare la memoria interna (ma tranquilli, in 4 Gb ce ne stanno tantissimi di mp3). Siccome i controlli sulle cuffie non sono propriamente accessibili mentre si è impegnati a nuotare, avrete a disposizione un piccolo telecomando a forma di anello, anche questo subacqueo, che dovrete mettere su un dito della mano e con cui potrete controllare la riproduzione della musica mentre siete in acqua. Bello, no? Inutile dire che vi sarà molto utile anche durante una corsa, con il telefono collegato, visto che i controlli su di esso non sono proprio pratici mentre si corre.

Walkman

Caricare la musica sulla memoria interna è molto semplice: attaccate il dispositivo con il suo cavo USB al computer, poi spostate semplicemente i file all’interno della cartella Music, oppure utilizzate il software (disponibile sia per PC che per Mac) per fare drag ‘n’ drop delle canzoni e vederle spostare automaticamente dove necessario. Per controllare il contenuto da smartphone o tablet, invece, scaricate dagli store (iOS/Android) l’applicazione gratuita SongPal, dalla quale potrete accedere anche a impostazioni avanzate come l’equalizzatore e altri parametri relativi all’audio.

La qualità sonora è veramente buona e le cuffie vi avvolgeranno totalmente i padiglioni auricolari, isolandovi dall’esterno e permettendovi di ascoltare la vostra musica preferita senza rumori e interferenze.

Personalmente, come avrete capito dalla recensione, ho trovato il Walkman NZ-WS613 un prodotto perfetto per le mie esigenze. Non sono un nuotatore (non nuoto né in mare né in piscina ormai dal 1997), ma sono un runner e poter disporre di una cuffia comoda, avvolgente, con un’ottima qualità sonora, che resta fissa alle orecchie e si collega facilmente allo smartphone, mi ha risolto un problema che andava avanti da mesi, quello di avere una cuffia con fili che mi provocava più fastidi che altro.

Certo, non è così economico come un paio di auricolari, ma si tratta chiaramente di un prodotto molto diverso. Se volete farvi un bel regalo di Natale, lo trovate su Amazon con più del 20% di sconto (di listino costa 150 €, adesso è a 112 €).

M-Review: Clown

clown

Di Clown avevo sentito parlare per la prima volta un paio di anni fa, quando avevo letto che Eli Roth aveva intenzione di produrre un film tratto da un finto trailer comparso su YouTube. Scomparso totalmente dal radar, Clown mi si è riproposto qualche settimana fa, al cinema, sotto forma di un vero trailer che ne annunciava l’uscita italiana, in anteprima mondiale, per il 13 novembre. Solitamente, questo non indica nulla di buono, ma le immagini hanno comunque suscitato la mia curiosità e mi hanno spinto a sborsare 5,50 € per andarlo a vedere. La storia, molto semplice e lineare, è quella di un padre di famiglia che si traveste da clown per sostituire il pagliaccio ospite della festa di compleanno del figlioletto. Peccato che il vestito e la maschera che indosserà siano in realtà quelle di un demone mangia-bambini, che pian piano lo trasformeranno in un mostro.

Diretto dal debuttante Jon Watts, regista e protagonista del finto trailer di cui sopra, Clown ha come unico volto noto quello di Peter Stormare, mentre i protagonisti sono tutti attori sconosciuti, ma bravi, come dovrebbe essere in tutti gli horror low-budget che si rispettino. Il film ha una prima parte piuttosto classica, dopo la quale comincia a sorprendere, più volte, con idee e soluzioni azzeccate e spesso anche al limite del borderline (e sospetto che sia questo il motivo per cui non ha ancora avuto distribuzione negli USA, nonostante tra i produttori ci siano pure i fratelli Weinstein). Il finale non è quello che vi aspettereste, ma allo stesso tempo diventa chiaro quando si capisce che corrisponde alla scelta più “safe”. Ed è un peccato, perché regista e sceneggiatore avrebbero potuto osare di più e procedere verso l’happy ending (una strada molto più truculenta di quanto pensiate), che a mio avviso sarebbe stata la scelta più giusta. Molto bravo lo sconosciuto protagonista Andy Powers, la cui trasformazione nel mostro, aiutata da ottimi effetti di trucco e progressiva perdita di umanità sono davvero eccellenti. Contrariamente a tutte le previsioni, Clown si è rivelato un buon horror, decisamente migliore di gran parte delle proposte di questo genere negli ultimi anni. Certo, come già detto, non mi ha convinto il finale, ma se amate il genere, questo è un film che vi consiglio di andare assolutamente a vedere. Non ve ne pentirete.

M-Review: Interstellar

Interstellar

Se c’è una cosa di cui bisogna dare atto a Christopher Nolan è che, nonostante sia ormai completamente invischiato nei meccanismi hollywoodiani (lapalissiano, con i budget che maneggia), il suo cinema resta una spanna sopra quel che la mecca del cinema produce abitualmente. Interstellar è un film molto più ambizioso di quello che era stato Inception, in grado di far digerire a un pubblico che generalmente si ciba di blockbuster ad alto contenuto di testosterone e poco di materia grigia un meccanismo a incastri tutt’altro che banale. Qui ci sono vera fantascienza, un presente/futuro alternativo in cui la terra è sull’orlo del collasso, missioni spaziali dall’esito tutt’altro che scontato, ma soprattutto il rapporto tra un padre e una figlia che trascende i confini dello spazio e del tempo.

