M-Review: Guardiani della Galassia

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Il più grosso punto di domanda legato ai Guardiani della Galassia ha a che fare con le motivazioni (che probabilmente non conosceremo mai) che hanno spinto la Disney a ritardarlo di quasi tre mesi nelle nostre sale, mentre gli altri film Marvel solitamente escono una settimana prima o in contemporanea con gli USA. Paura di incassare poco? Allora perché non farlo uscire a settembre, dove ci sono state pochissime uscite forti. Vabbé, l’importante è che sia arrivato al cinema e che finalmente anche il pubblico italiano abbia potuto vedere quello che è stato il maggior successo cinematografico del 2014, in un’annata in cui gli incassi non sono stati proprio esaltanti. Si tratta indubbiamente del film Marvel più rischioso tra quelli realizzati finora, vista la mancanza di personaggi popolari e iconici e l’ambientazione spaziale, ma anche quello su cui, grazie a tutti questi elementi, si poteva osare di più. La storia, per chi avesse vissuto su Marte negli ultimi mesi, mette insieme rapimenti alieni, avventurieri che viaggiano su una nave spaziale chiamata Milano, una donna verde (e una blu), un bestione a cui hanno ucciso moglie e figli, un procione parlante e un albero vivente che ripete sempre la stessa frase, oltre a un cattivo che sembra un Sith di Star Wars ancora più incazzato.

James Gunn, creatura di casa Troma (è stato lo sceneggiatore del trash cult Tromeo & Juliet, va ricordato), era probabilmente uno dei pochi registi in grado di portare sul grande schermo del materiale di partenza così squinternato e a fortissimo rischio di fallimento. Guardiani della Galassia è un film dal ritmo martellante, che alterna momenti di risate e divertimento a spettacolari sequenze action che sono una vera e propria gioia per gli occhi. Merito al regista per la scelta di Chris Pratt come protagonista, degno erede dell’Han Solo del tempo che fu, visto che il personaggio, come il film stesso, ha parecchi punti in comune con l’universo creato da George Lucas. Ottimi anche Dave Bautista, un Michael Rooker in formissima e il cattivo Lee Pace, mentre sia Zoe Saldana che Karen Gillan lasciano piuttosto indifferenti. Le vere star, però, sono il procione Rocket Raccoon (doppiato da Bradley Cooper in originale) e Groot, albero umanoide in grado di dire soltanto una frase (“Io sono Groot“) che in originale ha la voce di Vin Diesel. Groot è il personaggio più riuscito, una specie di buonissimo cane da compagnia, ma dotato di rami e foglie, che vi farà ridere ma anche versare qualche alcrima, se siete particolarmente sensibili. Non è che ci sia molto altro da dire: per me Guardiani della Galassia è nella Top 3 dei migliori film Marvel. Si ride, si ascolta buona musica anni ’70 e ci si appassiona, un trittico difficile da trovare nei classici blockbuster hollywoodiani. Promosso a pieni voti.

M-Review: The Equalizer

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Quanti di voi ricordano la serie TV da cui è tratto The Equalizer? Anzi, riformulo la domanda: quanti di voi sanno che il film in questione si basa su Un Giustiziere a New York (in originale, appunto, The Equalizer), serie TV americana andata in onda sulla CBS dal 1985 al 1989 e da noi qualche anno dopo su Rai 2 prima del telegiornale? Probabilmente me lo ricordo solo io, visto che da un veloce sondaggio fatto con amici appassionati di cinema e serie, è risultato che nessuno se ne ricordasse. The Equalizer prende la premessa e la storia del prodotto televisivo, quella di Robert McCall, un ex-agente della CIA (anche se nel telefilm l’organizzazione non aveva in nome ufficiale) ritirato che non si fa scrupoli a usare la violenza e tutto quanto ha imparato nei suoi anni di lavoro per aiutare i più deboli. In questo caso, la molla che fa scattare la storia sono le violenze che una giovanissima prostituta dell’Est subisce dai suoi sfruttatori. McCall, sotto copertura come dipendente di un grande magazzino, scoperchierà una pentola che coinvolgerà parecchie persone, anche insospettabili, senza fermarsi davanti a nulla per mettere fine alle loro malefatte.

Si potrebbe dire che The Equalizer è l’ideale seguito di Man On Fire, il film di Tony Scott di una decina di anni fa che aveva come protagonista proprio Denzel Washington, nei panni di un agente/bodyguard spinto da più o meno le stesse motivazioni di Robert McCall. Qui, per fortuna, rispetto all’opera del compianto fratello Scott, c’è una regia essenziale, a servizio della trama e della recitazione, che evita i virtuosismi e porta sullo schermo un film d’azione deciso e crudo quanto basta. Niente da dire sulla performance attoriale dell’attore americano, assolutamente a suo agio nei panni di questo giustiziere dei giorni nostri, come molto bravo si dimostra anche il cattivo Marton Csokas, spietato come non mai, ma che non può nulla contro l’astuzia, la decisione e la violenza del nostro eroe. Chloe Grace Moretz ricorda la Jodie Foster dei tempi di Taxi Driver, ma per quanto sia dichiarata co-protagonista, il suo ruolo è davvero breve, in termini di tempo. Nel cast troviamo anche altri volti noti come Bill Pullman, Melissa Leo e Haley Bennett, secondo me molto sottoutilizzata dal cinema che conta. Alla fine della fiera, come avrete già capito dalle mie parole, The Equalizer è un film che tiene incollati alla poltrona e intrattiene per un paio d’ore, senza mai annoiare. Il buon Denzel è sempre una sicurezza e con un regista competente nel genere come Antoine Fuqua, si va sul sicuro. Promosso.

Alien, tutti i videogiochi ispirati alla saga (da Wired.it)

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La scorsa settimana è finalmente uscito  Alien Isolation, sparatutto pubblicato da Sega e sviluppato dagli inglesi di Creative Assembly, che sembra essere finalmente quello che i fan dei mostri creati da H.R. Giger cercano: uno sparatutto claustrofobico e terrorizzante, con un’atmosfera che ricalca quella del leggendario film di Ridley Scott.

Se volete leggere il resto dell’articolo, lo trovate su Wired.it all’indirizzo: http://www.wired.it/gadget/videogiochi/2014/10/07/alien-storia-in-videogiochi/

M-Review: Sin City: Una Donna per Cui Uccidere

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C’è una regola non scritta che dice che i sequel realizzati a più di 5 anni dal precedente episodio hanno notevoli probabilità di fallire. Certo, ci sono eccezioni come Terminator 2 o Aliens, per citare le prime che mi vengono in mente, ma sono davvero rare. Il primo Sin City era uscito in un’era cinematografica totalmente diversa da quella attuale, in cui Marvel non aveva ancora creato il suo universo sul grande schermo, il Batman di Nolan doveva ancora uscire e gli adattamenti da fumetto erano spesso tentativi sbagliati dei vari studios di approcciarsi a un genere che non conoscevano. La collaborazione tra Robert Rodriguez e Frank Miller aveva, a suo modo, rivoluzionato il genere, visto che i due si erano praticamente limitati a girare pari pari in digitale le tavole create dal grande autore americano. Il film ebbe un notevole successo, tanto che il sequel venne annunciato quasi subito, ma la sua lavorazione veniva continuamente rimandata. E così il tempo passa, Marvel e Warner abituano il pubblico a comic-movie dallo stile completamente diverso e Sin City, come prevedibile, finisce nel dimenticatoio.

Il fatto che i primi trailer di Sin City: Una Donna per Cui Uccidere non avessero provocato le stesse reazioni esaltate di 9 anni prima era un segnale piuttosto evidente che il flop, almeno oltreoceano (visto che in Russia, paese da cui proviene buona parte del budget tra l’altro, e in altri paesi minori è andato bene), sarebbe stata l’unica conseguenza possibile. Perché, intendiamoci, non è che questo sequel sia un brutto film, ma semplicemente arriva fuori tempo massimo. Rodriguez e Miller si sono limitati a prendere altre storie della raccolta, alcune con personaggi già visti nel primo episodio (quella con Nancy-Jessica Alba e Hartigan-Bruce Willis, ad esempio), altre con un cast rinnovato: il problema è che sa tutto di già visto. A risollevare la situazione ci pensa l’episodio da cui il film prende il titolo, con una Eva Green in versione femme fatale davvero superlativa, affascinante e mortale, che utilizza il suo fascino e il suo incredibile sex appeal (sì, va detto, le sue tette sono protagoniste assolute e noi sentitamente ringraziamo). Va detto che se tutto questo seguito fosse stato incentrato su di lei, il film si sarebbe trasformato in un noir anni ’40 tremendamente d’atmosfera e la reazione sarebbe stata diversa. Se siete fan sfegatati del primo episodio, Sin City: Una Donna per Cui Uccidere vi piacerà molto, ma in caso contrario ringrazierete che il film duri soltanto poco più di un’ora e mezza. Mi ripeto, non è brutto, ma arriva fuori tempo massimo.