Nolan è rimasto uno dei pochi a fare cinema come una volta, in pellicola, cercando di realizzare gli effetti speciali direttamente in camera (ove possibile) e non soltanto al computer. Sono tutte cose che in Interstellar si vedono eccome ed evidenziano l’ambizione da parte del regista britannico di realizzare un film che unisca autorialità e spettacolarità. Il cast è un ensemble di nomi di un certo spessore, ma tutto si regge sulle spalle di quel Matthew McConaughey che ha scoperto solo da pochi anni di essere un vero attore. Non siamo ai livelli raggiunti con Dallas Buyers Club, ma si prova empatia per quanto sta accadendo grazie alla sua performance. Bravissime anche la piccola Mackenzie Foy (la Renesmee di Twilight) e la splendida Jessica Chastain, due età diverse dello stesso personaggio. Gli altri, invece, da Michael Caine ad Anne Hathaway, da John Lithgow a Matt Damon (ah sì, c’è pure lui), se la cavano bene, ma non in modo da finire negli annali. I due talloni d’Achille sono i dialoghi, spesso un po’ troppo ovvi e forzati e il terzo atto, in cui il film tende a incartarsi su sé stesso, con una conclusione non proprio soddisfacente. Con questo non si vuole dire che Interstellar sia un brutto film (ce ne fossero così), ma che questa volta Nolan è volato troppo in alto ed è lui stesso finito nel wormhole in cui i suoi personaggi si imbattono nel corso della storia. La messa in scena è sontuosa, la regia è eccellente come il cast, ma la sceneggiatura non proprio esaltante lo rende soltanto un buon film e non un capolavoro. Se vi definite appassionati di cinema, non perdete tempo e andate a vederlo.

M-Review: Dracula Untold

Dracula

Ritengo che rivisitare storie celebri, grandi classici della letteratura e del cinema che fanno parte della nostra cultura, non sia affatto un male. Il tempo passa e, se si vogliono riproporre determinati personaggi, è giusto cambiare un po’ le carte in tavola. Il revisionismo storico, dopo aver reso Maleficent un personaggio positivo, è arrivato al principe delle tenebre. In Dracula Untold, il principe Vlad Tepes è diventato un uomo che sceglie di passare al lato oscuro per proteggere moglie, figlio e il suo popolo dalle scorribande dei turchi guidati da Maometto II, ma che gli eventi trasformeranno in quello che è il mostro che tutti conosciamo. Nato come Dracula Year Zero, il cui script gira in rete ormai da diversi anni, il film è stato soggetto a una pratica tornata pericolosamente in vigore a Hollywood di recente, quella del completo rimaneggiamento in post-produzione, con trame cambiate, attori totalmente eliminati in fase di montaggio e chi più ne ha più ne metta. Ed è così che l’avventura del principe è stata semplificata per venire incontro alle ridotte facoltà mentali del pubblico americano.

Alcuni dei personaggi che incontrava nella sua avventura (e apparsi pure nel trailer qua sopra), interpretati da Charlie Cox e Samantha Barks, sono completamente svaniti ed è stato aggiunto quello che i titoli definiscono “Master Vampire“, interpretato da un Charles Dance tornato profondamente in auge grazie a Game of Thrones, vero deus ex machina della storia e probabile motore di quello che sarà il Monster Universe in stile Marvel di casa Universal (la scena finale, girata un paio di mesi prima dell’uscita, serve proprio a questo). Luke Evans ha il physique-du-role da action hero, Sarah Gadon è leggiadra e bella come non mai, Dominic Cooper aggiunge un altro cattivo alla sua filmografia e il giovane Art Parkinson, anche lui visto in GoT, è forse la sorpresa più interessante a livello di cast. È il film? Tutta la parte iniziale funziona, ma dal momento della bevuta del sangue in poi si nota il continuo e perdurante taglia e cuci (il regista, il debuttante irlandese Gary Shore, proveniente dalla pubblicità, si è probabilmente limitato a eseguire ordini provenienti dall’alto). Scene che durano pochissimo, buchi di trama clamorosi, momenti topici risolti in quattro e quattr’otto e, come detto prima, una coda finale che fa sembrare tanto questo Dracula il Captain America dell’universo mostruoso della major americana. Ci si lamenta di film che durano troppo e meriterebbero tagli, mentre per Dracula Untold capita l’esatto contrario: dura 84 minuti, titoli di coda esclusi e servirebbe un’altra mezz’ora, quella finita nel cestino, per non far sembrare tutto così frettoloso e confuso. I risultati al botteghino, buoni anche se non esaltanti, indicano che nonostante tutto Universal ci ha preso: il film è stato massacrato, ma il pubblico pare non curarsene. Personalmente non ho apprezzato Dracula Untold, ma non mi sento di sconsigliarvene la visione. A voi la scelta.