M-Review: The Humbling #LeVieDelCinema

TheHumbling

Quando un grande attore capisce che sta gettando la propria carriera nel cesso, se ha ancora un minimo di rispetto per il pubblico che lo ha sempre seguito, si mette alla ricerca di qualche progetto che gli permetta di dimostrare seriamente cosa è capace di fare. Per Al Pacino, The Humbling sembra essere l’occasione di riscossa dopo un decennio passato a non azzeccare un film (a parte quelli per HBO). Girato con un budget di soli 2 milioni di dollari dal veterano Barry Levinson e tratto da un romanzo di Philip Roth, il film vede il grande Al nei panni di Simon Axler, celebre attore che dopo aver deciso di ritirarsi, si ritrova in casa la figlia lesbica di una vecchia coppia di amici. Il vecchio si innamora di lei che, infatuata dell’attore sin dall’infanzia, decide di intrecciare una strana storia d’amore con lui. Ma sarà tutto vero? Oppure quello che gli sta accadendo è solo il frutto della sua immaginazione?

The Humbling è un altro di quei film che si regge completamente sull’attore protagonista: se non ci fosse Al Pacino, questa storia a metà tra realtà e sogno sarebbe fastidiosissima da vedere. Il grande Al è bravissimo, perché passa da momenti drammatici, seppur con una certa componente di assurdità, a situazioni davvero ilari, che hanno fatto ridere di gusto tutta la platea. Anche le sue co-star, comunque, in particolare una bravissima Greta Gerwig, se la cavano davvero bene e persino i ruoli più piccoli, interpretati da caratteristi storici del calibro di Dianne Wiest, Dan Hedaya e il redivivo Charles Grodin, sono fondamentali per la storia. Il film è davvero godibile, ma mi permetto di esprimere alcuni dubbi relativi alla sceneggiatura: spesso e volentieri si passa dalla realtà all’immaginazione in maniera così diretta che alla fine si rischia di non distinguerle più, cosa che provoca una tremenda confusione nello spettatore. A parte questo difetto marchiano, come già detto, The Humbling rappresenta un grandissimo ritorno per Al Pacino e per questo va assolutamente visto.

M-Review: Lucy

Lucy

A Hollywood vanno pazzi per tutto quello che è high concept, cioè per quanto può essere raccontato con completezza in modo davvero sintetico. Lucy ci è stato venduto dai trailer come la storia di una ragazza che diventa suo malgrado un “mulo” corriere di una potentissima droga, che le finisce inaspettatamente in circolo e la trasforma in una specie di supereroe. E questo è quanto accade nella prima mezz’ora, dal ritmo un po’ altalenante, con parecchi echi dal passato di Luc Besson (Nikita in primis) e tutto sommato divertenti. Poi, però, come la sua protagonista, il film comincia a soffrire del delirio di onnipotenza e deraglia in maniera disastrosa. Se Lucy mantiene una parvenza di guardabilità, il merito è tutto di Scarlett Johansson. Sì, come ben sapete per me lei è la mia donna dei sogni, ma bisogna oggettivamente dire che il film si regge completamente sulle sue spalle e con una protagonista meno carismatica e capace la tentazione di alzarsi dalla propria poltrona e uscire dalla sala sarebbe stata molto forte.

Ciò che funziona è l’evoluzione del personaggio, da ragazza ingenua e caduta in qualcosa di molto più grande di lei a donna sempre più priva di umanità e, di conseguenza, decisa e spietata. Non aspettatevi nemmeno uno sfoggio delle sue abbondanti forme, perché a parte una sequenza da tre secondi in cui si mostra su un letto con addosso un reggiseno nero di pizzo (con conseguenti palpitazioni del sottoscritto), per il resto non c’è altro. Parlo tanto di Scarlett perché, ci tengo a ripeterlo, è l’unica cosa che conferisce un po’ di dignità a questo film. Gli altri momenti migliori sono quelli in cui Besson cita i suoi capolavori, ma forse perché sono le uniche idee decenti dalla mezz’ora in poi. Per il resto, la sceneggiatura sembra scritta aiutandosi con i dadi di D&D, mixando sequenze assurde e buchi giganteschi, fino a un finale talmente ridicolo da risultare involontariamente divertente. Anche Morgan Freeman pare sempre spaesato in questa sarabanda di inutilità. Lucy poteva essere il nuovo Nikita, ma Besson ha scelto di andare a sbattere a tutta velocità contro un muro, a causa di scelte assurde di script e non solo. Un action puro e semplice, senza divagazioni, come nella prima mezz’ora, avrebbe portato a casa il risultato con estrema facilità. Ma nonostante la bruttezza, pare che il film piaccia comunque, visto che i quasi 300 milioni di dollari incassati nel mondo sono il miglior incasso di sempre per il regista francese. E questo è davvero inspiegabile… forse sono davvero tutti fan di Scarlett.

M-Review: Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance) #LeVieDelCinema

Birdman

Pare che uno dei trend del cinema americano di questo 2014 sia quello di raccontare sé stesso o, per essere più precisi, i personaggi che popolano questo mondo. Se in The Humbling (di prossima recensione su queste pagine), Al Pacino interpreta un attore sul viale del tramonto che deve ritrovare sé stesso per dare una scossa alla sua carriera, qui in Birdman il protagonista è un attore reso celebre da un ruolo da supereroe che, nonostante siano passati 20 anni da quel periodo, non è ancora riuscito a scollarselo di dosso. E l’unico modo per fare qualcosa di diverso è adattare un racconto di Raymond Carver per il teatro, cosa che invece lo farà scontrare con i suoi demoni interiori. Alejandro Gonzales Inarritu ha deciso di affidare questo ruolo a Michael Keaton, in quella che è probabilmente l’interpretazione più autobiografica della sua carriera. Certo, magari l’attore americano non ha mai avuto voci alla Batman che risuonavano nella sua testa, figlie in rehab o giovani attrici con cui ha avuto relazioni che passano velocemente a lesbicheggiare con le altre co-star, ma è innegabile che la maggior parte del pubblico lo ricordi per essere stato il primo uomo pipistrello, analogamente a quanto accade al suo Riggan Thomson.

Keaton offre una performance attoriale davvero pazzesca, ma non è il solo del cast a darsi da fare, visto che chiunque, da Edward Norton a Zach Galfianakis, da Emma Stone a Naomi Watts, si impegna tantissimo. Virtuoso della macchina da presa, Inarritu (con la collaborazione di Emmanuel Lubezski, direttore della fotografia anche di Gravity) gira l’intero film in piano sequenza, staccando ovviamente tra una scena e l’altra, ma coinvolgendo lo spettatore e permettendogli di immedesimarsi ancora di più in quanto viene raccontato. Ci sono tanti riferimenti alla realtà, al cinema hollywoodiano contemporaneo (il bellissimo dialogo iniziale in cui sono citati Fassbender e Jeremy Renner ne è un esempio), ma allo stesso tempo ci sono tante concessioni ai sogni e ai pensieri, che danno origine alle sequenze più spettacolari e allo stesso tempo poetiche. Certo, ogni tanto si perde qualche punto di riferimento durante le divagazioni del protagonista, ma metabolizzando quanto si è visto tutto torna perfettamente. Birdman non è un film facile, ma al termine delle due ore vi lascerà davvero soddisfatti, visto che regia, sceneggiatura e recitazione sono ai massimi livelli. Negli USA esce a ottobre, ma per l’Italia dovrete purtroppo aspettare febbraio 2015.

M-Review: Burying the Ex #LeVieDelCinema

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Joe Dante fa parte di quel gruppo di registi di culto degli anni ’90 (John Landis è un altro esponente della categoria, tanto per fare un esempio), che a un certo punto della loro carriera sono stati messi da parte da Hollywood, che ha preferito loro ondate di mestieranti dal dubbio talento. Il regista dei due Gremlins e di Salto Nel Buio, trio di film che non rivedo colpevolmente da troppo tempo, si diletta da un po’ di anni con pellicole più piccole ed episodi di serie TV. Burying the Ex, presentato una manciata di settimane fa all’ultimo Festival del Cinema di Venezia è una commedia horror dalla premessa molto semplice, che mette in scena uno stranissimo triangolo amoroso. Ci sono un ragazzo appassionato di film horror e commesso in un negozio che vende gadget macabri, la sua ragazza blogger e vegana, gelosissima di lui e il terzo incomodo, una gelataia dal cuore d’oro appassionata anche lei di zombi e pellicole sanguinolente. La blogger muore per una fatalità, ma un giuramento fatto dal ragazzo su uno strano oggetto diabolico quando i due erano ancora insieme, la riporta inaspettamente in vita, ma in versione zombi.

Inutile dire che questa cosa avrà conseguenze sia su di lui che sulla sua nuova relazione. Anton Yelchin è il protagonista maschile, la vegana rinata zombie è la Ashley Greene di Twilight, mentre la gelataia è una radiosa Alexandra Daddario (che da True Detective in poi vediamo proprio con gli occhi dell’amore). Dante mette in scena un altro film indirizzato al pubblico più giovane, dopo The Hole, horror in 3D senza infamia e senza loro. Anche Burying the Ex, per quanto molto divertente e mai noioso, essenziale nella sua durata (meno di 90 minuti), risulta riuscito soltanto a metà. Da una parte, ci sono dialoghi davvero azzeccati e un trio di attori, con in aggiunta il Seth Rogen della situazione (Oliver Cooper, visto in Project X) che recitano molto bene e dimostrano di divertirsi loro stessi. Dall’altra ci sono invece alcune scelte di sceneggiatura piuttosto incomprensibili, in primis la scelta di procedere verso il finale più ovvio e banale, quando prendersi qualche rischio in più avrebbe sicuramente reso tutto ancora più divertente. Al momento la pellicola non ha ancora un distributore nemmeno negli USA, ma credo che l’uscita direttamente in VOD/home video sia la scelta più logica, visto che si tratta del film perfetto per una serata tra amici, magari con le proprie compagne, viste le venature sentimental-romantiche di parte della trama. Nonostante i difetti, a me è piaciuto, quindi non posso che consigliarvi di vederlo, appena si renderà disponibile in qualche modo. Ben fatto, Joe… ora però convinci qualcuno che è il momento di far tornare i Gremlins al cinema.

M-Review: Into the Storm

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Sentivo proprio il bisogno di un bel film catastrofico. Ma non di quelli della Asylum, perché in questi casi anche l’occhio vuole la sua parte. Il maggior difetto di Into the Storm è che, se non fosse per le decine di milioni di dollari spese (il budget è di circa 50 milioni di dollari), lo spessore della trama e dei personaggi sarebbe tranquillamente paragonabile a quello di una media produzione Asylum. Ma non è questo che ci interessa in un film del genere, giusto? Ci interessa vedere disastri quanto più possibile realistici, con effetti speciali di un certo livello e che ci facciano proprio sentire dentro all’apocalisse che si sta scatenando sullo schermo. Quel poco di trama che c’è è soltanto di servizio agli effetti visivi usati per creare la serie di tornado più grande, violenta e devastante della storia, che si scatena sulla piccola cittadina di Silverton, nel Michigan. Da una parte ci sono le beghe di una famiglia, con padre vedovo e vicepreside del locale liceo e i due figli adolescenti, uno dei quali si metterà nei guai per stare vicino alla ragazza di cui è segretamente innamorato (e aggiungo, ha ottimi gusti), dall’altra le avventure di un gruppo di cacciatori di tornado, ma di quelli che girano documentari per Discovery et similia, con mezzi corazzati, tecnologie avanzatissime e videocamere in ogni dove.

Steven Quale, una vita passata a fianco di James Cameron, è al suo secondo vero film dopo il dimenticabile Final Destination 5. Aver aiutato il regista di Avatar e Titanic nella regia del suo Ghosts of the Abyss, documentario che ha ormai una decina d’anni sul groppone, gli è probabilmente servito a molto, visto che è l’approccio simil-documentaristico, assieme agli effetti speciali, a salvare Into the Storm trasformandolo in qualcosa di più che uno squallido B-movie destinato ad affollare i cestoni dei BluRay delle catene di elettronica. L’alternanza tra found footage e riprese esterne garantisce allo stesso tempo coinvolgimento e la possibilità di capire cosa accade al di fuori di quel che stanno vedendo i protagonisti. Inutile dire che le scene più efficaci, come Cloverfield insegna, sono quelle riprese da una “finta” videocamera digitale o da uno smartphone, mentre le altre non sono altro che uno showcase per gli effetti speciali che mostrano la distruttiva forza del tornado (vedi la sequenza dell’aeroporto presente anche nel trailer). Anche il cast finisce per passare in secondo piano rispetto alla calamità naturale senza nome, con volti noti soprattutto al pubblico televisivo, come Sarah Wayne Callies (Prison Break, The Walking Dead), Matt Walsh (Veep) e Richard Armitage (Strike Back, ma anche Thorin della trilogia dello Hobbit) e una pletora di sconosciuti. Non avrei scommesso molto su Into the Storm, ma nei suoi 80 minuti effettivi mi ha tenuto incollato alla poltrona e mi ha fatto uscire dal cinema tutto sommato soddisfatto. E di questi tempi, credetemi, è una cosa davvero difficile.

M-Review: Tutto Può Cambiare (Begin Again)

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Ci sono progetti che segui fin da quando sono stati annunciati, per ragioni varie. Nel caso di Tutto Può Cambiare (in originale Begin Again, ma il titolo iniziale, molto più azzeccato, era il bellissimo Can a Song Save Your Life?) le motivazioni erano parecchie: il fatto che si tratti del nuovo film di John Carney a quasi un decennio da quella piccola gemma di Once, le vicende ambientate nel mondo della musica, la presenza di Adam Levine dei Maroon 5 in un ruolo piuttosto importante e, da quando ho potuto ascoltarla in separata sede, anche la colonna sonora, interamente scritta da Gregg Alexander dei New Radicals, con lo stesso Levine (ovviamente) e una sorprendente Keira Knightley impegnati a cantare. La storia è quella di due seconde occasioni: per Greta (Keira Knightley), giovane cantante inglese emigrata a New York in cerca di fortuna con il fidanzato musicista (Adam Levine) che la lascia alle prime avvisaglie di successo e per Dan (Mark Ruffalo), discografico in disgrazia, divorziato dalla moglie (Catherine Keener), con una ribelle figlia adolescente (Hailee Steinfeld), che sente la ragazza cantare in un bar e capisce che il suo talento potrebbe essere la chiave per la sua rinascita professionale.

Lo stile di Carney è quello che già avevamo conosciuto e apprezzato in Once. Leggero come una brezza marina, il film è fondamentalmente una commedia romantica, che però non cade mai nel banale e, soprattutto, si prende dei rischi notevoli nella parte finale, dove le vicende prendono una piega tutt’altro che scontata, in opposizione ai cliché tipici del genere. La Knightley veste con bravura i panni di un personaggio diverso dal solito, Mark Ruffalo fa bene quello che siamo abituati a vedergli fare, mentre la delusione dal punto di vista recitativo è Levine, assolutamente monocorde, nonostante un ruolo che gli assomiglia in molti tratti. Come già detto prima, la colonna sonora (che trovate sotto, ascoltabile da Spotify) riveste un ruolo importantissimo, perché tutte le vicende si snodano attorno a un paio di canzoni: la stupenda Lost Stars, in due versioni radicalmente diverse l’una dall’altra (acustica e minimal per la Knightley, con il tipico arrangiamento da studio per il cantante dei Maroon 5) e Tell Me If You Wanna Go Home. Lost Stars, per me si merita la nomination e pure la vittoria ai prossimi Oscar. Ho apprezzato tantissimo Begin Again e non posso che consigliarvene la visione appena uscirà al cinema anche qua da noi, il 16 ottobre. In un’estate di blockbuster perlopiù deludenti, cose piccole di qualità come questo film sono davvero una boccata d’aria fresca.